
RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI
16 NOVEMBRE 2021
A cura di Manlio Lo Presti
Esergo
C’è mica il Rosso e il Nero di Stenbai?
(Richiesta di un cliente in una libreria)
In: Il barone rampicante e altre irresistibili storie da libreria, Sperling & Kupfer, 2012, pag. 53
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SOMMARIO
L’Aperto. Il rapporto uomini-animale
GLI ITALIANI VOGLIONO SAPERE
I quotidiani sono stati la palestra dei letterati di talento
MANUALE CENCELLI LGBT
TONY NEGRI, MIO PADRE E I NO VAX
IL BUSINESS DELL’ODIO ONLINE
META’ SECOLO
La paura di questi tempi
Perché il risveglio è una religione?
Vittorie sportive italiane per accordi internazionali
No vax e no pass difendono la nostra democrazia? Preferiamo farlo da soli
ARALDO DI CROLLALANZA
TRUPPE AZERE TENTANO L’INVASIONE DELL’ARMENIA
Le “parole morte” dell’uomo moderno
Lo Stagirita
Meta-Mondo
Tra strage e bagliore
Chi sono, per chi lavorano, come sono collegati tutti i fact-checker italiani.
ADELAIDE ANNE PROCTER
Antropologia della gentilezza: l’aggressività è solo un risultato dell’educazione
E I C.D. COSTITUZIONALISTI TACCIONO
Specola
Insuccesso del vaccino in tutto il mondo
Cara Greta, Lettera aperta.
E così il popolo italiano rinunciò a un pezzo di sovranità
Robert Kennedy e la sparizione dalle tv della tabella con i vaccinati morti
Sulla nave dei folli
PD, IL PARTITO SPIKE !!!!
“10 novembre 1956”
EDITORIALE
L’Aperto. Il rapporto uomini-animale
Manlio Lo Presti – 16 novembre 2021
L’Autore analizza il rapporto degli umani con l’universo degli animali e che nel suo svolgimento storico non è stato lineare. Il testo pone attenzione agli aspetti antropologici e zoologici. Non si tratta di un manuale per la cura di animali domestici. Agamben articola venti temi all’interno di novantatre pagine dove sono riportate numerose citazioni da testi filosofici, scientifici, sociologici per evidenziare il connubio della specie umana con la sfera animale. Il legame è complesso e da sempre è condizionato dalle correnti culturali che si sono avvicendate nei secoli. La convivenza con il bios si articola sulla acquisizione di schemi scientifici e filosofici conseguenti ad un pensiero religioso che li precede e li accompagna dalle origini ad oggi. Le mutazioni antropologiche dell’uomo nel suo essere-nel-mondo si sono realizzate di pari passo con un cambiamento delle scale di valori e del valore dato all’animale. La crescente sensibilità verso il bios induce i ricercatori e i filosofi a riconsiderare la posizione degli animali nell’antropocene. Interessanti a tale proposito gli studi dello scienziato Jakob Johann von Uexküll biologo, zoologo e filosofo estone e pioniere dell’etologia. Ricerche focalizzate sulla modalità di percezione del mondo da parte di animali come le pulci, i ragni e gli insetti, ma anche di varie specie di volatili, nel tentativo di comprenderne la percezione dell’esterno di fatto totalmente differente dalla visione umana, fino ad oggi il metro del mondo. Il gigante filosofico Martin Heidegger è citato con ampi testi nel confronto con il filosofo francese Alexandre Kojève che dedica al tema del mondo animale una vasta attenzione.
La visione di Ezechiele – Biblioteca Ambrosiana
Lo stile espositivo è chiaro nonostante la complessità delle argomentazioni in campo filosofico, antropologico, religioso e scientifico. Il libro ci fa scoprire la vastità del lavorio mentale e di ricerca che si muove dietro ad una riflessione che può sembrare particolare o, quantomeno, di secondaria importanza rispetto alle prevalenti dispute sui temi sociologici, economici, politici, militari. Questioni che hanno attraversato l’intero Secolo breve e tuttora sono dominanti.
L’Autore procede a grandi passi alla realizzazione di una visione più articolata del rapporto Uomo-Bios evitando di toccare le questioni sollevate dal movimento del Transumanesimo che preconizza una transizione dell’intelligenza verso un suo stoccaggio nelle memorie di una Megamacchina delocalizzata mondiale e, in una fase più estrema, dell’Intraspecismo che sostiene la totale uguaglianza degli umani con tutte le specie animali rompendo una visione antropocentrica tuttora in piedi.
Parlare oggi di un libro di quasi venti anni fa significa segnalare una impostazione che possa riportare il tema dell’animalismo ad una dimensione equilibrata rispetto agli estremismi che spesso caratterizzano questo rapporto che accompagna gli umani sin dalla loro presenza sulla terra.
Va detto che questo piccolo libro non è per tutti e può interessare coloro che si pongono domande profonde e originali che esigono risposte non comuni. Un bellissimo ed insolito testo dedicato ai cercatori di verità nascoste dallo sciame sismico delle apparenze e dei pregiudizi!
Giorgio Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Boringhieri, 2002, pag. 93. €13,50
IN EVIDENZA
GLI ITALIANI VOGLIONO SAPERE
Pier Paolo Pasolini Le pagine corsare – 3 11 2021
I quotidiani sono stati la palestra dei letterati di talento
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FONTE: newsletter dell’Intellettuale Dissidente – https://www.lintellettualedissidente.it/
TONY NEGRI, MIO PADRE E I NO VAX
Tonio De Pascali 15 11 2021
Tony Negri, mio padre e le inquisizioni ai no vax di questa mattina.
C’ è un fil rouge che li collega. Uno di quei fili che la Storia tende tra punti tra loro lontanissimi.
Toni Negri – oggi scomparso dalle cronache politiche – era docente di filosofia all’università di Padova e fu arrestato per ordine di un magistrato, Calogero, che, negli anni Settanta, con quello che fu ricordato il “Teorema Calogero”, stabiliva che il docente, che allora professava teorie rivoluzionarie comuniste violente per la caduta dello Stato attraverso attentati terroristici era il Gran Capo delle Brigate Rosse e che andava arrestato.
Allo stato c’erano solo teorie espresse sulla carta, teorie violente e rivoluzionaria. Ma solo teorie. Che tanto bastavano al Giudice Calogero col suo Teorema ma che tanto scalpore crearono nella nazione e tantissime proteste da parte del Pci, che pur servo fedele dell’Urss, quindi della rivoluzione violenta comunista in Italia, sosteneva che una cosa è teorizzare atti terroristici contro lo Stato e altra cosa è compiere atti terroristici contro lo Stato. Un grande principio liberale, si direbbe oggi.
Questo sosteneva il Pci.
Probabilmente a buon diritto: perchè una cosa è teorizzare la caduta violenta dello Stato e altra cosa lottare violentemente contro lo Stato per fini eversivi. Del resto viviamo in uno Stato liberale.
O meglio vivevamo.
Poi c’era mio padre, che tanto si fece pregare per comperarmi un “motorino” e che ogni volta che uscivo da casa mi salutava in maniera particolare augurandomi sempre di “ritornare incolume”.
E poi c’è la magistratura di oggi.
Valanga di inquisiti, è notizia di questa mattina, tra il popolo no vax. Decine le denunce con le motivazioni più diverse. Offese a Draghi (sic!), incitazioni a delinquere nei confronti di si-vax e cose del genere oltre alla constatazione che trattasi tutti di elementi “di destra”.
Non c’è stato nemmeno un arresto, certo, ma tantissime denunce.
Perchè non si offende il Premier (sic!) e soprattutto non si scrive sui social “di andare a spezzare le gambe ai si-vax”.
Perchè, secondo le Sinistre (guai a chiamarle “comunisti”) uno può progettare di abbattere violentemente lo Stato ma trattasi solo di opinione e può insultare liberamente ed impunemente il Presidente del Consiglio ed addirittura augurargli la morte, come si è sempre fatto durante le manifestazioni politiche in Italia (Cossiga, prima di morire, organizzò una mostra a Roma dove si esponevano centinaia di foto con insulti nei suoi confronti da parte del popolo comunista) ma uno non può offendere Draghi e soprattutto, uno, non può scrivere sui social “spezziamo le gambe ai si-vax”.
Bene, Cosa c’entra mio padre?
C’entra, c’entra. Quante volte avrei dovuto chiamare la magistratura e la polizia quando, ogni sera che uscivo col motorino, mi urlava “guai se torni a casa avendo fatto un incidente. Perchè se non ti sei spezzato le gambe, le gambe te le spezzo io”
Altro che no vax.
FONTE: https://www.facebook.com/100015824534248/posts/1100157953855012/
IL BUSINESS DELL’ODIO ONLINE
Andrea Alessandrino
Frances Haugen è una 37enne che ha lavorato per due anni nel delicatissimo ruolo di ingegnere informatico addetta ai dati all’interno di Facebook, e ora è diventata per la stampa di tutto il mondo la nuova “gola profonda” su nuove e sconcertanti rivelazioni su come opera il più potente e conosciuto social network al mondo. La Haugen ha lavorato, prima di collaborare con Facebook nel 2019, in aziende come Google, Pinterest e Yelp occupandosi degli algoritmi e ha confessato alla stampa che era giunta a non poterne più delle ingiustizie che vedeva consumarsi sotto i suoi occhi durante il suo lavoro nell’azienda di Menlo Park; così ha deciso di raccogliere decine di documenti e li ha trasmessi prima al Wall Street Journal per poi concedersi alle telecamere della CBS per un’intervista che ora sta facendo tremare Zuckerberg. Convocata dal Senato americano, la Haugen ha avuto modo però di parlare prima davanti a una commissione parlamentare britannica, impegnata a esaminare una bozza di legge del governo per frenare contenuti online dannosi: le rivelazioni rese dalla ex dipendente di Facebook potrebbero ora dar man forte ai legislatori per rendere più severe le nuove regole sulla disinformazione e per proteggere in particolar modo gli utenti più deboli.
Nella sua deposizione la Haugen ha spiegato le trame che sono dietro il fenomeno dell’odio online, chiamando sul banco degli accusati gli algoritmi che danno la priorità all’engagement (amplifica i contenuti estremi che dividono e polarizzano e li concentra) e spingono ai margini le persone con interessi diversi e generalizzati. La Haugen insomma ha aggiunto un altro tassello alle già numerose testimonianze contro l’operato di Facebook, affermando come il social network abbia sempre mostrato di dare precedenza al profitto rispetto alla sicurezza degli utenti, e ha citato a tale proposito i casi di disinformazione durante le elezioni presidenziali del 2020 e dell’assalto al Congresso americano. In questi casi il think tank di Facebook pensò che se avessero cambiato gli algoritmi per ragioni di sicurezza, gli utenti avrebbero trascorso meno tempo sulla piattaforma, avrebbero cliccato meno sulle inserzioni pubblicitarie e dunque Facebook avrebbe ottenuto meno profitti. Le rivelazioni dell’ex dipendente di Facebook però non riguardano solo la (cattiva) gestione dei flussi di disinformazione e fake news, ma anche inchieste interessanti per esempio sul potere di Instagram sulle adolescenti. L’influsso negativo che il social acquistato dallo stesso Facebook per circa 1 miliardo di dollari ha sulla salute mentale degli adolescenti, è stato messo nero su bianco in una serie di documenti portati alla luce dalla stessa Haugen: i danni sull’immagine corporea riguardavano una ragazza adolescente su tre; il 32% delle adolescenti affermava che quando non si sente a proprio agio con il corpo, Instagram le fa sentire peggio; gli adolescenti incolpano Instagram per gli aumenti del tasso di ansia e depressione.
Le rivelazioni della Haugen, d’altra parte, hanno fatto emergere anche la richiesta da parte del pubblico del perché lo facesse, ovvero di cosa l’abbia spinta a confessare gravi accuse alla sua ex azienda. La 37enne ha potuto affermare che il suo scopo era di denunciare la mancanza di trasparenza del social di Zuckerberg, in particolar modo di quelli algoritmi su cui, guarda caso, lei stessa lavorava. La difesa invece da parte di Facebook, al di là delle affermazioni di routine che andavano a contestare i capi d’accusa mossigli contro, riportava come la piattaforma riflette il “bello, il brutto e il cattivo dell’umanità” e che fa di tutto per “mitigare il brutto, ridurlo e amplificare ciò che c’è di buono”. Non è la prima volta che Facebook cade nell’occhio del ciclone per via di accuse da parte di fuoriusciti ed ex dipendenti, divenute ora però un po’ troppo numerose per non credere a una effettiva mancanza di correttezza e obiettività nell’uso degli opportuni algoritmi. Rimane comunque una certezza di fondo, ovvero che l’odio vale moltissimo, come del resto ci ha insegnato certa tv degli ultimi anni. I social e Facebook in particolare per via del suo alto numero di iscritti, ha avuto modo di trarre profitto dalla propagazione on line dei linguaggi d’odio in nome del Dio denaro, con evidenti ed enormi ricadute pubblicitarie. Non serviva probabilmente l’ennesima e certificata denuncia per capire che l’odio è un affare ora anche social-mediatico; del resto il meccanismo che ne sta alla base è semplice e gratificante per tutti colori i quali speculano sulle disavventure altrui come fonte di arricchimento.
FONTE: https://www.internationalwebpost.org/contents/IL_BUSINESS_DELL%E2%80%99ODIO_ONLINE_23817.html#.YZNTumDMLIV
META’ SECOLO
Giovanni Bernardini 1 11 2021
Finita una passerella se ne apre subito un’altra, altrettanto faraonica e costosa. E dedicata anch’essa al tema dei mutamenti climatici.
Il G20 è finito, com’era facilmente prevedibile, senza che siano stati presi impegni concreti. Ci sarà l’azzeramento delle emissioni “attorno alla metà del secolo” dicono i grandi della terra, e neppure sono sfiorati dall’idea inquietante che “attorno alla metà del secolo” loro non saranno più fra i “grandi”, anzi, forse saranno più e basta, come molti fra noi.
Antonio Gramsci, si, proprio lui, non un teorico del libero mercato, un amico della pianificazione non un ammiratore di Friedrich Von Hayeck, ebbe a dire che è irrazionale fare piani che superino l’orizzonte temporale dei cinque anni. E si riferiva a piani limitati, riguardanti i singoli, uno stato al massimo. Ora i “grandi della terra” fanno piani con orizzonte temporale di oltre 30 anni che si riferiscono al mondo intero, riguardano paesi con livelli di sviluppo economico, sociale, culturale, tecnologico diversissimi fra loro. Ed hanno a che fare nientemeno che col clima, qualcosa che sarà anche influenzato dalle attività umane, ma che è certamente collegato con fenomeni come le tempeste solari, i movimenti dell’asse terrestre, l’attività vulcanica. I “grandi” pensano di poter governare tutte queste cosucce, neppure il più fanatico sostenitore della pianificazione globale aveva mai osato tanto.
Il G20 ha comunque avuto un esito positivo, comunicano urbi et orbi al popolo bue annunciatori ed annunciatrici televisive. E ci regalano grandi sorrisi. Queste stesse annunciatrici ed annunciatori tuttavia aggiungono, con sguardo corrucciato, che ormai il tempo a nostra disposizione è pochissimo; la catastrofe climatica è alle porte, un po’ come Annibale era alle porte di Roma dopo la battaglia di Canne.
Il nemico è alle porte… ma noi lo respingeremo nel 2050 o giù di li.
Se almeno sapessero usare un minimo di logica questi signori! Se avessero almeno un briciolo, solo un briciolo, di ironia ed auto ironia!
FONTE: https://www.facebook.com/100000697543272/posts/4829204270446110/
ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME
Perché il risveglio è una religione?
Scritto da Michael Shellenberger tramite Substack,
Introduzione alla tassonomia della religione sveglia
Nell’ultimo anno, un numero crescente di progressisti e liberali ha indicato le uccisioni da parte della polizia di uomini neri disarmati, l’aumento delle emissioni di carbonio e gli eventi meteorologici estremi e l’uccisione di persone trans come prova che gli Stati Uniti non sono riusciti a prendere provvedimenti contro il razzismo, cambiamenti climatici e transfobia. Altri hanno indicato la guerra alla droga, la criminalizzazione dei senzatetto e l’incarcerazione di massa come prova che poco è cambiato negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni.
Eppure, su ciascuna di queste questioni, gli Stati Uniti hanno compiuto progressi significativi.
Le uccisioni da parte della polizia di afroamericani nelle nostre 58 maggiori città sono diminuite da 217 all’anno negli anni ’70 a 157 all’anno negli anni 2010. Tra il 2011 e il 2020, le emissioni di carbonio sono diminuite del 14% negli Stati Uniti, più che in qualsiasi altra nazione, mentre solo 300 persone sono morte a causa di disastri naturali, un calo di oltre il 90% rispetto al secolo scorso. L’accettazione pubblica delle persone trans è più alta che mai . La popolazione carceraria e carceraria totale degli Stati Uniti ha raggiunto il picco nel 2008 e da allora è diminuita significativamente. Solo il 4% dei prigionieri di stato, che sono l’87% della popolazione carceraria totale, è detenuto per possesso non violento di droga; solo il 14% è coinvolto in qualsiasi reato di droga non violento. E molte grandi città tra cui Los Angeles, San Francisco e Seattle hanno effettivamente depenalizzato il campeggio pubblico dei senzatetto.
I progressisti rispondono che questi guadagni oscurano ampie disuguaglianze e sono minacciati. Neri americani sono uccisi tra il due a tre volte il tasso di americani bianchi, in base a un Washington Post analisi delle uccisioni di polizia tra il 2015 e il 2020. Le emissioni di carbonio sono ancora una volta in aumento , come gli Stati Uniti emerge dalla pandemia covid, e gli scienziati ritengono che il riscaldamento globale sta contribuendo a eventi meteorologici estremi. Nel 2020, la campagna per i diritti umani ha trovato che almeno 44 persone transgender e non conformi al genere sono state uccise, il numero massimo da quando ha iniziato a monitorare i decessi nel 2013, e già quel numero ha raggiunto 45 quest’anno. Il divieto di droga rimane in vigore, i senzatetto vengono ancora arrestati e gli Stati Uniti continuano ad avere uno dei tassi di incarcerazione più alti al mondo.
Ma anche quei numeri oscurano realtà importanti. Non ci sono differenze razziali negli omicidi della polizia quando si tiene conto del fatto che il sospetto fosse armato o meno o una minaccia (“giustificata” vs “ingiustificata”). Mentre le emissioni di carbonio aumenteranno nel 2021, ci sono tutte le ragioni per credere che continueranno a diminuire in futuro, finché il gas naturale continuerà a sostituire il carbone e le centrali nucleari continueranno a funzionare. Sebbene il cambiamento climatico possa contribuire a eventi meteorologici estremi, né l’Intergovernmental Panel on Climate Change né un altro organismo scientifico prevedono che supererà la crescente resilienza per causare un aumento dei decessi dovuti a disastri naturali. I ricercatori non lo sanno se le persone trans vengono uccise in modo sproporzionato rispetto alle persone cis-gender, se gli omicidi trans sono in aumento, o se le persone trans vengono uccise perché trans, piuttosto che per qualche altro motivo. Ventisei stati hanno depenalizzato la marijuana e la California e l’Oregon hanno depenalizzato e legalizzato, rispettivamente, il possesso di tutte le droghe. I procuratori distrettuali progressisti di San Francisco , Los Angeles e di altre grandi città hanno ridimensionato i procedimenti giudiziari contro le persone per aver infranto molte leggi relative ai senzatetto, tra cui il campeggio pubblico, l’uso pubblico di droghe e il furto.
Eppure molti americani sarebbero sorpresi di apprendere una qualsiasi delle informazioni di cui sopra; alcuni lo rifiuterebbero apertamente come falso. Considera che, nonostante il calo degli omicidi da parte della polizia di afroamericani, la quota di pubblico che ha affermato che la violenza della polizia è un problema serio o estremamente serio è passata dal 32 al 45 percento tra il 2015 e il 2020. Nonostante il calo delle emissioni di carbonio, il 47 percento dei il pubblico è d’ accordo con l’affermazione: “Le emissioni di carbonio negli Stati Uniti sono aumentate negli ultimi 10 anni” e solo il 16% non è d’accordo. Nel frattempo, il 46 percento degli americani è d’accordo con la dichiarazione, “Le morti per disastri naturali aumenteranno in futuro a causa del cambiamento climatico” e solo il 16% non è d’accordo, nonostante l’assenza di uno scenario scientifico a sostegno di tali timori. E nonostante la mancanza di buone prove, i principali mezzi di informazione hanno ampiamente riferito che l’uccisione di persone trans è in aumento.
Il divario tra realtà e percezione è allarmante per ragioni che vanno oltre l’importanza di avere un elettorato informato per una sana democrazia liberale. La sfiducia nei confronti della polizia sembra aver contribuito all’aumento di quasi il 30% degli omicidi dopo le proteste di Black Lives Matter del 2020 lo scorso anno, sia incoraggiando i criminali che causando un ritiro della polizia. Un numero crescente di ricerche rileva che la copertura mediatica del cambiamento climatico sta contribuendo all’aumento dei livelli di ansia e depressione tra i bambini. E ci sono buone ragioni per temere che la disinformazione sull’uccisione di individui trans e non conformi al genere contribuisca all’ansia e alla depressione tra i giovani trans e disforici di genere.
Social media, ONG e la morte di Dio
Perché? Perché esiste un divario così massiccio tra percezione e realtà su così tante questioni importanti?
Parte del motivo sembra derivare dall’ascesa dei social media e dai corrispondenti cambiamenti ai mezzi di informazione nell’ultimo decennio. I social media alimentano la certezza crescente e ingiustificata, il dogmatismo e l’intolleranza nei confronti della diversità dei punti di vista e delle informazioni non confermative. Le piattaforme di social media, tra cui Facebook, Twitter e Instagram, premiano gli utenti per la condivisione di informazioni popolari tra i colleghi, in particolare le opinioni estreme, e puniscono gli utenti per aver espresso opinioni impopolari, più moderate e meno emotive. Questo ciclo è auto-rinforzante. Il pubblico cerca opinioni che rafforzino le proprie. Gli esperti cercano conclusioni e i giornalisti scrivono storie che affermano le predisposizioni del loro pubblico. Potrebbe essere per queste ragioni che gran parte dei media non sono riusciti a informare il loro pubblico che non ci sono differenze razziali negli omicidi della polizia, che le emissioni stanno diminuendo e che le affermazioni sull’aumento delle uccisioni trans non sono scientifiche.
Un’altra ragione potrebbe essere dovuta all’influenza di organizzazioni di advocacy ben finanziate per modellare le percezioni pubbliche, in particolare in combinazione con i social media. Organizzazioni tra cui l’American Civil Liberties Union, la Human Rights Campaign e la Drug Policy Alliance hanno fuorviato giornalisti, responsabili politici e il pubblico sugli omicidi della polizia, sulla politica sulla droga e sugli omicidi trans, spesso semplicemente omettendo informazioni contestuali cruciali. Lo stesso è stato vero per gli attivisti del clima, compresi quelli che operano come esperti e giornalisti, che nascondono informazioni sul calo delle morti dovute a disastri naturali, sul costo dei disastri relativo alla crescita del PIL e sul calo delle emissioni degli Stati Uniti.
Ma nessuna di queste spiegazioni cattura pienamente la qualità religiosa di gran parte del discorso progressista su questioni relative a razza, clima, trans, criminalità, droga, senzatetto e la relativa questione della malattia mentale. Un numero crescente di pensatori liberali, eterodossali e conservatori usa allo stesso modo la parola “svegliato” per descrivere la religiosità di così tante cause progressiste oggi. Nel suo nuovo libro, Woke Racism, il linguista della Columbia University John McWhorter sostiene che il Wokeism dovrebbe, letteralmente, essere considerato una religione.
Come prova della sua tesi, McWhorter punta a miti comunemente accettati, come l’affermazione sfatata che la guerra d’indipendenza americana sia stata combattuta per mantenere la schiavitù, o che le disparità razziali nelle prestazioni educative siano dovute a insegnanti razzisti. Indica il fervore religioso risvegliato nel tentativo di censurare, licenziare e punire in altro modo gli eretici per aver sostenuto opinioni tabù. E McWhorter suggerisce che, poiché il Wokeismo soddisfa specifici bisogni psicologici e spirituali di significato, appartenenza e status, è probabile che evidenziare i suoi elementi soprannaturali abbia poco impatto tra i Woke.
Ma solo perché un’ideologia è dogmatica e ipocrita non la rende necessariamente una religione, quindi è giusto chiedersi se il Wokeismo sia qualcosa di più di un nuovo sistema di credenze. Non c’è alcun elemento ovviamente mitologico o soprannaturale nell’ideologia di Woke, e i suoi aderenti raramente, se non mai, giustificano le loro affermazioni con riferimento a un dio oa un potere superiore. Ma uno sguardo più approfondito al Wokeismo, in effetti, rivela un’intera serie di credenze mitologiche e soprannaturali, inclusa l’idea che i bianchi di oggi siano responsabili delle azioni razziste dei bianchi in passato; che il cambiamento climatico rischia di estinguere gli esseri umani; e che una persona può cambiare sesso semplicemente identificandosi come sesso opposto.
La religione sveglia: una tassonomia
Durante la lettura del nuovo libro di McWhorter, sono rimasto sorpreso di scoprire molte somiglianze tra il razzismo risvegliato e l’ambientalismo apocalittico, che in Apocalypse Never descrivo come una religione. Ognuna propone un peccato originale come causa dei mali attuali (es. la schiavitù, la rivoluzione industriale). Ognuno ha diavoli colpevoli (ad esempio, i bianchi, “negazionisti del clima”, ecc.) Sacre vittime (ad esempio, i neri, i poveri isolani, ecc.) (es. attivisti BLM, Greta Thunberg, ecc.). E ognuno ha una serie di tabù (ad esempio, dire “Tutte le vite contano”, criticare le energie rinnovabili, ecc.) e rituali purificatori (ad esempio, inginocchiarsi/scusarsi, acquistare compensazioni di carbonio, ecc.).
Ho anche visto parallelismi tra il razzismo risvegliato, l’ambientalismo apocalittico e la vittimologia, che in San Fransicko descrivo come una religione completa della visione metafisica (essenzialista) secondo cui le persone possono essere classificate come vittime o oppressori, per natura della loro identità o esperienza.
Ho contattato un nuovo amico, Peter Boghossian, un filosofo che si è recentemente dimesso dal suo incarico alla Portland State University in risposta alla repressione wokeista, e altri esperti in diversi movimenti woke, e insieme abbiamo costruito una tassonomia della religione woke (sotto). Comprende sette aree tematiche (razzismo, cambiamento climatico, trans, criminalità, malattie mentali, droga e senzatetto) trattate da Woke Racism , Apocalypse Never , San Fransicko , la ricerca di Peter e gli scritti di altri critici del Wokeism. e si in dieci categorie religiose (Original Sin, Guilty Devils, Myths, Sacred Vittime, eletti, credenze soprannaturali, fatti tabù, discorsi tabù, rituali purificatori, discorsi purificanti). Siamo rimasti sorpresi da quanto fosse semplice compilare ciascuna categoria e dalle affascinanti somiglianze e differenze tra di esse.
Abbiamo deciso di pubblicare la tassonomia della religione del woke perché era utile alla nostra comprensione del wokeismo come religione e sentivamo che avrebbe potuto aiutare gli altri. La tassonomia identifica miti comuni e credenze soprannaturali e aiuta a spiegare perché così tante persone continuano a sostenerli, nonostante le prove schiaccianti che siano false. Non ci illudiamo che la tassonomia ridurrà il potere che il Wokeismo detiene sui veri credenti. Ma crediamo anche che aiuterà ad orientare coloro che sono confusi dal suo irrazionalismo e cercano una panoramica accessibile.Infine, lo pubblichiamo perché riconosciamo che potremmo sbagliarci, sia su questioni di fatto che di classificazione, e speriamo che incoraggerà una sana discussione e dibattito. Pertanto, l’abbiamo pubblicato con l’avvertenza che si tratta della “Versione 1.0” con l’aspettativa che la rivedremo in futuro.
Sia Peter che io vorremmo sottolineare che abbiamo pubblicato la Tassonomia al servizio del progetto liberale e democratico di progresso sociale e ambientale, che riteniamo sia minacciato dal Wokeismo. Crediamo che gli Stati Uniti siano ben posizionati per ridurre gli omicidi della polizia, la criminalità e le emissioni di carbonio; proteggere la vita e la salute mentale delle persone trans, non conformi al genere e cis di genere; e una migliore cura dei malati di mente e dei tossicodipendenti. Ma farlo richiederà che il Wokeism indebolisca la sua presa sulla psiche americana.
Come scrive Peter, “il bigottismo e la discriminazione razziale sono reali e non hanno posto nella società. Sì, c’è razzismo in corso. Sì, è in corso l’omofobia. Sì, c’è un odio continuo nei confronti delle persone trans. Questi sono moralmente ripugnanti e abbiamo tutti bisogno di lavorare insieme per portare alla loro fine. La religione risvegliata, tuttavia, non è il modo per fermare questi orrori morali. Sta rendendo i nostri problemi condivisi più difficili da risolvere ”.
Fare clic sull’immagine per una versione leggibile enorme.
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Michael Shellenberger è un “eroe dell’ambiente” della rivista Time , vincitore del Green Book Award e fondatore e presidente di Environmental Progress. È autore del libro appena lanciato San Fransicko (Harper Collins) e del libro più venduto,
FONTE: https://www.zerohedge.com/political/why-wokeism-religion?utm_source=&utm_medium=email&utm_campaign=275
BELPAESE DA SALVARE
Vittorie sportive italiane per accordi internazionali
Tonio De Pascali 13 11 2021
No vax e no pass difendono la nostra democrazia? Preferiamo farlo da soli
Risposta pacata ad un portuale livornese che ci segnala come anche nella sua città ci sono tanti lavoratori decisamente contrari al greenpass, “misura altamente lesiva per la libertà delle persone”. Osserviamo con pacata fermezza che anche i diritti dei si pass e si vax (più o meno il 90% della popolazione) devono essere rispettati.

Sono un portuale di Livorno, sarà che sono duro di comprendonio, forse è per questo motivo che non ci sono arrivato prima.
Che il sindacato non avrebbe mosso un dito per sostenere la legittima protesta delle decine di migliaia di lavoratori contro il greenpass, l’ho capito solo all’ultimo.
Avevo avuto, nelle ultime settimane, una conversazione via mail con un dirigente regionale del sindacato cui ero iscritto, il quale in ultima battuta mi mandò in allegato una fotografia del giornale il Tirreno, dove si riportavano le FAQ del governo in merito all’obbligo di Greenpass che sarebbero scattate per i lavoratori dal 15 ottobre.
Mi aveva anche chiamato al telefono, nei giorni precedenti, molto disponibile, tono di voce da psicologo esperto e paziente.
Ma poi mi ha lasciato così, in sospeso.
Ci ho creduto, fino all’ultimo, che venissimo tutelati. Adesso ho capito che sono anche loro in qualche modo parte di questo sistema che è marcio, che ti fa vedere la parola libertà scritta su un cartellone, sulla mano sinistra, e poi con la destra te la toglie.
Ma attenzione.
I rapporti tra governo e sindacati si sono andati inasprendo, leggo sui giornali.
CGIL, CISL e UIL si stanno muovendo.
Si sta avvicinando il giorno di uno sciopero per i lavoratori portuali.
Autoproduzione, pensioni, lavoro usurante non riconosciuto per la nostra categoria.
Tutto giustissimo.
Ma quasi due lavoratori su dieci non sono vaccinati e sono contrari al greenpass. A questi lavoratori che risposta avete dato?
Che sono contro la “scienza”, che se i contagi risalgono, la colpa è loro, che sono dei troll no vax?
E poi, ditemi… è giusto che i dipendenti di alcune ditte abbiano i tamponi pagati? E tutti gli altri?
Questo alimenta solo l’invidia, magari nei confronti di un collega che ha sempre lavorato e sudato insieme a te.
“A loro pagano i tamponi? E a noi soldi in busta paga nulla?”
Si fa presto a passare a un ragionamento di questo tipo.
Il greenpass è un qualcosa di lurido, subdolo, schifoso.
Andrebbe tolto per tutti quanti e basta.
Stamattina ero all’ufficio postale sotto casa. La gente parlava del vaccino.
“Mi sono fatta il Johnson. Adesso vogliono farmi qualcos’altro.”, diceva una signora.
Perché, spiegava lei, il Johnson dopo tre mesi non copre più…
Questa cosa la faceva andare in paranoia.
Io guardavo.
Avrei voluto dire qualcosa, spiegarle che alla settima dose l’avrei rivista fuori da quell’ufficio, per sentirle ripetere le solite cose.
A Livorno, patria del detto “ti c’ho nel cuore ma ti vo’ ner culo”, scusate il francesismo, c’è un gruppo di lavoratori in prevalenza del porto di Livorno, ma anche di altri settori, decisamente contrari al greenpass, misura altamente lesiva per la libertà delle persone.
In città più di ventimila persone sono non vaccinate.
Lo zoccolo duro, come dicono loro.
Mi sento di alzare (si fa per dire) la voce, per raccontare che ci sono persone, anche qui, a favore dei movimenti no green pass, della protesta iniziata dai portuali di Trieste e di chiunque porti avanti pacificamente una lotta per i diritti basilari di ogni individuo e soprattutto per la libertà di pensiero e di scelta.
È inoltre oltremodo dannoso che in molti alimentino le divisioni tra pro vax e no vax, senza capire che qui il punto è l’introduzione di una misura di controllo che è arrivata dopo mesi e mesi di bombardamento mediatico in cui ci hanno sempre raccontato una cosa per un’altra.
Vorrei andare a spiegarlo anche alla signora del Johnson, ma non credo che riuscirei a trovare le parole giuste. Per lei, quello che avrei da dire, temo sarebbe solo il racconto di un complottista pazzoide, o magari la trama di un racconto distopico.
Grazie se vorrete dare spazio a queste mie parole.
Carlo Banchieri
La nostra risposta
Caro Banchieri,
eccome se le diamo spazio per questo suo sfogo. Non perché la sua lettera sia incredibilmente cortese, in tempi come questi, e piacevolissima. Sa, invece, perché? Perché è venuto il momento di sfogarci anche noi: noi si pass, si vax e si tutto il resto che serve per uscire con il minore danno possibile da questa immonda pandemia. In Europa e’ già in corso la quarta ondata Covid.19. Contagiati, ricoverati e morti hanno ripreso a salire paurosamente. Tra chi si è vaccinato e chi non lo ha fatto proprio non c’è partita, i numeri sono impietosi: ogni dieci morti, o ricoverati, nove (o poco meno) sono non vaccinati. In Italia, vedi caso ci stiamo avviando al 90% di vaccinati con doppia dose. E anche in questo caso significa 9 su 10. Dunque, arrotondando, glielo concedo, si ha che un decimo della popolazione (non vaccinata) fornisce lavoro agli ospedali dieci volte più di quanto non ne forniscano i nove decimi della popolazione (vaccinata). A questo punto lei, caro Banchieri ha tutto il diritto di invocare, come si evince dal suo scritto che no pass e no vax non sono la stessa categoria. E’ vero in linea di principio. Ma se non tutti i no pass sono anche no vax, tutti i no vax sono anche no pass. Ed è per questo che noi dotati del pass, e ovviamente del vaccino, abbiamo paura di correre seri rischi per la salute venendo a contatto con voi. I vaccini non funzionano, voi dite? Può darsi. E non discuto. Mi pare che tra l’una e l’altra parte abbiamo esaurito tutti gli argomenti a disposizione senza vicendevolmente farci cambiare idea. Perciò l’unica soluzione accettabile è quella di non frequentarci fino a quando la pandemia non si sarà esaurita, oppure si sarà dimostrato che si tratta solo di un raffreddore (come dicono i no vax). Purtroppo, però, dobbiamo prendere atto, anche dalle manifestazioni di questi giorni, che rivendicate il diritto di stare, senza che noi possiamo accorgersene, accanto a noi vaccinati al lavoro, nei luoghi di svago, al ristorante e in mille altre situazioni. E pur sapendo che noi consideriamo un pericolo, a torto o a ragione, stare accanto a voi, voi considerate un diritto poterlo fare di nascosto. E questo, fregandovene di noi, “per difendere la libertà e la democrazia” in un Paese che sarebbe oppresso da oscuri poteri. Ecco, questo è veramente troppo. Perciò, grazie tante. Ma in tema di libertà e democrazia non rilasciamo deleghe in bianco a nessuno.
Nicola Cariglia
FONTE: https://www.pensalibero.it/no-vax-e-no-pass-difendono-la-nostra-democrazia-preferiamo-farlo-da-soli/
ARALDO DI CROLLALANZA
Francesco Berardino 11 11 2021
AD ONOR DEL VERO. Mentre i terremotati del Centro Italia si apprestano a passare il SESTO inverno in tende e roulottes ad oltre cinque anni dal sisma, ricordiamo che il 29 luglio 1930 ci fu il famoso terremoto del Vulture che interessò 50 comuni e le province di Potenza, Matera, Benevento, Avellino e Foggia, provocando oltre 1400 morti.
Il governo dell’epoca affidò la ricostruzione al ministro Araldo di Crollalanza, il quale, per tutto il periodo della ricostruzione, non si mosse dalla zona del sisma, dormendo in un vagone di un treno speciale che si muoveva continuamente tra i centri interessati. Il 28 ottobre 1930, a soli tre mesi dal sisma, furono consegnati 961 edifici antisismici in muratura, ciascuno con 4 alloggi per un totale di 3746 appartamenti.
Questi edifici resistettero al sisma del 1980. Il capo del governo, il cui nome comincia con M (hai visto mai qualcuno si offende), così telegrafò a Di Crollalanza:” Lo Stato italiano La ringrazia non per aver ricostruito in pochi mesi perchè era suo preciso dovere, ma per aver fatto risparmiare all’erario 500.000 lire”.
FONTE: https://www.facebook.com/100004948412919/posts/2006686219506306/
CONFLITTI GEOPOLITICI
TRUPPE AZERE TENTANO L’INVASIONE DELL’ARMENIA
Intanto Pashinyan sostituisce il ministro della Difesa
Lo scorso lunedì, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha accusato le truppe dell’Azerbaigian di aver violato deliberatamente il cessate il fuoco al confine tra i due Paesi e ha licenziato il suo ministro della Difesa, sostituendolo con il Primo viceministro Suren Papikyan. È stato prontamente convocato il Consiglio di Sicurezza della Repubblica di Armenia, secondo cui l’incidente è avvenuto domenica, ma le truppe azere si sarebbero prontamente ritirate a seguito di trattative lampo ad alto livello. Dal canto suo il ministero degli esteri della Repubblica dell’Azerbaigian ha accusato l’Armenia di provocazioni, affermando che i propri soldati stavano lavorando nel territorio sovrano della Repubblica dell’Azerbaijan. Non è chiaro però che tipo di provocazioni abbiano potuto causare un dispiegamento di forze tale da far pensare ad un tentativo di invasione. “Da ieri si sono susseguiti diversi incontri e discussioni – ha affermato Pashinyan lunedì mattina – La questione all’ordine del giorno era l’intrusione delle forze azere nel territorio armeno attraverso una sezione orientale del confine armeno-azero. Lo scopo dell’incontro di oggi è di riassumere i risultati delle nostre discussioni e di presentare le informazioni complete sugli eventi ai nostri pubblico“. Nella medesima sede il Primo Ministro Armeno ha dichiarato che “la decisione del licenziamento del generale Arshak Karapetyan da Ministro della Difesa segue l’analisi degli eventi che si sono verificati da ieri“.
Il Consiglio di sicurezza armeno ha invitato la Russia, l’Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva (CSTO) e la comunità internazionale a prestare attenzione alle “azioni aggressive” dell’esercito azero nella sezione orientale del confine armeno-azero. “Come risultato delle azioni dell’esercito azero, quattro punti di combattimento armeni sono stati circondati dalle truppe azere – ha affermato – In seguito ai negoziati, i veicoli militari e le truppe azere che si erano intromessi nel territorio sovrano dell’Armenia hanno lasciato il campo. Le unità dell’esercito sono state ritirate dalle suddette quattro posizioni di combattimento“. Il Consiglio di sicurezza armeno ha dichiarato che “continua a sottolineare la necessità di una soluzione pacifica della situazione del confine armeno-azero, ovvero il ritiro simultaneo delle truppe dal confine de jure tra l’Armenia sovietica e l’Azerbaigian sovietico e l’inizio della demarcazione e delimitazione del confine sotto gli auspici della comunità internazionale“.
Nella serata di lunedì 15 novembre il presidente russo Vladimir Putin ha rassicurato il suo omologo francese, Emmanuel Macron, che la Russia continuerà a impegnarsi per stabilizzare la situazione in Artsakh (Nagorno-Karabakh). A rivelarlo è stato il servizio stampa del Cremlino dopo la loro conversazione telefonica, precisando in un comunicato: “I presidenti hanno discusso della situazione nel processo di risoluzione del Nagorno-Karabakh. Vladimir Putin ha osservato che la Russia continuerà a prendere provvedimenti per promuovere la stabilizzazione della situazione e l’attuazione degli accordi trilaterali raggiunti con la mediazione russa“. Nel pomeriggio, inoltre, il viceministro degli Esteri russo Andrei Rudenko e il suo omologo turco Sedat Onal avevano confermato l’importanza di avviare tempestivamente un meccanismo di colloqui 3+3 (Azerbaigian, Armenia, Georgia, Russia, Turchia e Iran) per la risoluzione dei conflitti nel Caucaso meridionale. “Le parti hanno discusso la più ampia gamma di questioni cruciali della cooperazione russo-turca nel Caucaso meridionale e nell’Asia centrale – ha dichiarato lunedì il ministero degli Esteri russo in un comunicato stampa – Nel contesto della normalizzazione delle relazioni tra Baku e Yerevan è stata sottolineata l’importanza dell’attuazione sistematica degli accordi da parte dei leader di Russia, Azerbaigian e Armenia, raggiunti il 9 novembre 2020 e l’11 gennaio 2021. È stata sottolineata l’importanza dell’avvio di un meccanismo consultivo regionale 3+3 per il Caucaso meridionale nel prossimo futuro“.
FONTE: https://www.internationalwebpost.org/contents/TRUPPE_AZERE_TENTANO_L%E2%80%99INVASIONE_DELL%E2%80%99ARMENIA_23833.html#.YZNU5mDMLIU
CULTURA
Lo Stagirita
Giorgio Sabato Ferrari 10 11 2021
Otto e mezzo. Massimo Cacciari sbaglia a discutere con Luca Telese. “Non disputare con il primo venuto, ma soltanto con coloro che disputano con ragioni e non in posizione di forza, e che apprezzano la verità anche dalla bocca dell’avversario” suggeriva lo Stagirita.
Non bisogna poi dimenticare che “unusquisque mavult credere quam judicare” (ognuno preferisce credere, piuttosto che giudicare). Un errore fatale è poi discutere con chi nega i principi di partenza.
Se poi alla fine si sbotta, ci si agita, si decide di non parlare più, come ha fatto ieri il caro Massimo, la comparsata non solo è inutile, ma è dannosa per le tesi che si presumeva di poter difendere. Non è la prima volta che Cacciari cerca di esporre le sue idee sullo stato di emergenza (e il rischio che diventi stato di eccezione) e sul Green Pass senza riuscirci.
La televisione trasforma tutti in macchiette di se stessi (Scanzi Brighella, Sallusti Balanzone, Travaglio Sir Biss etc.) Cacciari (tutto sbagliato, tutto da rifare) non merita di finire come uno Sgarbi qualsiasi…
FONTE: https://www.facebook.com/100006731044198/posts/3182175725350098/
Meta-Mondo
Franco Berardi Bifo – 8 11 2021

Tutto era già scritto nella dichiarazione di indipendenza del Cyberspazio, scritta da John Perry Barlow nel 1993:
In nome del futuro chiedo a voi del passato di lasciarci in pace. Non siete benvenuti tra noi. Non avete sovranità nel territorio in cui noi ci riuniamo. Non abbiamo eletto nessun governo e non abbiamo intenzione di averne uno, perciò mi rivolgo a voi con l’autorità che viene dal luogo in cui parla la libertà. Dichiaro che lo spazio sociale globale che stiamo costruendo è per natura indipendente dalle tirannie che voi cercate di imporre su di noi. Non avete alcun diritto morale di governarci e non possedete alcuno strumento di imposizione che noi abbiamo ragione di temere.
L’Iper-Mondo
In trenta anni si è costruito il cyberspazio, Iper-mondo sul quale il mondo terrestre non ha più governo. Il contributo che le imprese industriali pagavano sotto forma di tasse non vale per le compagnie che hanno costruito un territorio non territoriale. I poteri politici non sono sovrani nella sfera del non territorio, al contrario: il non territorio virtuale è divenuto l’infrastruttura globale senza la quale il sistema politico, amministrativo ed economico non possono funzionare.
L’iper-mondo è una dimensione che ricodifica la realtà sociale, trasferendo le pratiche di linguaggio (l’economia, la politica, la comunicazione, l’affettività) su un piano accelerato e indipendente dalle leggi territoriali, ma non indipendente dal consumo di energia elettrica e soprattutto dal consumo di energia nervosa. Il Meta-mondo è una dimensione che non soltanto ricodifica il mondo ma ricodifica anche la soggettività-nervosa psichica e linguistica trasferendola in un Meta-mondo di stimolazioni e di percezioni simulate.
Alla fine dell’Ottobre 2021 Mark Zuckenberg ha tenuto una conferenza in virtual connect. Non certo per rispondere alle accuse dei whistleblowers che denunciano gli effetti nocivi delle reti sociali: minuzie di poco conto, poiché l’esposizione della mente umana a un volume crescente di neuro-stimolazione virtuale sta producendo una mutazione che va al di là della volontà politica dei censori e dei moralizzatori.
Quelle denunce sono inconsistenti: è vero che Facebook come le altre reti sociali tende ad amplificare e radicalizzare l’odio sociale. Ma non è Facebook che ha prodotto la frustrazione, la rabbia impotente, l’odio. È il sistema economico sempre più ineguale, precario e violento il brodo di coltura dell’aggressività collettiva. E naturalmente Facebook fa parte di questo sistema. Le reti sociali da cui è scomparso il calore dei corpi non fanno che amplificare quella violenza, esaltandone al tempo stesso l’inefficacia. Quanto più cresce la nostra rabbia, quanto più la esprimiamo ad alta voce dentro la campana di vetro della connessione, tanto maggiore è l’impotenza.
Il Meta-mondo
Il ciclo dell’impotenza è giunto ora probabilmente al suo limite estremo e Zuckerberg propone di compiere un salto ulteriore: il salto nel Meta-spazio, di cui il cyberspazio ha costruito l’infrastruttura. Alcuni critici hanno osservato che Zuckerberg intende rendere autonomo il suo sistema da Apple e da Google, da cui attualmente dipende tecnicamente per alcune funzioni. Sul New York Times del 4 Novembre Kara Zwisher sostiene che Meta è soltanto una struttura aziendale più ampia creata da Zucker per sfuggire alle recenti difficoltà legali. Davvero?
Certamente vi saranno considerazioni contingenti di tipo economico e tecnico, nelle scelte di Zuckerberg. Ma le implicazioni filosofiche del lancio di Meta sono a mio parere molto più importanti. L’innovazione mira a mettere a frutto le sperimentazioni che si sono fatte dagli anni Ottanta in poi, da quando Jaron Lanier parlò per primo di Virtual reality e di comunicazione sinestetica senza simboli. In questi decenni i software di definizione visuale e multi-sensoriale si sono perfezionati e il progetto Meta consiste nel far convergere queste tecnologie attraverso una piattaforma come Oculus, o altri più evoluti trasduttori di impulsi elettronici in esperienza immersiva.
Nella sua conferenza Zuckerberg ha annunciato l’espansione della dimensione immersiva, con hardware di Realtà aumentata e con sensori personalizzati. Se Iper è una dimensione che accelera infinitamente il circuito della comunicazione di impulsi, Meta è la dimensione in cui la comunicazione di impulsi simula e sostituisce la relazione reale tra cervello e mondo, per istituire una Meta-Realtà in cui l’altro non esiste più se non come stimolazione nervosa simulata.
E il mondo
L’annuncio di un salto dall’Iper al Meta avviene negli stessi giorni in cui si prepara la COP26 di Glasgow, che al di là delle chiacchiere sancisce la definitiva impossibilità di salvare la Terra e i suoi abitanti dalle conseguenze devastanti del riscaldamento, della migrazione gigante che ne segue e dalla guerra che l’accompagna, della disperazione e del panico. Dopo il G8 di Roma questo lo sanno tutti tranne i cinque stelle di Cingolani che aggrappati alla poltrona ripetono coglionate con pacatezza e con moderazione.
La crisi energetica spinge alcuni paesi a riaprire le miniere di carbone. Nessun progetto realistico può contemperare la crescita economica con la riduzione delle emissioni. Perciò, data la priorità assoluta della crescita economica, si faranno di nuovo promesse: nel 2050 (anzi forse nel 2060 anzi nel 2070) tutto sarà in regola, tanto è probabile che a quel punto non ci sia più nessuno a verificare. Ora che sappiamo che il mondo è destinato a divenire un luogo inabitabile, ecco che iniziamo a costruire il Meta-mondo. Una popolazione di hikikomori che dai loro cubicoli si connetteranno a un mondo di stimoli percettivi. L’immaginazione avrà allora saldamente preso in mano il potere. Mentre il corpo fisico e sociale marcisce.
Silenzio
Funzionerà il Meta-mondo? Assisteremo al trasferimento di una porzione rilevante della popolazione umana nella sfera simulata? Non lo so. Quel che so è che in un giorno di ottobre per sei ore, l’intero sistema Facebook si è spento. Nessuno ha spiegato cosa è successo, né Zuckerberg né altri. E allora facciamo delle ipotesi.
La prima ipotesi è che si sia trattato di un sabotaggio interno: dipendenti di Facebook si sono espressi in questa maniera per qualche ragione sindacale o politica. Troppo bello per essere vero, e poi penso che ce lo avrebbero detto. La seconda ipotesi è che il sabotaggio sia stato organizzato dall’esterno, dai soliti russi o macedoni o forse cinesi chi lo sa. Possibile, ma non credo che sia andata così. La terza ipotesi è che Zuckerberg, stanco di essere additato dai media e dal sistema politico americano, abbia fatto una piccola dimostrazione: provate a vedere che accade se blocco un territorio che ha tre miliardi e mezzo di cittadini, innumerevoli aziende che producono distribuiscono pubblicizzano eccetera. Possibile, realistico. Ma l’ipotesi più probabile di tutte è la più semplice: nel mese in cui il mondo ha scoperto la prima crisi globale da sovraccarico, ovvero da iper-complessità, anche il sistema Facebook è andato in tilt per la semplice ragione che l’elettricità non era sufficiente in qualche punto dell’infrastruttura, o perché la domanda di connessione in quel momento è salita oltre i limiti. Come sappiamo quanto più complesso è un sistema integrato tanto meno le interruzioni possono essere localizzate, contenute e riparate.
Nei prossimi mesi e nei prossimi anni, mentre il mondo diventa troppo orrendo per poterne tollerare la realtà, ci trasferiremo probabilmente nel meta-mondo. Le cuffie nelle orecchie ci impediranno di sentire il rumore della sofferenza e i visori ci impediranno di vedere lo squallore la tristezza la devastazione. Ma a un certo punto il sovraccarico, o forse un sabotaggio russo o forse un’imprevedibile inspiegabile crollo energetico spegnerà visori auricolari e ogni altro congegno connettivo. Come racconta Don De Lillo nel suo breve romanzo Silenzio. Un silenzio di tomba.
FONTE: https://operavivamagazine.org/meta-mondo/
Tra strage e bagliore
16 11 2021 Davide Brullo
“Il modo in cui la nostra società sta vivendo questa pandemia è uno dei segni del suo definitivo e straziante deperimento spirituale e culturale”. Dialogo con Marco Guzzi
Nell’era accelerata, quella del numero, della risposta immediata, spuria, dove rivoluzione e reazione paiono equivalenti, in disarmo, protesta e obbedienza non scalfiscono, mero ago su vetro, bisogna setacciare i maestri. Cercarli, leggerli, stanarli, avviarsi a loro, su sentieri lacerati. Di Marco Guzzi ricordo la poesia – Il giorno, ad esempio, edito da Scheiwiller nel 1988, Teatro Cattolico, del 1991, Figure dell’ira e dell’indulgenza – intesa come gesto profetico, che sa l’agonia e la gioia, che sfoga – semplice come il pane, inquieta come lo sciacallo della sera – nell’agone sacro. Guzzi, romano, laureato in Giurisprudenza e Filosofia, è pensatore anomalo, instancabile: tra i tanti libri ricordo La svolta (1987), La profezia dei poeti (2002), L’insurrezione dell’umanità nascente (2015); di recente, per le Paoline, ha pubblicato un manuale di “Rivoluzione e Iniziazione”, dal titolo Non vedi che già sorge il nuovo Giorno? Guzzi, ecco, non si installa in una accademia, non ambisce alla comodità, non fa caciara in tivù; dal 1999 ha fondato i “Gruppi di liberazione interiore” Darsi Pace, affamato di un cristianesimo attivo, autentico. Guzzi, si direbbe, è un pensatore-poeta che non ha pace, che non subisce il tempo, l’ordalia dei giorni. È un uomo pratico, dai maestri spericolati: Hölderlin, Nietzsche, Heidegger, Paul Celan, Georg Trakl… Il piccolo libro appena stampato da AnimaMundi, La speranza è dell’invisibile, testimonia l’attività di Guzzi per la radio Rai: si tratta di una lunga intervista a Raimon Panikkar, il grande sacerdote, filosofo, teologo, realizzata a Tavertet nel 1988. Alcune parole di Panikkar sono di sconvolgente urgenza:
“Abbiamo perso la comunione con il cosmo. Abbiamo vissuto soltanto la storia. Noi da soli, la specie umana, in un senso di tempo lineare. E tutto questo oggi, per ragioni non solo sociologiche ma anche ecologiche e più profonde, cosmiche, crolla”;
“Devo imparare, per esempio, che la salute non è quello che la medicina occidentale pensa che sia, cioè che tu sei capace di lavoro, ad esempio quando ti dicono ‘adesso ti prescrivo questo qui e domani puoi andare a lavorare, stai bene’. Quindi questa capacità di lavorare e il fatto che tu sei una piccola macchina che può lavorare nella grande macchina della civiltà occidentale è il criterio massimo che tu stai bene”.
Ora più di allora si percepisce, scrive Guzzi nell’introduzione, “un fortissimo e doloroso senso della fine”, che reclama una “nuova e inedita contestazione radicale del sistema di questo mondo”. Forse l’uomo vive questo perenne senso della fine. Eppure, una specie di sconsolata afasia, la paura che inquina le scelte, la certezza – più o meno consapevole – che il male ci sovrasta, che tutto è troppo – ed è in realtà troppo poco – ci ammutolisce. Dunque, vado a cercare Guzzi, il quieto guerriero.

Prendo spunto da un suo libro recente, La vita è l’opera. Mi pare che il concetto ribalti quello, da estetica dell’estasi, di fare ‘della propria vita un’opera d’arte’. Parto quindi da qui: cosa intende per vita, per opera, per arte?
Credo che non sia possibile offrire definizioni troppo perentorie e appunto definitive della vita, in quanto mi pare che questo Fenomeno si manifesti lungo un processo rivelativo costante, che nell’essere umano assume il carattere della coscienza di sé: nell’Io umano cioè la vita inizia a interrogarsi sulla propria essenza, e sul suo destino, e proprio così continua a crescere, e a rivelare storica-mente le sue profondità abissali. In tal senso per me vivere significa partecipare consapevolmente a questo processo, tentando di favorire la rivelazione di un mistero che in definitiva sono io stesso. Questa collaborazione alla rivelazione della vita/essere, ma potremmo anche dire di Dio, è l’opera concessa e richiesta all’uomo. Mi pare cioè che la nostra operatività – e cioè in fondo tutto il nostro lavoro – sia sensata e feconda quando è attiva collaborazione all’Opera della creazione, come rivelazione continua. E quindi certamente questa fatica è anche un’arte, e in fondo una tecno-logia, che possiamo apprendere sempre meglio, giorno dopo giorno, esercitandoci nell’umiltà, nell’ascolto, nella fedeltà, e nel coraggio creativo.
Nel dialogo con Raimon Panikkar lei criticava un’era dominata dalla scienza e dalla statistica, dove “non abbiamo più né il coraggio né la forza di contrapporci, di dire il pericolo, il male, l’oscurità che tanti aspetti della nostra civiltà tecnologica portano con sé”. Era il 1988. Mi viene da domandarle: e oggi?
Dopo il 1989, anno emblematico della caduta del comunismo europeo, il pensiero tecnocratico neoliberale ha pervaso di sé tutto il pianeta, e sembra dominare incontrastato. Questo pensiero però non nasce adesso, ma è l’ultima manifestazione di una lunga storia che d’altronde non va valutata solo negativamente: lo sviluppo tecnologico cioè è profondamente ambiguo, come ci ha insegnato meglio di tutti Martin Heidegger. Credo che noi ci troviamo in un punto cruciale di questa vicenda storica, nel punto di svolta in cui dobbiamo necessariamente fare i conti con tutte queste ambiguità, giunte ad esiti ormai palesemente catastrofici, e tentare di riorientare l’intero processo della modernità, a partire però da una profonda mutazione/dilatazione della nostra mente/coscienza, da una sorta di metanoia storico-collettiva, che sappia confrontarsi con gli sviluppi della tecnica, e della nostra civiltà nel suo complesso, da un punto di vista direi poetico, spirituale, guidato cioè da quella Vita/Essere/Pensiero/Spirito che conosce le linee di una autentica crescita umana integrale.
La pandemia ha riportato in scena termini fondamentali: il corpo (sempre più sanificato, igienizzato, intoccato), la casa (covo di gioia o infestato di infamie), il lavoro (come realizzazione di sé o mera funzione?). Come li ha vissuti, li vive lei?
Il modo in cui la nostra società sta vivendo questa pandemia è uno dei segni del suo definitivo e straziante deperimento spirituale e culturale, linguistico innanzi tutto. Siamo immersi dentro una zuppa di parole terribili, ossessivamente ripetute notte e giorno, finalizzate solo ad impaurirci, e a deprimerci. Credo che sia un riflesso condizionato del sistema neoliberista, materialista e scientista, che sapendo di vivere la sua fase terminale, deve tentare in tutti i modi di sopravvivere, decerebrando e deprimendo gli esseri umani e paralizzando al contempo i processi democratici. Io sto vivendo questa fase con una certa sofferenza, anche perché ascolto, dalle persone che partecipano ai miei gruppi, un coro frastornante di grida di dolore, di senso di soffocamento, di disperazione. In questi momenti dobbiamo ritrovare ogni giorno un baricentro interiore profondissimo, rianimarci a quelle profondità, per predisporre forme nuove di annuncio, di denuncia, di socialità benevola, e anche di ideazione politica.
A suo dire, le risposte che la Chiesa ha dato durante l’ondata pandemica sono state sufficienti, consone, potenti? Insomma: qual è lo ‘stato del cattolicesimo’ oggi in Europa?
Non mi pare che la Chiesa viva una fase di vivacità spirituale, né di creatività linguistica, e da tempo in realtà. In questi ultimi mesi poi abbiamo spesso sentito parole vuote, superficiali, banali incitamenti all’obbedienza sociale, al conformismo. No, il cristianesimo storico sta vivendo anch’esso una fase terminale, e io credo però anche inaugurale. Dobbiamo però ripartire dal cuore, dall’esperienza iniziatica della nascita dallo Spirito. Solo donne e uomini ritemprati a quel fuoco potranno tornare a contestare radicalmente il sistema mortifero di questo mondo, con gli strumenti messianici tradizionali: la testimonianza, e la parola profetica.

Cosa può la poesia nel tempo, questo, roso dal numero, dal disincanto, da una specie di frustrazione permanente?
La parola poetica che amo, e che ho frequentato nella mia vita, non è altro che una profezia, a volte balbettante, del passaggio antropologico di cui ho parlato. È un grido del bambino nascente proprio dentro la fine, alla fine della notte del mondo, tra stragi, bagliori più o meno accecanti, e tradimenti. Questa poesia resta come una segnaletica del passaggio iniziatico in atto, sia personale che storico-collettivo, molto utile perciò per chi si disponga ad una lettura appunto iniziatica, e quindi radicalmente postletteraria, di questi testi. Ho tentato di sintetizzare questa linea interpretativa del poetico in particolare nel mio libro L’Insurrezione.
FONTE: https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/filosofia/marco-guzzi-intervista/
CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE
ADELAIDE ANNE PROCTER
Tu che passi e vai – 29 10 2021
Antropologia della gentilezza: l’aggressività è solo un risultato dell’educazione
Molto è stato scritto sull’aggressività, ma assai poco sulla non-aggressività, sulla gentilezza. E il poco che è stato detto sull’argomento, tranne alcuni studi di psicologi e di antropologi che hanno lavorato sul campo, era raramente basato su risultati di ricerche. Negli ultimi anni un certo numero di autori hanno riesumato l’ipotesi che gli esseri umani siano universalmente aggressivi, anzi che essi lo siano per istinto. La loro ipotesi ha suscitato una buona dose di interesse e di approvazione sia tra i lettori sia tra alcuni scienziati. Ma ha anche suscitato molte critiche da parte di studiosi del comportamento animale e umano. Nel volume Il buon selvaggio. Educare alla non-aggressività, uscito da poco per Eleuthèra si dimostra, nei diversi casi studiati, che il carattere non-aggressivo è il prodotto culturale di un’educazione affettuosa e non punitiva tesa al controllo dell’ira, della paura, dell’ostilità. E’ quindi un’educazione intenzionalmente indirizzata al comportamento cooperativo e non-aggressivo che produce individui e società coerentemente non-aggressive e cooperative.
Gli «innato-aggressivisti» – come io definisco coloro che ritengono che l’aggressività sia universale e innata, ad esempio Konrad Lorenz, Niko Tinbergen, Robert Ardrey, Desmond Morris, Anthony Storr e altri – danno per scontato che tutte le società umane si conformino all’opinione che essi ne hanno, vale a dire che tutte le società umane siano aggressive. Si dà invece il caso che ciò, semplicemente, sia falso.
Molte società umane non possono essere classificate come aggressive. E vi sono molti individui nelle società aggressive che non sono aggressivi e che anzi sono contrari a qualunque forma di comportamento aggressivo. Molte società che sembrano aggressive sono, in realtà, composte da individui che per lo più non sono abitualmente aggressivi. La maggior parte della gente nelle società «civili» viene coinvolta nelle guerre non perché si senta aggressiva nei confronti di quello che viene socialmente definito come il «nemico», ma perché i suoi leader – che a loro volta raramente sono motivati da sentimenti aggressivi – ritengono necessario fare la guerra. E una tale convinzione non ha assolutamente nulla a che vedere con sentimenti universali o con istinti, ma per lo più con necessità politiche.
Quando ci si riferisce a società aggressive dev’essere ben chiaro se ci riferiamo ad aggressività interna o esterna al gruppo. Vi sono, ad esempio, società in cui l’aggressività esterna – verso altri gruppi – è molto elevata ma in cui al contrario l’aggressività interna al gruppo è molto bassa, come in molte popolazioni della Nuova Guinea. Vi sono alcune società in cui è molto alta sia l’aggressività interna sia quella esterna, come tra gli Yanomami. Vi sono poi società in cui sono molto basse entrambe le forme di aggressività, come tra i Toda dell’India meridionale; e vi sono infine società in cui non esiste aggressività né interna né esterna al gruppo.
Di fronte al rinnovato dibattito sulle società aggressive ci è dunque parso utile cercare di evidenziare quali fattori fanno sì che alcune società siano più o meno aggressive di altre. A questo scopo abbiamo chiesto ad alcuni antropologi, che hanno lavorato direttamente sul campo, di esporre i risultati delle loro ricerche per quanto concerne specificamente l’aggressività e la non-aggressività in società non-letterate di loro conoscenza.
Ci sono numerose società che spiccano per la loro non-aggressività. Fra queste, i Punan del Borneo, gli Hadza della Tanzania, i Birhor e i Toda dell’India meridionale, i Veddah di Ceylon, gli Arapesh della Nuova Guinea, gli aborigeni australiani, gli Yamis dell’isola dell’Orchidea, al largo di Taiwan, i Semai della Malesia, i Tikopia del Pacifico occidentale, i Dayak dell’interno di Sarawak, i Lepchas del Sikkim, gli indiani Papago, gli Hopi, gli Zuni e in genere le tribù Pueblo, i Tahitiani e gli Ifaluk del Pacifico.
Vi sono peraltro poche società in cui non sia presente una qualche forma di comportamento aggressivo, magari lieve. Il campo di variazione è, comunque, estremamente ampio. La variabilità e l’assenza di uno stereotipo suggerisce l’ipotesi che il comportamento violento sia in gran parte appreso. Come si potrebbe altrimenti dare ragione delle spiccate differenze nell’espressione della violenza? Il ricorso all’istinto o ai geni non regge un esame critico; il riduttivo «nient’altro che» dei biologici estremi e, per converso, degli ambientalisti estremi porta solo a una gran confusione. Lo sviluppo del comportamento aggressivo, sia negli animali sia negli esseri umani, dipende, in ogni sua fase, da una complessa interazione tra geni e ambiente, in cui però l’esperienza sociale gioca un ruolo centrale.
I dati di fatto suggeriscono l’ipotesi che, come conseguenza della selezione naturale in quell’ambiente peculiare in cui gli umani hanno vissuto la parte principale della loro storia evolutiva, essi siano diventati polimorficamente educabili. Gli esseri umani possono imparare praticamente tutto. Tra l’altro, possono imparare a essere pressoché completamente non-aggressivi. La costituzione genetica umana non va assolutamente vista come un equivalente della dottrina teologica della predestinazione. Qualunque siano o possano essere le potenzialità aggressive umane, è chiaro che le manifestazioni di aggressività dipenderanno in larga parte dagli stimoli ambientali che riceveranno. Se, come crediamo, è così, c’è di che essere ottimisti, perché se si riesce a capire le condizioni che producono il comportamento aggressivo, si può sperare che cambiando tali condizioni si possa controllare il manifestarsi e lo svilupparsi di tale comportamento.
I saggi presentati in questo volume costituiscono, individualmente e collettivamente, un contributo originale e prezioso alla nostra comprensione delle condizioni che producono l’aggressività in società diverse e di come le manifestazioni d’aggressività possano essere controllate. Bisogna tenere distinti i fatti dalle teorie. In questo libro ci si occupa di fatti, fatti che rivestono per noi un’importanza particolare, non solo perché gettano luce sulla validità delle teorie ma anche perché ci consentono di andare a fondo di rapporti sociali da cui il nostro mondo occidentale ha molto da imparare. Nei dibattiti sull’aggressività assai frequentemente il termine non viene adeguatamente definito. Si dà per scontato che tutti sappiamo che cos’è l’aggressività. In realtà vi sono tali e tanti tipi di comportamento definibili come aggressività che è necessario stabilire sempre in modo inequivocabile a quale genere di aggressività ci si sta riferendo. Nei saggi inclusi nel presente volume ci si riferisce a più di un tipo di aggressione. Tutti però possono essere compresi – più che definiti – in una categoria generale in quanto comportamento finalizzato a infliggere dolore fisico o psichico ad altri. Tale dolore può limitarsi al portare via uno stecco o un giocattolo, oppure può significare infliggere una ferita corporale più o meno grave. L’aggressività, seppure limitata a nient’altro che un sentimento, è probabilmente qualcosa che la maggior parte degli esseri umani ha vissuto e manifestato.
La questione che ci interessa in questo volume è come mai alcune società siano così poco aggressive rispetto ad altre. Quali sono le condizioni che favoriscono l’aggressività negli individui e nella società? Come fanno talune società a tenere sotto controllo il manifestarsi dell’aggressività? E, infine, in quali condizioni gli individui delle società non-aggressive tendono a diventare aggressivi? Alcune risposte a queste domande sono fornite dalle pagine che seguono.
Margaret Mead fu, molti anni fa, il primo antropologo a indagare sulle origini dell’aggressività in società preletterate. Nel suo studio Sesso e temperamento (il Saggiatore) evidenziò l’esistenza in tre società primitive di una forte correlazione tra pratiche educative dell’infanzia e successivo sviluppo della personalità. Il bambino che era fatto oggetto di molta attenzione, quello i cui bisogni venivano prontamente soddisfatti, come tra gli Arapesh della Nuova Guinea, diventava un adulto gentile, cooperativo, non-aggressivo. D’altro canto, il bambino cui veniva data un’attenzione superficiale e intermittente, come tra i Murdugomor – sempre della Nuova Guinea – diventava un adulto egoista, non-cooperativo, aggressivo.
Successive ricerche tra popoli sia preletterati sia civilizzati hanno sostanzialmente confermato questa correlazione. Lo stesso vale per gli studi pubblicati in questo volume.
Oggi è risaputo che la grandissima maggioranza di coloro che picchiano i bambini sono stati a loro volta picchiati o trascurati quando erano bambini. È risaputo che coloro che sono stati emozionalmente deprivati da bambini probabilmente diventeranno adulti aggressivi. Ed è anche risaputo che chi da bambino ha ricevuto adeguatamente dell’affetto assai probabilmente diventerà un adulto affettuoso e non-aggressivo10.
Sembrerebbe che, seppure le potenzialità aggressive esistano in tutti gli esseri umani sin dalla nascita, tali potenzialità restino tali a meno che non vengano organizzate dall’esperienza in comportamenti aggressivi. Questo appare particolarmente evidente nel contributo di Sorenson sui Fore della Nuova Guinea. Il comportamento aggressivo non è determinato da elementi innati più di quanto lo sia quel comportamento che chiamiamo linguaggio. Senza le potenzialità innate per il linguaggio non impareremmo mai a parlare, per quanto stimolante possa essere l’ambiente, in termini di linguaggio per l’appunto. Ma senza un ambiente di «parlanti» non impareremmo mai a parlare poiché, per quanto se ne abbiano le potenzialità innate, perché si parli bisogna che ci si parli e che si viva in un ambiente di linguaggio. Gli esseri umani palesemente sono – come ho detto – polimorficamente educabili, capaci cioè di imparare qualunque cosa si possa imparare. Il che non significa che essi nascano come tabulae rasae lockiane, nere lavagne su cui l’ambiente scrive le sue istruzioni comportamentali.
Quello che la realtà conosciuta sembra indicare è che non ci sono modelli operativi prefissati, non ci sono «istinti» che determinano la spontanea comparsa dell’aggressività oppure il suo scatenarsi a partire da un determinato stimolo. Ciò che può sembrare una reazione «scatenata», «automatica», «prefissata», «stereotipata» a uno stimolo può essere in realtà qualcosa di assai diverso. Accade spesso che vi siano, tra le condizioni che determinano il comportamento, elementi di apprendimento che possono essere visti solo se li andiamo a cercare. Questo può significare, in pratica, evitare che si verifichino nella vita del bambino quelle situazioni che tenderebbero a produrre comportamenti aggressivi. O qualora tali situazioni si producano, percepirne il comportamento conseguente non com’è consueto tra noi occidentali, bensì come esempio di gioco fisico esplorativo, con relativa soddisfazione sensoriale per i soggetti implicati, come avviene tra i Fore. Fra costoro, comportamenti di tal genere sono sempre consentiti, ma assai raramente finiscono in liti o scontri. Come dimostra Sorenson, l’aggressione tra i Fore non si scontra con una controaggressione, ma con una giocosità e con un’allegria cui ben presto l’«aggressore» finisce per unirsi.
Uno dei modi in cui gli individui affrontano situazioni che minacciano di esplodere in manifestazioni di rabbia o di violenza è spesso, assai semplicemente, quello di allontanarsene, e in alcuni casi ciò può significare aggregarsi a un altro gruppo. È stato anche ipotizzato che tutto il continuo brontolare, lamentarsi, battibeccare, sproloquiare dei Boscimani sia un modo per mantenere l’aggressività a livelli tollerabili. La stessa ipotesi è stata avanzata per l’analogo comportamento dei Pigmei della foresta Huri (Africa centrale), tra i quali picchiare la moglie, bisticciare e gridare potrebbe servire a tenere sotto controllo il manifestarsi del comportamento aggressivo.
Tali ipotesi traggono origine dalla concezione popolare della aggressività umana come «sfogo» compendiata nell’espressione letting off steam [letteralmente: lasciare scaricare il vapore]. Il che è noto anche come modello energetico idraulico, in quanto assimila l’aggressività alla crescente pressione del vapore in una caldaia. Il modo per impedire che la pressione del vapore cresca fino a far scoppiare la caldaia è di lasciarne uscire un po’, attraverso una valvola di sicurezza, così da tenere la situazione sotto controllo.
L’unico problema di questo grazioso modello dell’«energia» aggressiva è che non c’è alcunché di simile in alcun sistema nervoso di organismi conosciuti. Il difetto dei modelli energetici è che tendono a identificare gli impulsi psichici con energie fisiche pronte a scaricarsi in azioni fisiche per «ridurre» la «pressione» e così «concludere» il comportamento. Questi modelli trascurano il fatto che normalmente il comportamento viene «concluso» quando si modifica la struttura degli stimoli che l’hanno messo in moto.
Vi sono prove schiaccianti che la manifestazione dell’aggressività porta non a una sua riduzione bensì a un suo rafforzamento. Konrad Lorenz e gli altri innato-aggressivisti non fanno che confondere i termini del problema quando affermano che «in tempi preistorici la selezione intraspecifica inserì nell’uomo una certa dose d’aggressività per la quale non riesce a trovare uno sbocco idoneo nell’attuale ordine sociale». Né gli individui né le società hanno bisogno di «sbocchi» per il comportamento aggressivo.
Quanto risulta in modo evidente dallo studio di gran parte delle culture preletterate è che a esse non solo dispiace profondamente il manifestarsi della violenza, ma che anzi lo temono moltissimo, e sono generalmente grate a chi ne fa cessare il pericolo. Lungi dal cercare «sbocchi» alla violenza, la violenza stessa è spesso un comportamento freddo e ragionato anziché una manifestazione emotiva. È l’ostentata minaccia della violenza, più che la violenza di per sé, che conta maggiormente in tali occasioni; un po’ secondo il senso implicito nell’antica massima: «Se vuoi la pace, sii pronto a fare la guerra». La gioia con cui molti popoli preletterati hanno volentieri rinunciato a combattere, a razziare, a fare la guerra è una prova formidabile contro la pretesa che l’aggressione sia un piacere in sé.
Come indicano i saggi presentari nell’ antologia Il buon selvaggio, qualunque siano le nostre potenzialità aggressive genetiche, una precoce induzione al comportamento cooperativo, e per converso la dissuasione da ogni comportamento aggressivo o assimilabile, serve a rendere un individuo (o una società) sostanzialmente non-aggressivo e cooperativo. Se le cose stanno così, la lezione, penso, è chiara.
Ashley Montagu
ASHLEY MONTAGU è stato un antropologo e docente universitario, ha scritto per conto dell’UNESCO la Dichiarazione sulla razza.
Bibliografia citata, per approfondire
1. Konrad Lorenz, On Aggression, Brace & World, Harcourt, New York, 1966 (trad. it.: L’aggressività, il Saggiatore, Milano, 2015); Niko Tinbergen On War and Peace in Animals and Man, «Science», 160 (1968) pp. 1411-1418; Robert Ardrey, African Genesis, Atheneum, New York, 1961; Robert Ardrey, The Territorial Imperative, Atheneum, New York, 1966; Robert Ardrey, The Social Contract, Atheneum, New York, 1970; Robert Ardrey, The Hunting Hypothesis, Atheneum, New York, 1976; Desmond Morris, The Naked Ape, McGraw-Hill, New York, 1967 (trad. it.: La scimmia nuda, Bompiani, Milano, 2019); Desmond Morris, The Human Zoo, McGraw-Hill, New York, 1969 (trad. it.: Lo zoo umano, Mondadori, Milano, 2005); Anthony Storr, Human Aggression, Atheneum, New York, 1968; Anthony Storr, Human Destructiveness, Basic Books, New York, 1972 (trad. it.: La distruttività nell’uomo, Astrolabio, Roma, 1975).
2. Ronald M. Berndt, Excess and Restraint, University of Chicago Press, Chicago, 1962.
3. Napoleon A. Chagnon, Yanomamö: The Fierce People, Holt, Rinehart & Winston, New York, 1968.
4. W.H.R. Rivers, The Todas, Macmillan, London, 1906.
5. Ashley Montagu, The Nature of Human Aggression, Oxford University Press, New York, 1976.
6. Robert A. Hinde, Biological Bases of Human Social Behavior, McGraw-Hill, New York, 1974, pp. 249-252 (trad. it.: Basi biologiche del comportamento sociale e umano, Zanichelli, Bologna, 1977).
7. Ashley Montagu, op. cit., pp. 14-15.
8. Margaret Mead, Sex and Temperament in Three Primitive Societies, Morrow, New York, 1935 (trad. it.: Sesso e temperamento in tre società primitive, Il Saggiatore, Milano, 1989).
9. C.H. Kempe e R. Helfer, The Battered Child, University of Chicago Press, Chicago, 1968.
10. Ashley Montagu (a cura di), Culture and Human Development, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1975; Ashley Montagu (a cura di), The Direction of Human Development, Hawthorn Books, New York, 1970.
11. E. Richard Sorenson, The Edge of the Forest: Land, Childhood and Change in New Guinea, Smithsonian Institution Press, Washington D.C., 1976.
12. Cfr. Ashley Montagu, The Direction of Human Development, cit.
13. Robert A. Hinde, Energy Models of Motivation, «Symposia of the Society for Experimental Biology», n. 14 (1960), pp. 119-230.
14. Leonard Berkowitz, Aggression: A Social Psychological Analysis, McGraw-Hill, New York, 1962; Albert Bandura, Aggression: A Social Learning Analysis, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1973.
15. Konrad Lorenz, On Aggression, cit., p. 244.
16. Vegezio, Epitoma Rei Militaris, 385, 3, Prologo.
FONTE: https://larivistaculturale.com/2021/09/28/antropologia-culturale-sociologia-aggressivita-gentilezza/
GIUSTIZIA E NORME
E I C.D. COSTITUZIONALISTI TACCIONO
AUGISTO SINAGRA 1 11 2021
https://t.me/radiofogna
IN ATTESA DELLA AGOGNATA NOMINA A GIUDICI COSTITUZIONALI
Lo stato di emergenza ai sensi dell’art. 24, comma 3, del Decreto legislativo 02/01/2018, n° 1, può durare al massimo un anno e può essere rinnovato al massimo per un altro anno. Dunque, un biennio che va a scadere il 31 gennaio 2022. A tale data non è più prorogabile ma a Draghi e a Speranza è stato detto che deve essere prorogato. Le ragioni si intuiscono facilmente e di sicuro c’è che non sono ragioni sanitarie di difesa della salute pubblica della quale l’illegittimo governo se ne straimpipa, tanto che oltre ai precedenti continui tagli alla sanità pubblica dei precedenti governi, quello attuale prevede un ulteriore taglio di sei miliardi di euro.
Poi, tanto per fare un esempio, a Trieste (luogo preso ad esempio per denunciare contagi farlocchi mentre, viceversa, in tutte le altre Città compresa Roma con le manifestazioni del 9 ottobre e del 15 ottobre organizzata dalla CGIL non vi è stato alcun aumento dei contagi, onde l’aumento farlocco di essi a Trieste è volto a impedire ulteriori manifestazioni dei Lavoratori portuali) le terapie intensive negli ospedali cittadini sono assolutamente vuote.
Certo, l’illegittimo governo può fare ricorso sempre allo strumento legislativo che, modificando il citato decreto legislativo del 2018, può fissare una più lunga durata di uno stato di emergenza privo di ogni presupposto e dunque finalizzato a scopi illeciti.
Vi è però un problema: la costituzionalità di un simile provvedimento legislativo (il Cav. Mario Draghi è lesto nell’emanare Decreti Legge di convenienza e ciò con il sostegno entusiastico di Capitan Fracassa e della Pulzella d’Orleans) che si risolve in una illegittima limitazione di sacrosanti diritti e libertà del cittadino.
In uno Stato normale, rispettoso della Costituzione, il Capo dello Stato rifiuterebbe con sdegno di firmare un simile Decreto Legge.
La magistratura ordinaria in sede di giudizio ordinario rimetterebbe gli atti alla Corte costituzionale e quest’ultima dichiarerebbe l’illegittimità costituzionale del provvedimento.
Nei fatti vi è che il Capo dello Stato sicuramente firmerà, nessun giudice accoglierà la questione di illegittimità costituzionale poiché storicamente la magistratura ordinaria tende sempre a compiacere il potere politico. E se pure la questione arrivasse alla Corte costituzionale, questa non esiterebbe a concludere nel senso che “Tutto va ben, madama la marchesa”.
D’altra parte, si tratta di quella Corte costituzionale che ebbe come suo primo Presidente quel tale Gaetano Azzariti che fino a pochi anni addietro presiedeva orgogliosamente quell’immondo schifo del “Tribunale della Razza”.
Questa è la situazione e di fronte a questa, lo ripeto ancora una volta non si può far ricorso a strumenti ordinari.
Una preghiera rivolgo, però, agli antifascisti: prima di parlare di Fascismo, sciacquatevi la bocca con l’acido muriatico.
FONTE: https://www.facebook.com/100070758812209/posts/139035681798392/
LA LINGUA SALVATA
Specola
spè-co-la
SIGNIFICATO Osservatorio astronomico; punto elevato o cima di un edificio da cui si può osservare il cielo; punto di vista
ETIMOLOGIA voce dotta recuperata dal latino specula ‘vedetta, osservatorio’, da spècere ‘osservare’.
Un caso stupendo di come le parole cambiano e acquistano un tono da tempi andati perché a cambiare sono le nostre città, e il modo in cui si conduce la ricerca.
È una parola che emerge nel rinascimento, recuperata dal latino — in cui ha i significati di osservatorio, altura, cima. È in generale il luogo di vedetta, e trae questo suo nome da un verbo, spècere, che origina anche lo speculum, lo specchio (letteralmente, lo ‘strumento per guardare’). Il fatto curioso è che viene recuperata non tanto in riferimento ai vasti rilievi che fanno da osservatorî naturali, ma in una dimensione specialmente artificiale, architettonica.
La specola è il luogo (del palazzo, s’intende, non della casupola) da cui si può osservare il cielo — un vero e proprio osservatorio astronomico, o semplicemente un punto elevato, una sommità da cui si possono condurre bene queste osservazioni. È un termine che testimonia l’antico rifiorire dell’interesse verso questa scienza, e che ancora dà il nome a torrini e, per eccellenza, ad edifici interi attrezzati con simili postazioni. (Io penso alla Specola di Firenze, sede del Museo di storia naturale, chiusa fino a data da stabilire, la cui torre ospita alla sommità una sala ottagonale che dà sul cielo a 360°.)
Ora, questo significato si è generalizzato per significare il belvedere, l’altana, la cima aperta a una vista panoramica — resta l’elemento architettonico, non la sua funzione celeste e astrofila. Anche perché l’inquinamento luminoso delle città, che trasforma l’adamantino cristallo nero del cielo in un opaco bibitone nerancione, fa sì che difficilmente una specola urbana dei tempi andati permetta più osservazioni di sensibile rilievo scientifico, o anche solo amatoriale. Si può quindi continuare a parlare delle specole che spuntano fra i tetti delle case, dell’alta specola affacciata sulla piazza, delle specole segrete che conosciamo solo noi e dove passiamo i momenti di pausa con qualche collega.
Ma in maniera molto significativa la specola diventa anche, in senso figurato, il punto di vista, la posizione ideologica. Ha un bel tratto poetico capace di ridare smalto e senso a metafore così usate da non far più percepire il senso proprio originale. Così potremmo parlare delle impressioni sulla situazione che abbiamo avuto dalla nostra specola, facciamo notare all’amico che le sue idee prendono corpo da una specola estremamente personale, e viaggiando incontriamo usi che secondo la nostra specola abituale sono barbari, ma che impariamo a giudicare altrimenti.
Che splendore, una parola che dalle cime di vedetta romane battute dal vento si fa architettura slanciata per ricerche squisite e di somma altezza — e metro di una porzione di cielo, di cognizione del mondo.
Parola pubblicata il 16 Novembre 2021
FONTE: https://unaparolaalgiorno.it/significato/specola
PANORAMA INTERNAZIONALE
Insuccesso del vaccino in tutto il mondo
Scritto da Alex Berenson tramite il substack “Unreported Truths”,
Da Singapore ai Paesi Bassi, dall’Islanda al Vermont. E presto in tutta la metà settentrionale degli Stati Uniti…
Non è così che doveva andare.
Morti che raggiungono nuovi massimi a Singapore ( 85% della popolazione completamente vaccinata – NON adulti, l’intera popolazione):
Fonte: Bloomberg
Un nuovo blocco nei Paesi Bassi ( 70% completamente vaccinato )
E in Islanda ( 76% completamente vaccinato ):
Come Vermont – lo stato americano più vaccinato ( 71% completamente vaccinato ) spacca i massimi per i casi:
Fonte: Bloomberg
Virus diventerà virus.
E sembra sempre di più che più cerchiamo di impedire che si trasformino in virus, peggiore sarà il rimbalzo.
* * *
Alex Berenson è un giornalista e autore di libri di narrativa e saggistica. Il suo ultimo libro, “Pandemia: come il coronavirus ha preso il controllo del nostro governo, dei diritti e delle vite” sarà pubblicato il 30 novembre.
FONTE: https://www.zerohedge.com/covid-19/worldwide-vaccine-failure?utm_source=&utm_medium=email&utm_campaign=275
POLITICA
E così il popolo italiano rinunciò a un pezzo di sovranità
Riflessione sui risultati del Referendum del 2020. Il paradosso di un popolo che decide di rinunciare alla propria sovranità. La vittoria clamorosa del Partito Anonimo dell’Antipolitica.

Betty&Giò, CC BY-SA 4.0, attraverso Wikimedia Commons
Fra vent’anni gli storici racconteranno di un evento paradossale accaduto in Italia: Il Referendum costituzionale del 20 e 21 settembre 2020.
Questa in sintesi la vicenda.
La legge costituzionale n. 240 del 12 ottobre 2019 dispone la riduzione dei seggi:
- della Camera dei deputati da 630 a 400
- del Senato della Repubblica da 315 a 200
(riduzione del 36,5% dei seggi del Parlamento)
Quesito: “Approvate il testo della legge costituzionale n. 240/2019?”
Risultato.
Elettori aventi diritto al voto 50.955.950
- Votanti 26.050.230 (51,12% degli aventi diritto)
- Non votanti 24.905.720 (48,88 degli aventi diritto)
Hanno votato SÌ 17.913.054 (69,96% dei votanti)
Hanno votato NO 7.692.029 (30,6% dei votanti)
Osserviamo.
Il totale dei votanti SÌ e dei Non votanti è di: 42.818.774 (17.913.054+24.905.72)
Quindi 43 milioni di elettori italiani su 51 milioni, l’84%, chiamati ritualmente a votare mediante Referendum costituzionale hanno deciso che:
non vogliono o non hanno nessun interesse ad essere rappresentati in Parlamento.
Nota Bene.
Il Referendum – che in questo caso viene denominato “confermativo” perché indetto per confermare una legge costituzionale – è un istituto di democrazia diretta.
Ciò significa che gli elettori sono chiamati a decidere direttamente: ognuno di essi individualmente con proprio voto personale, uguale libero e segreto. Quindi gli elettori che si sono astenuti hanno manifestato espressamente la loro “indifferenza” ad essere rappresentati in Parlamento e perciò i loro voti vanno sommati a quelli che hanno votato Sì.
È accaduto un fatto paradossale e unico nella storia di tutti i popoli compreso quello italiano.
Negli ultimi due secoli possiamo notare in tutte le regioni del Pianeta una costante richiesta delle popolazioni di ottenere maggiore rappresentanza nelle istituzioni. Si va dalla richiesta del suffragio universale sia maschile che femminile fino alla richiesta di un numero di seggi parlamentari che consenta ai cittadini elettori di avere un rapporto quanto più possibile ravvicinato con gli eletti in Parlamento.
Il Popolo italiano il 20 e 21 settembre 2020 è andato in senso contrario a detta tendenza e con l’84 per cento dei voti referendari ha scelto di rinunciare alla possibilità che gli era assicurata dalla Costituzione di avere un rapporto ravvicinato coi propri rappresentati. E ha deciso così, fatto inedito nella storia, una drastica auto-riduzione della propria sovranità.
Questo risultato induce a pensare che se il quesito referendario fosse stato: “Volete che sia abolito l’intero Parlamento?”Il Popolo avrebbe risposto: “Sì”.
Chi ha osservato le vicende politiche degli ultimi trent’anni non fatica a riconoscere nei risultati di questo Referendum l’ultima clamorosa vittoria di un partito che denomineremo qui provvisoriamente, per comodità di espressione, Partito Anonimo dell’Antipolitica (PAA).
Si tratta di un partito “trasversale” ossia presente all’interno delle forze politiche che storicamente si sono collocate sia destra che al centro che a sinistra. Un partito “anonimo” perché le persone che lo dirigono (pur avendo ovviamente nomi e cognomi) non vogliono apparire pubblicamente come responsabili di un’organizzazione politica ed evitano di esporre apertamente i loro obiettivi strategici e tattici.
Un partito potentissimo che ha sempre agito nella storia dell’Italia repubblicana e che è diventato dominante a partire dalla caduta del Muro di Berlino (fine 1989). Il suo obiettivo finale è quello di abolire i fondamenti della Costituzione: i partiti e il Parlamento. La tesi fondamentale della sua propaganda è sinteticamente enunciabile in questi termini.
La Costituzione Italiana è inadeguata alle esigenze della società odierna. I partiti che sono stati protagonisti della politica italiana sono, nel loro insieme, costituiti da una casta di ladri e parassiti sociali. Il Parlamento è il luogo nel quale i membri della casta occupano un numero esagerato di poltrone costosissime per i contribuenti e, con chiacchiere inutili, intralciano e impediscono un’efficace funzionamento del governo.
Per la sua azione il PAA ha utilizzato due strumenti: i grandi media e, negli ultimi 15 anni, il M5s di Beppe Grillo, un comico specializzato nell’incitamento all’odio, al disprezzo e all’ingiuria.
Non è questa la sede per descrivere dettagliatamente l’azione politica svolta dal PAA in questi anni.
Osserveremo soltanto che dopo questo Referendum esso può contare sul consenso plebiscitario del Popolo. Il quale, come dimostrano i risultati referendari in esame, ha accolto in pieno la tesi che partiti e parlamento vanno aboliti.
L’ironia amara suggerirebbe la storiella del marito che per far dispetto alla moglie taglia i propri…)
Ma il Popolo italiano non la pensa così e la volontà del popolo espressa mediante Referendum costituzionale va rispettata.
Chi scrive vorrebbe presentare sommessamente un’istanza ai capi del PAA affinché fosse concessa a quei pochi che non condividono l’opinione della stragrande maggioranza la facoltà di discutere sul tema dei partiti e del Parlamento. La risposta del PAA è nei fatti. Discutere non serve, è un’inutile e costosa perdita di tempo e proprio per questo vanno aboliti i partiti e il Parlamento. Per altro, la riduzione dei seggi delle due Camere è passata senza discussione dentro e fuori dai partiti e dentro e fuori dal Parlamento. Ma poi perché discutere se il Popolo ha già deciso con questa maggioranza?
A questo punto la mente di chi scrive va all’inizio degli anni ’60 del secolo scorso quando tra i ventenni di allora, pur di diverse tendenze politiche, era diffusa questa frase: “La Costituzione è la vera Patria di tutti gli Italiani”. Dopo di che gli viene in mente quel passo delle “Ultime lettere di Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo che dice: “Il sacrificio della nostra patria è consumato: tutto è perduto…”
Giorgio Pizzol
FONTE: https://www.pensalibero.it/e-cosi-il-popolo-italiano-rinuncio-a-un-pezzo-di-sovranita/
Robert Kennedy e la sparizione dalle tv della tabella con i vaccinati morti
Lettera aperta a Vespa, Merlino, Gruber, Berlinguer, Formigli, Floris, Giletti, Annunziata e chi ne segue la linea: dove sono finite le domande scomode?
di Antonio Amorosi – Domenica, 14 novembre 2021

Per sentire le affermazioni del leader americano con le proprie orecchie e capire se è un disinformatore No Vax, come lo descrivono giornali e tv, o un avvocato ambientalista da sempre dalla parte dei più deboli e che solleva dubbi sulle condizioni della libertà nel mondo, bisognava cercare le dirette web.
Nello spiegare le responsabilità dei governi, cosa sia questa nuova forma di controllo della società con il Green Pass, di sparizione dei dati, di manipolazione delle coscienze con la paura, Kennedy ha portato un esempio: “Nel 1967 hanno fatto un esperimento sociale. Sulla base di una calamità presunta, un’autorità sanitaria ha chiesto alla popolazione di fare qualcosa che violasse i propri diritti, valori e coscienza. Alla fine dell’esperimento, per tentare di uscire da quelle situazione, il 67% della popolazione ha fatto quello che gli veniva chiesto dalle autorità sanitarie, calpestando i propri valori e la propria coscienza”.
In questi giorni il Washington Post ha scritto che l’Italia è il laboratorio politico mondiale per eccellenza: per la prima volta si sperimentano limitazioni dei diritti mai visti in nessun Paese a democrazia avanzata. D’altronde noi italiani viviamo in uno stato di nevrosi collettiva da 2 anni: abbiamo paura della pandemia, ci fidiamo di governi, case farmaceutiche e virologi che la gestiscono con risultati discutibili, non li contestiamo pubblicamente ma sotto sotto ne vediamo limiti e magagne.
E i media ripetono il mantra del governo Draghi che bisogna vaccinarsi altrimenti si muore: se ti vaccini contro il Covid, a differenza dei No vax, non finisci in ospedale e non sviluppi la malattia grave. Cosa ripetono tv e giornali a canali unificati? Che i vaccinati non muoiono, alcuni finiscono in terapia intensiva, è un paradosso perché sono tantissimi i vaccinati, ma non muoiono.
In questa nevrosi collettiva ciò che è scomparso sono i dati, il mondo reale e le domande, fatti di 137.000 morti.
Qualche giorno fa si è tenuto a Torino un convegno critico sulle politiche pandemiche. C’erano scienziati, medici, ricercatori, filosofi, giuristi italiani di stampo internazionale che hanno smontato pezzo pezzo cosa è stato detto sulla pandemia negli ultimi due anni. Sarebbe bastato dargli spazio con continuità su un media mainstream per avere oggi una rappresentazione completamente diversa di quanto accaduto. Figure della capacità dialettica di un patologo, esperto di sistemi complessi come il professor Mariano Bizzarri de la Sapienza, filosofi che conosciamo come Massimo Cacciari e Giorgio Agamben, giuristi come Ugo Mattei, il massmediologo Carlo Freccero e chi più ne ha più ne metta.
Si preferisce non ascoltarli e se gli si dà spazio li si aggredisce verbalmente, impedendogli di parlare, preferendo leader approssimativi e discutibili, come Roberto Speranza e Luciana Lamorgese, che scaricano i loro insuccessi sui comportamenti della gente. In tv le critiche al governo non sono ben viste. Le critiche si fanno alle persone che non hanno potere, mostrandone casomai le contraddizioni ben che vada o meglio si invita un estremista strampalato (più lo è meglio funziona), lo si dipinge come un rappresentante dei contestatari e lo si ridicolizza. Chi dissente è diventato un problema. E’ un mondo alla rovescia. Come con gli asintomatici trattati né più né meno da untori.
O il contagio: lo si vede nelle piazze che protestano e per questo si vietano le manifestazioni-assembramenti ma contemporaneamente si chiede che lo stadio Olimpico sia pieno per la partita Italia-Svizzera. Contraddizioni senza giustificazioni che hanno fatto sparire tutti i diritti, privilegiando solo quello alla salute.
L’assenza delle tv mainstream con Kennedy ne è l’ennesima prova. La propaganda mondiale a traino dei governi è l’unica via. In realtà in piazza i tg mainstream c’erano e in prima serata, dopo il classico servizio di morte e distruzione, con immagini delle terapie intensive stracolme di intubati non vaccinati, (non è vero: in questo momento l’occupazione delle terapie intensive non supera il 10%) e il contagio che semina il panico in Europa, hanno fatto un ritratto del leader americano in piazza, intento in una sorta di delirio negazionista ad arringare la folla. Addirittura oggi è stato deriso sul Corriere della Sera da Beppe Severgnini che lo ha ridicolizzato in modo paternalistico chiamando in causa il padre ucciso “che interceda per noi” con il signore, visto che il figlio è svitato. Quasi che Robert Kennedy jr sia un esagitato privo di sostanza e lo ha descritto pure “senza voce”, quando almeno su questo bastava documentarsi un minimo per sapere che Kennedy soffre di una disfonia spasmodica alla laringe che gliela fa tremare. Bisogna vivere la richiesta di libertà come una colpa, in questa epoca in cui la scienza è dominata dagli affari e utilizzata strumentalmente dai governanti.
Cari colleghi, ma dove è finita la realtà, il giornalismo? Cosa si fa per informare correttamente i cittadini? Ci fidiamo solo ciecamente dei governi?
Cari colleghi che organizzate i talk show, Myrta Merlino, Bruno Vespa, Giovanni Floris, Corrado Formigli, Bianca Berlinguer, Lilli Gruber, Massimo Giletti, Lucia Annunziata e tutti quelli che ne seguono la linea, dove sono finite le domande scomode?
Tra voi ci sono persone che stimo. Ma non sentite il dovere di farle ai governi, invece che alla gente inerme che quando è invitata viene ridicolizzata e derisa? Alcuni di voi queste domande le hanno fatte, va detto. Ma non vedete una sproporzione ciclopica di trattamento? Dove sono finiti il potere, la realtà e i suoi numeri?
Eppure avete colleghi, troupe, risorse. In controtendenza sono nate migliaia di web tv, pagine di social, siti di persone che si sono stancate del racconto della vostra tv. La realtà anche per loro è sparita e non intendono più aspettare: la raccontano con i loro mezzi e scendono in piazza a contestare la stampa. Ma ci rendiamo conto? Sono tutti invasati? Possibile?
Facciamo un esempio per capirci. Se ne potrebbero fare a centinaia ma ne porto uno degli ultimi giorni. C’è una tabella che nessun effetto paradosso può nascondere e che da settimane è sulle scrivanie di tutti, una piccola tabella pubblicata dall’Istituto Superiore di Sanità (DATA PUBBLICAZIONE: 29 OTTOBRE 2021). La tabella dice che negli ultimi 30 giorni tra i decessi in Italia abbiamo avuto 511 non vaccinati e 461 vaccinati.
Qui c’è una piccola, grandissima verità che non compare nei vostri dibattiti e collide con l’etica giornalistica. Non è che si può nasconderla con l’effetto paradosso. Non è vero che i vaccinati, quando malauguratamente finiscono in terapia intensiva, non muoiano. Ne muoiono tantissimi, troppi! Tra questi 337 sono ultra ottantenni, così come della stessa età ne muoiono tanti che non sono vaccinati. Sono addirittura morte 16 persone vaccinate con un’età compresa tra i 12 ai 59 anni.
E allora sorge la domanda: non è che la realtà è un po’ più complessa della narrativa messa in piedi fino ad oggi? Non sarebbe il caso di farsi qualche domanda in più?
Non è che le misure adottate dai governi sono sbagliate? E bisognava fare come Corea del Sud e Svezia, che da inizio pandemia hanno un numero ridottissimo di morti, non hanno mai avuto un lockdown e la nostra crisi sociale, ma proteggono gli ultra anziani e fanno circolare il virus nel resto della popolazione per fargli perdere carica virale?
Non l’avete vista questa tabella? Ve ne siete dimenticati?
*Un lettore mi chiede di segnalare cosa sia l’effetto paradosso che cito nell’articolo.
L’effetto paradosso, di Simpson, fa si che il numero assoluto tra infezioni, ospedalizzazioni e decessi possa essere simile tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati, vista la percetuale elevata di vaccinati e la minoranza di non vaccinati. A fronte di questi dati parziali pubblicati, il vaccino incide in modo positivo. Ma nell’insieme non dovrebbero esserci percentuali così elevate di decessi tra i vaccinati. La condizione di ognuno, il rapporto costi-benefici, andrebbe sempre valutata caso per caso, persona per persona, considerando gli indici non trascurabili di reazioni avverse post vaccinazione, resi pubblici nei report degli organismi di vigilanza. Oltretutto nei media mainstream italiani si continua a dire, senza voci discordanti, che i vaccinati si ammalano gravemente ma tendenzialmente non muoiono.
FONTE: https://www.affaritaliani.it/politica/robert-kennedy-la-sparizione-dalle-tv-della-tabella-con-i-vaccinati-morti-767145.html
Sulla nave dei folli
di Il Rovescio
Mai come in questo periodo ci sentiamo come il mozzo di cui parlava Theodore Kaczynski nel suo racconto La nave dei folli. La storia è nota. La nave – metafora della società tecno-industriale – sta procedendo verso degli iceberg su cui è destinata a frantumarsi. Il mozzo lancia l’allarme ai suoi compagni di viaggio, cercando di far capire loro che cambiare rotta è l’unica scelta che contiene tutte le altre (dove approdare e come cambiare i rapporti tra l’equipaggio; insomma quelle questioni di libertà, uguaglianza e solidarietà che si pongono agli umani fin da quando esistono il dominio, la gerarchia, lo sfruttamento). Il resto dell’equipaggio elenca i problemi a suo avviso ben più gravi e urgenti da risolvere: le differenze di salario, il razzismo, il sessismo, l’omofobia e la brutalità verso gli animali. Insistendo sul fatto che per cambiare la vita sulla nave è necessario che una nave ancora esista – e cioè che la priorità di cambiare rotta fa diventare secondarie tutte le altre giuste rivendicazioni – il mozzo diventa l’oggetto degli strali incrociati da parte dell’equipaggio: reazionario, specista, omofobo, sessista! Gli insulti risuonano ancora mentre la nave si frantuma contro gli iceberg e si inabissa.
Come nel precedente La società industriale e il suo avvenire (il cosiddetto manifesto di Unabomber, la cui paternità, a onor del vero, Kaczynski non ha né smentito né rivendicato) e nei successivi Colpisci dove più nuoce e Anti-tech revolution, la parte presa di mira è soprattutto la sinistra, rappresentata fino al parossismo dall’equipaggio della nave. Data la sua natura “sovra-socializzata”, riformista e progressista, la sinistra è condizionata secondo Kaczynski a diventare la principale stampella del tecno-capitalismo, il quale nasconde i propri programmi di disumanizzazione attraverso le sue seducenti promesse di superamento di ogni limite e di espansione dell’Io. Dire che ci siamo in pieno è oggi persino banale.
L’attuale naufragio intellettuale, etico e pratico della sinistra e dell’estrema sinistra di fronte all’Emergenza – un sistema di governo che funziona da vero e proprio acceleratore dei programmi tecnocratici – ha radici lontane. Aver considerato a lungo lo sviluppo delle tecno-scienze come una variabile secondaria dello scontro di classe – quando non addirittura un apparato di conoscenze e di mezzi riorientabile in senso emancipatorio – non permette ora di cogliere i prodotti concreti dietro l’etichetta con cui vengono venduti. Visto che sull’etichetta c’è scritto “vaccini”, si continua a pensare ciò che già si pensava dei vaccini contro il vaiolo o la poliomielite. Il fatto che quelli a m-RNA siano piattaforme biotecnologiche (software of life, nel linguaggio dei genetisti) che introducono nei corpi informazioni genetiche – e non virus disattivato o attenuato – appare del tutto irrilevante. La critica della Scienza non è forse un’attitudine reazionaria? Ci hanno detto che il “green pass” serve a contenere i contagi da Covid-19, e dentro quella cornice si dibatte pro o contro. Che i progetti di passaporti tecno-sanitari – e più in generale la creazione di un’identità digitale da affibbiare a ciascun umano – precedano sia l’epidemia da Sars-Cov-2 sia la vaccinazione di massa sono “dettagli” che non entrano nel dibattito. Lo stesso si può dire delle analisi dedicate al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Vi si legge la continuazione delle solite politiche neoliberali, dentro le quali si assorbe senza difficoltà la digitalizzazione dell’industria, dell’agricoltura, della pubblica amministrazione e della Sanità. Eppure basterebbe poco per capire che oggi l’Intelligenza Artificiale e i suoi algoritmi sono il motore della finanza, della produzione, della comunicazione, della logistica, della ricerca medica e dell’agribusiness. Ecco qualche esempio.
«Più del 40% dell’attività online è già gestita da automi. L’Internet delle cose naturalmente accelera l’attività non umana: nel 2023, le connessioni fra macchine (si parla anche di M2M, “machine to machine”), in particolare nelle case iper-connesse e sulle automobili intelligenti, dovrebbero rappresentare la metà delle connessioni sul Web».
«Nel settore finanziario, la speculazione automatizzata rappresenta il 70% delle transazioni globali e fino al 40% del valore dei titoli scambiati. Stiamo passando da una rete usata da e per gli esseri umani a un Internet gestito da, e magari per, le macchine [corollario ecologico: «il fatto è che i fondi guidati dalle macchine distruggono l’ambiente più di quelli guidati dagli umani»]».
«Nel 2017, un fondo di Hong Kong, Deep Knowledge Ventures, ha annunciato la nomina di un robot, chiamato Vital, nel suo consiglio di amministrazione. Nessuna decisione sarà più presa senza un confronto con la sua analisi».
(Le citazioni sono tratte da L’Enfer numérique. Voyage au bout d’un like di Guillaume Pitron).
L’iceberg verso cui sta andando a schiantarsi la nave non è solo il collasso ecologico, dunque, ma l’espulsione degli umani dalle scelte e dai conflitti della vita. Anzi, il primo è accelerato dalla seconda, mentre la seconda occulta il primo con un manto green.
La favola di Kaczynski, benché abbia un finale tragico, dà una rappresentazione insieme caricaturale e rassicurante del conflitto sociale. I protagonisti del racconto sono tre: la dismisura tecno-industriale, la lucidità del mozzo e la litigiosa miopia del campo progressista. Sulla nave dei folli reale, tuttavia, le cose stanno in maniera ben diversa, come mostrano in modo particolarmente lampante questi ultimi mesi in Italia e nel mondo. C’è una parte dell’equipaggio che non insulta il mozzo, ma lo incoraggia con parole oscene: «Hai ragione, cambiamo rotta! Sottraiamo la nave ai destini imposti dall’élite globalista e facciamo tornare l’equipaggio – capitani, cuochi e lustraponti – un’autentica Nazione!». Mentre qualcun altro, rivolto ai marinai che si lamentano, rincara: «Sono le vostre idee sul genere e contro la famiglia tradizionale che ci stanno portando dritti contro l’iceberg!». Ben più difficile, insomma, indossare i panni dell’eroe (per quanto tragico) nel mondo reale dei conflitti. La semplificazione operata da Kaczynski non è una dimenticanza, ma una scelta ben precisa. Nei suoi vari scritti, infatti, ciò che egli rimprovera alla destra è di non essere realmente contro il progresso tecno-industriale, ma solo contro alcune delle sue manifestazioni. Ora, Kaczynski non è anarchico, come dimostrano gli esempi storici a cui secondo lui si dovrebbe ispirare una rivoluzione anti-tecnologica: i modelli politici e organizzativi dei giacobini e dei bolscevichi. Insomma, stabilito il fine (l’abbattimento del sistema tecnologico), il percorso verso l’obiettivo è improntato a un unico criterio: l’efficacia, senza alcuna considerazione sul rapporto di coerenza etico-pratica tra i mezzi e i fini. Il che non solo riproduce in pieno il machiavellismo tipico dei rivoluzionari autoritari, ma accetta inconsapevolmente uno dei fondamenti dello stesso apparato delle tecno-scienze, cioè l’efficacia dei risultati come valore in sé. È ben curioso che questa contraddizione sia stata poco sottolineata dagli editori dei suoi scritti (fossero o siano essi dei surrealisti, l’Encyclopédie des Nuisances, dei primitivisti anarchici o degli anarchici tout court). È senz’altro vero che il centro dell’analisi di Kaczynski riguarda quell’insieme di problemi che nessuno che aspira alla trasformazione radicale della società può ignorare. Ma il problema del come e del con chi attuare quel cambiamento non è certo da meno. Visto che tanti sinistri hanno letteralmente mandato in lockdown i loro cervelli, accettiamo per questo collaborazioni con i reazionari? E chi sono, oggi, i reazionari?
La critica radicale della tecno-industria precisa e attualizza la critica anarchica storica dello Stato, delle classi, della gerarchia. Ma non la sostituisce.
Oggi il contesto è quanto mai melmoso. Se da un lato persino parti del movimento libertario scivolano sul terreno del transumanesimo (ci sono addirittura dei tecno-mentecatti che hanno redatto un vero e proprio Manifesto anarco-transumanista…), dall’altro non mancano i rosso-bruni – più o meno mascherati – che ci strizzano l’occhio. Questa melma è profondamente storica (prodotto di una certa fase del capitalismo e di un attacco senza precedenti a tutte le facoltà umane: alle percezioni, ai sentimenti, al pensiero, ai corpi, alla capacità di associarsi…) e non la si scalza semplicemente con gli anatemi o con qualche cautelativa lista di anti-(fascista, sessista, razzista ecc.). Tanto meno con i riflessi pavloviani: se di certi temi si occupano anche i reazionari, allora noi parliamo d’altro.
La mobilitazione contro il lasciapassare “sanitario” è, da questo punto di vista, un buon indicatore (sia degli iceberg che si avvicinano, sia degli umori che serpeggiano tra l’equipaggio della nave).
I termini del conflitto (l’intreccio tra sperimentazione biomedica ed estensione del controllo digitale), la sua natura “mostruosa”, così come il fatto che i posizionamenti di tanta estrema sinistra stiano favorendo il gioco di fascisti, rosso-bruni e reazionari vari: tutto questo era facilmente prevedibile. Non grazie a chissà quale sagacia della teoria rivoluzionaria, ma in base a due elementi ricavabili osservando le dinamiche invece di sprofondare nei dettagli. Il primo elemento è che il comando tecnocratico, una volta inserito il “pilota automatico”, dichiara come “ipotesi da non escludere” ciò che sta già realizzando, rendendo in tal modo le sue mosse anticipabili. Il secondo è semplicemente il rovescio del primo: se non si fa saltare l’intero “cronoprogramma” (prima il confinamento con le fabbriche aperte, poi il coprifuoco, poi la nomina di un generale Nato quale Commissario straordinario per l’Emergenza…), per una singolare coerenza al ribasso si accetta anche il lasciapassare, l’ultima – per ora – mossa del quadrante dei comandi.
Ecco qualche spunto:
«Poco importa se il parlamento europeo ha acconsentito ad usare vaccini e trattamenti anti-Covid a base OGM: dopo decenni di lotte per bloccare l’entrata degli OGM nell’agricoltura e nei piatti, adesso, per via della grandissima minaccia coronavirus, con tanta naturalezza – pure con il plauso generale! – verranno iniettati direttamente nei nostro corpi, con conseguenze imprevedibili. Poco importa se tutto ciò significa una restrizione delle, non certo larghe, libertà che abbiamo; perché al di là delle chiacchiere sull’obbligatorietà o meno, siamo sicuri che non ci saranno penalizzazioni di alcun tipo (se non proprio pecuniarie, di limitazione negli spostamenti, ecc.)?» (“L’impazienza”, n. 4, ottobre 2020).
«Il messaggio è chiaro: se non lo accettate di buon grado per “spirito di responsabilità”, ve lo faremo accettare per forza. Magari non con un obbligo diretto, ma con la coercizione indiretta: il governatore della Campania ha già predisposto un nuovo tesserino sanitario che permetterà ai soli vaccinati di avere accesso a certi luoghi o servizi. Insomma, il sistema cinese del “credito sociale” si avvicina» (Note urgenti contro la campagna militar-vaccinale, ilrovescio, gennaio 2021).
«I fatti di Capitol Hill aumenteranno la forza di richiamo “anti-sistema” del trumpismo anche in settori meno (o per nulla) borghesi. […] Il modo in cui si risponderà alle misure governative sul Covid-19 (a partire dalla campagna “militar-vaccinale”) deciderà non poco in che direzione andrà lo scontro. Pensiamoci. Davvero» (Sui fatti di Capitol Hill, ilrovescio, gennaio 2021).
«Niente meno che un rampollo dei Kennedy ha arringato la folla [a Berlino] contro la “dittatura sanitaria” chiamando nei fatti ad appoggiare i campioni della libertà di stanza a Washington. Il che, ovviamente, non esaurisce le ragioni e, soprattutto, l’eterogeneità della composizione sociale della protesta, che dovrebbe rivitalizzarsi a seguito di una campagna vaccinale mRna che sempre più sembra assumere i connotati di una sperimentazione biopolitica su scala di massa» (da una nota contenuta nel Dopo Trump di Raffaele Sciortino, gennaio 2021).
«Poniamo allora che un infermiere e un’insegnante iscritti a quel sindacato [USB] decidessero di rifiutare di farsi somministrare il vaccino mRNA e per questo venissero minacciati di sanzioni o di licenziamento: come verrebbero difesi da chi li considera dei tarati mentali che capiscono solo “con un po’ di spavento”? Se costui o costei non ha una specchiata “coscienza politica”, ma non si fida della scienza di Stato, si rivolgerà magari a qualche gruppo che si dichiara contro la “dittatura sanitaria”. E poi ci si meraviglia dei successi del trumpismo anche in campo proletario…» (La posta in gioco, ilrovescio, febbraio 2021).
«Rispedire al mittente l’obbligatorietà [della vaccinazione per il personale sanitario] è importante per tutti: altrimenti, tra un po’ di tempo, senza pass vaccinale non si andrà nemmeno al ristorante…» (Fermiamo la Vaccelerazione, Collettivo salute e libertà, aprile 2021).
Prima di soffermarci sulle “piazze no green pass” come prisma di questa fase storica, facciamo qualche passo indietro e cerchiamo di riannodare un po’ di fili.
Negli anni scorsi abbiamo dedicato alcune analisi a quella che chiamavamo mobilitazione reazionaria. Non ci riferivamo a un presunto rischio di ritorno a modalità fasciste di governo – l’involucro democratico resta la forma più adatta per la dittatura dei capitalisti, dei tecnocrati e dei militari –, bensì ai sentimenti che si agitano nella società e alle espressioni che assumono le proteste. Ora, quei sentimenti e quelle espressioni non si distinguono nettamente dalle più generali illusioni riformiste e legalitarie, ma hanno alcune specificità, le quali attualizzano determinati “miti” storicamente fascisti e allo stesso tempo riflettono gli scontri in atto tra le diverse fazioni del capitale e del potere. Pensiamo al concetto mussoliniano di “produttore” contrapposto a quello di “speculatore”. Il “produttore” in senso fascista – versione nazionalizzata del discorso proudhoniano e soreliano – comprende sia il salariato sia il capitalista in quanto figure complementari e necessarie alla ricchezza nazionale. Il “sindacalismo nazionale” è allora quella forma di contrattazione con cui si realizza la sintesi tra gli interessi dei lavoratori e quelli dei capitani d’industria. La speculazione finanziaria è, al contrario, l’impresa apolide i cui profitti depredano invece di arricchire le nazioni. Si tratta appunto di “miti”, perché nel mondo reale del profitto non c’è alcuna separazione tra il capitalismo industriale e il capitalismo finanziario. Di questi “miti” esiste anche una versione di sinistra, che non è solo quella togliattiana, ma anche gramsciana: la classe operaia come soggetto storico che può realizzare compiutamente gli interessi della nazione, contro una borghesia che frena, per le proprie esigenze di profitto, lo sviluppo della produzione e dell’industria nazionali. Il fatto che l’attuale “sovranismo” sia un Giano bifronte – con una faccia di destra e una di sinistra – non deve sorprendere. L’illusione di poter contrapporre gli interessi nazionali – e in quel quadro tornare a disporre di un maggiore potere contrattuale nei confronti del proprio padronato – alla “dittatura” del capitalismo finanziario “mondiale”, la cui ferocia è direttamente proporzionale all’intelligenza delle macchine che incorpora, non è campata per aria: è il riflesso delle difficoltà proletarie a lottare sul piano internazionale e dei proletari a concepirsi e a battersi in quanto umani.
Il processo storico incrociato di digitalizzazione della società e di ingegnerizzazione dei corpi attacca le facoltà della specie umana nella misura in cui affonda il proprio tallone di ferro classista. Sono dei corpi poveri e di colore che devono sfinirsi nelle miniere di coltan, nei campi OGM o nei magazzini della logistica affinché il capitale totale possa alienare l’intera umanità. È per il ruolo che svolgono nella società – non certo per le loro pretese virtù intrinseche – che gli sfruttati possono liberare se stessi solo liberando l’umanità – e viceversa.
Facciamo a questo punto una rapida incursione nella protesta contro il “green pass”.
Perché dentro una mobilitazione interclassista in cerca di “contro-poteri” uno più illusorio dell’altro (la Costituzione, la magistratura, i poliziotti buoni, Norimberga…) si è formato un vero e proprio “mito” dei portuali? Non certo per l’ideologia di questo o quel lavoratore del porto, ma perché i portuali possono far male all’economia e quindi al governo; perché possono far male a partire dal proprio luogo di lavoro; perché la loro azione può essere efficace senza essere “violenta” (il tabù della “violenza” accompagna da decenni ogni protesta di massa, almeno qui in Italia). Ma non basta di per sé la discesa in campo di un settore di classe e di un elemento di forza per dissipare le illusioni “sovraniste”. Ed è ridicolo separare in modo manicheo lavoratori da un lato e forze reazionarie o fasciste dall’altro; non solo perché, banalmente, anche i fascisti possono essere dei salariati, così come degli sfruttati possono avere delle idee reazionarie, ma anche perché è proprio sul rapporto tra individui, classe e umanità che agiscono sia la mobilitazione reazionaria in atto da tempo sia l’ideologia democratica. Senza un allargamento del conflitto – e stendiamo qui un velo pietoso su quei settori del sindacalismo di base che hanno deliberatamente scelto di non ingaggiare sul proprio terreno la battaglia sociale contro il lasciapassare, preferendo la vertenza sindacale sui tamponi gratuiti pagati dalle aziende –, il lavoratore (anche quando si muove per un giusto e lodevole senso di solidarietà) è circondato dai vampiri: sia quelli che ne fanno un alfiere della Costituzione sia quelli che ne fanno un “eroe della Nazione” contro le “élite globaliste” (anzi, è proprio in mezzo ai primi che i secondi riescono abilmente a nascondersi). Il vampirismo si fa largo offrendo appoggio materiale, ad esempio fornendo quella copertura per gli scioperi che né i sindacati di base né, tanto meno, quelli di Stato hanno voluto garantire. È il caso della FISI (Federazione Italiana dei Sindacati Intercategoriali), nata dalla convergenza tra fascisti dichiarati e alcuni elementi provenienti dal “sovranismo di sinistra”. Aggiungiamoci il lavoro sistematico dei media per “perimetrare” la protesta contro il lasciapassare stamburando di continuo le equazioni no green pass=no vax=complottisti=estrema destra1, condito con la più grottesca e menzognera allerta “antifascista” (a difesa, tanto per cambiare, della Costituzione, che tradotto in concreto significa: dell’unità nazionale) e la nebbia si fa ancora più fitta.
Benché non manchino, in Italia come a livello internazionale, dei veri e propri think tank cospirazionisti (e la loro influenza si può riconoscere facilmente dai discorsi che circolano nelle piazze), il cosiddetto “complottismo” – parola che è ormai un vero e proprio ordigno concettuale nella guerra psicologica condotta dalla macchina politico-militare-mediatica contro ogni forma di resistenza – è anche l’espressione di un bisogno sociale: quello di spiegarsi gli eventi storici in modo semplificato. Il motivo non è misterioso. La conclusione per cui solo una rottura rivoluzionaria può preservare il Pianeta e insieme la nostra comune umanità non solo è poco di moda, ma è difficile da declinare nella solitudine delle personali battaglie quotidiane contro il capitale totale. È certo più rassicurante attribuire la perdita vertiginosa di ogni potere sulla propria vita e sui propri corpi a Bill Gates o ai transumanisti di Google che alle dinamiche strutturali di un intero sistema sociale. Ma questo non vale solo per le piazze “no green pass”. Vale anche per gli operai che attribuiscono il proprio licenziamento alla particolare rapacità speculativa della multinazionale che chiude uno stabilimento in piena produttività, chiedendo al governo di intervenire contro un tale “scandalo”.
Più ci si allontana dal conflitto economicistico-sindacale e si procede verso terreni di scontro che necessitano di un giudizio etico-sociale sul mondo in cui viviamo, e più saltano gli schemi. Ai progetti transumanisti (che corrispondono sì a determinate fazioni del capitale, ma che tracciano la via per tutto il dominio capitalistico2) non si può contrapporre il negoziato sindacale più o meno radicale nelle sue forme, bensì una visione dell’umano, della natura e della storia. Ed è lì che il progressismo di sinistra mostra i propri elementi comuni con ciò che la tecno-industria afferma di perseguire (un dirigente di Google può tranquillamente aborrire le discriminazioni di genere, perché per lui gli esseri umani sono tutti uguali: macchine). Ma è anche lì che la critica rivoluzionaria delle tecno-scienze condivide suo malgrado dei “no” con l’estrema destra e con l’integralismo cattolico (sulla manipolazione genetica, ad esempio). Ed è sempre lì che le proteste contro il cambiamento climatico incrociano le esigenze di un certo capitalismo di investire in nuove tecnologie (i tecnocrati non fanno per nulla “bla, bla, bla”, bensì trasformano ogni emergenza in una fuga in avanti verso la conquista di nuovi terreni di profitto e di dominio). Ecco allora che un primo ministro atlantista può permettersi addirittura di ringraziare gli attivisti contro il cambiamento climatico (perché “indicano la rotta”), il che permette ai bruni e ai “rossi” per cui l’alternativa è Putin di presentare quegli stessi attivisti come pedine dell’élite globalista…
Ora, certe pretese “convergenze” non sono una novità storica in senso assoluto. E nemmeno il loro sfruttamento da parte delle diverse fazioni capitalistiche in guerra. Di fronte all’insurrezione ungherese del 1956, gli anarchici e i marxisti rivoluzionari, che la difesero in quanto proletaria, anti-burocratica e anti-capitalista, dovettero sfidare i tiri incrociati e le trappole di tutte le ideologie. Gli stalinisti presentavano infatti i ribelli magiari come fascisti, gli atlantisti come democratici e i fascisti come nazionalisti e anti-comunisti. Non che mancassero, a Budapest come nelle altre città d’Ungheria, i richiami alla democrazia o le bandiere nazionali (e nemmeno i “bianchi”, i monarchici ecc.), ma l’elemento che faceva paura tanto ai padroni dell’Est come dell’Ovest era ben altro: una rivolta di operai armati e decisi a “far da sé”.
Oggi, di fronte al feroce attacco sferrato alle condizioni dei salariati e alle facoltà degli umani in quanto tali, i tiri incrociati e le trappole si fanno ancora più subdoli. Così, mentre si applica agli umani una versione attenuata del trattamento che si infligge da tempo agli animali negli allevamenti industriali (se ai secondi – come ha notato con acume qualcuno – si inseriscono direttamente dei microchip tramite vaccinazione per poterli tracciare con gli scanner, ai primi si impone di esibire di continuo un QR code per poter verificare tramite una app dello smartphone se si sono vaccinati), migliaia di “scappati di casa” denunciano che l’obiettivo è il controllo delle popolazioni, derisi da certi intellettuali e militanti di sinistra per i quali il lasciapassare tecno-sanitario non sarebbe niente di diverso dalla patente di guida…
Cosa ci suggerisce il fatto che le proteste contro il “green pass” siano forse le più criminalizzate, mistificate, distorte e derise degli ultimi decenni? La paura che si sviluppi, tra lo sporco di alcune sue forme immediate, una diffusa resistenza al mondo-macchina (nel quale gli ordini digitali non si discutono: si eseguono). Che tale resistenza si nutra di “miti” democratici, reazionari o egualitari, di Costituzione, di San Michele Arcangelo o di Ned Ludd, per i tecnocrati è secondario (quando mai hanno avuto dei princìpi, loro). Il crimine di un tale resistenza è semplicemente quello di esistere.
L’Emergenza sta rafforzando in ogni ambito il paradigma cibernetico. La cibernetica – che è, come suggerisce l’etimologia, l’arte di pilotare – nasce storicamente dalla fusione di diversi settori: il complesso militare, l’organizzazione scientifica della produzione e la psicologia comportamentistica, decisa a diventare una vera e propria fisica sociale. Si tratta dell’“utopia capitale” di ricavare dei dati sempre più “esatti” dai comportamenti umani al fine di organizzare in modo scientifico e razionale l’intero sistema sociale. In altre parole, di fare della società un laboratorio permanente la cui gestione va affidata agli esperti. L’intento dichiarato è quello di farla finita con la “politica” – i cui dissidi derivano dalla molteplicità delle opinioni e dei giudizi di valore, nonché dalla distribuzione troppo casuale dei ruoli di comando e di esecuzione. A un tale caos umano, troppo umano, la macchina cibernetica oppone criteri “oggettivi” – cioè non discutibili – di organizzazione. Per realizzare tale “utopia” – un laboratorio che funzioni senza ostacoli – è necessario superare due barriere culturali: il “mito” dell’individualità e quello della natura. Con quel che ne consegue: scomposti nei fasci di reazione che caratterizzano la loro vita, gli esseri umani possono essere educati ed organizzati da un preciso sistema di stimoli e di disincentivi; non è possibile assegnare in anticipo dei limiti etici e sociali (cioè “soggettivi”) agli esperimenti scientifici. Si procede e si vede strada facendo. L’invenzione del DNA ha fornito a questo programma di scomposizione dell’unicità degli individui una sorta di esattezza molecolare: il genoma con le sue leggi. Per smontare ogni idea di “natura” (quel “tessuto di necessità” su cui gli umani possono sì intervenire, ma che non possono né abolire né fabbricare), invece, la cibernetica ha messo al proprio servizio i contributi della filosofia post-strutturalista. Lo sviluppo delle tecnologie digitali e dell’ingegneria genetica – con la presenza discreta dei militari – è riuscito poi a ridurre l’intera realtà a un flusso di informazioni. E per chi oppone dei princìpi (religiosi, umanistici o rivoluzionari), gli anatemi sono già pronti: “essenzialista” e reazionario. Per chi non ha princìpi, invece, non esistono limiti, ma solo il calcolo di costi e benefici.
Come aveva lucidamente intuìto Simone Weil, se scivoliamo dai «doveri verso l’essere umano» – quei princìpi per lei sovrannaturali e per noi interamente terrestri – al negoziato dei “diritti” sulla base di ciò che è tecnicamente realizzabile, siamo già entrati inconsapevolmente nel Laboratorio.
Il paradigma cibernetico avanza sempre in nome di un bene superiore. D’altronde, come faceva notare qualche anno fa lo scrittore afroamericano Ta-Nehisi, «non è mai esistita un’età dell’oro in cui i malvagi facevano il loro mestiere sbandierandolo ai quattro venti come tale». Per questo alla domanda del padrone se deve prevalere il diritto individuale alla libertà o quello collettivo alla salute, è necessario rifiutarsi risolutamente di rispondere. Il nostro classismo non contesta semplicemente questa o quella misura governativa, ma il fatto stesso che lo Stato si presenti come garante del “bene comune”; il nostro umanesimo si basa su un’idea altra sia di libertà sia di salute.
Dal momento che il capitalismo non può – pena l’abolizione di se stesso – rimuovere le cause strutturali delle epidemie (deforestazione, concentrazioni urbane sempre più smisurate, allevamenti intesivi, cibo adulterato, costante aggressione chimica al sistema immunitario ecc.), ne tampona unicamente gli effetti. Nel farlo, ovviamente, impone dei provvedimenti che seguono delle direttrici di classe – e di genere – ben precise, chiedendo nel frattempo alla tecno-scienza di approntare qualche rimedio per andare avanti. I rimedi che la tecno-industria mette a disposizione non riflettono solo gli interessi e la concorrenza ineliminabili nel sistema capitalistico, bensì incorporano sempre una certa visione dell’umano, dei corpi e della natura. (Come abbiamo visto sopra, questa visione è da tempo interna al paradigma cibernetico, nel quale tutto – dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo – è considerato un flusso di informazioni3). Ma tra l’obiettivo di preservare il sistema e i mezzi tecno-scientifici impiegati per realizzare tale obiettivo avviene anche altro. La tecno-scienza non si limita a mettere a disposizione le proprie innovazioni per risolvere una qualsiasi “crisi”, ma fa della “crisi” un’occasione irrinunciabile per “sdoganare” quelle innovazioni che a quote più normali non sarebbe riuscita ad imporre. Proprio perché “l’utopia capitale” si spinge fino a fabbricare la materia vivente stessa (corpi compresi), c’è bisogno di un nuovo umanesimo per resistere contro quella bufera che nelle Emergenze soffia con ancora più ferocia.
I mesi che stiamo vivendo sono davvero «una cronaca che odora di storia» (Stefania Consigliere). La logica cibernetica del problem solving non è solo il punto verso cui converge il tecno-capitalismo, ma anche la “scatola nera dei dati” che permette ai governanti di giustificare ogni misura classista e anti-umana in nome dell’“oggettività” e della “dura necessità”. Avendo tra le mani uno strumento che può azzerare ogni dissenso (queste non sono opinioni, sono numeri!), perché mai capitalisti e tecnocrati dovrebbero rinunciarvi senza che il conflitto sociale li costringa a farlo? Non siamo forse già entrati in “emergenza climatica”? Non vorranno mica, gli anticapitalisti, essere confusi con i “negazionisti” del riscaldamento globale? In questo gioco truccato delle parti, non è previsto alcuno spazio per chi afferma, con il poeta: «mi rifiuto di mettere ordine in un porcile».
La “scatola nera dei dati” – che non possiamo smentire perché non siamo in grado di controllare – è oggi al governo della nave. Di cosa possiamo essere sicuri, noi poveri mozzi, se non dell’esperienza che facciamo insieme lottando per cambiare rotta?
La buona notizia è che le idee – dopo decenni in cui si poteva opinare più o meno a buon mercato su tutto – sono costrette a incorporarsi nei gesti quotidiani, a prender forma in ben riconoscibili minima moralia (non rispettare il coprifuoco, non rinunciare agli abbracci, non scaricare il lasciapassare…).
Quando, come scrisse Ingeborg Bachmann in una sua splendida poesia, «l’inaudito è divenuto quotidiano / e l’ombra d’eterno riarmo ricopre il cielo», non è più possibile né scansarsi né transigere. Bisogna scegliere.
Note
1) Tra gli innumerevoli esempi possibili, ne scegliamo uno locale. Il 10 ottobre scorso, a Trento come in tante altre città, si è svolto un presidio di solidarietà davanti alla Cgil in risposta ai fatti di Roma. In quell’occasione, un gruppo di anarchici e anarchiche si è presentato con uno striscione inequivocabile: «No fascismo / No green pass / Landini servo». I media, nel riportare l’accaduto, non hanno usato le categorie impiegate abitualmente per episodi simili: se non proprio “anarchici”, comunque “antagonisti” (magari “facinorosi”, “violenti” e finanche “terroristi”, ma di quella parte lì). Nella “nuova normalità”, invece, non si può proprio far sapere che è quella parte lì a schierarsi contro i fascisti, contro Landini e contro il lasciapassare. Chi è stato allora? Presto detto: «un gruppetto di no vax, no mask, no green pass». Non potendo dire “fascisti”, si deve alludere comunque a gente ambigua e torbida, mica come gli anarchici!
2) Per non trovarci noi per primi a prendere in parola le promesse totalitarie della tecno-industria, è necessario tener ben presente che questa “via” si scontra sia con le determinanti ecologiche (l’apparato digitale si fonda su di un estrattivismo sempre più feroce e abbisogna di una quantità crescente di elettricità) sia con quelle sociali-capitalistiche. La penuria di microchip e le rotture nelle catene globali della logistica just in time – così come lo sciopero non dichiarato di milioni di proletari che negli USA si rifiutano di lavorare a certe condizioni – sono lì a dimostrare che la macchinizzazione del mondo e degli umani è un processo tutt’altro che lineare e privo di ostacoli.
3) Viviamo da tempo nell’epoca delle paure, in quell’intreccio di angoscia e di fascinazione che rende così appetibili le serie o i film di genere distopico (guardando i quali ci schieriamo sempre, ovviamente, dalla parte dei ribelli). Come è stato notato (https://www.piecesetmaindoeuvre.com/spip.php?page=resume&id_article=1576), il timore che attraverso i vaccini OGM si stiano inserendo dei microchip nei corpi è indubbiamente paranoico, ma chi può escludere che si tratti di una paranoia in anticipo sui tempi? In Svezia, sono diecimila le persone che si sono fatte volontariamente impiantare dei microchip sotto pelle. Quanto al “contesto culturale”, si potrebbe scommettere che non pochi considererebbero già ora più pratico entrare in un bar mostrando il braccio invece di dover estrarre il proprio smartphone con il relativo QR code.
È davvero più “razionale” considerare del tutto innocua la sperimentazione su scala di massa delle tecnologie genetiche che esagerarne in modo paranoico gli obiettivi? Quali sono, poi, le conseguenze prese in considerazione nel famoso computo dei rischi e dei benefici? Non meriterebbe forse il nome di “scienza” un’indagine che si occupi degli effetti sociali complessivi? Tra questi si può già comprendere il fatto che gli OGM sono stati subito estesi – benché in silenzio – anche in agricoltura; che sono stati eseguìti i primi trapianti sull’uomo di organi animali geneticamente modificati per evitare le reazioni di rigetto; ecc. Ma è soprattutto l’idea cibernetica del vivente che guadagna terreno, come dimostra l’accelerazione sia nelle terapie digitali sia nella telemedicina.
Due parole, infine, su scienza e democrazia. Il Paese ideale per gli scienziati non è affatto quello “più democratico”, bensì quello che concede loro la più ampia “libertà di sperimentazione”. I genetisti o microbiologi americani ed europei invidiano i loro colleghi cinesi perché questi possono da tempo clonare gli embrioni umani o perché nelle loro ricerche sull’«aumento di funzione» dei virus (come quelle condotte nel laboratorio di Wuhan) non hanno nemmeno l’incomodo di aggirare qualche burocratica commissione di “bioetica”. Come la storia illustra generosamente, il Laboratorio ha una morale autosufficiente. I pretesi valori umanistici rimangono negli spogliatoi, assieme agli abiti borghesi.
FONTE: https://www.sinistrainrete.info/politica/21575-il-rovescio-sulla-nave-dei-folli.html
PD, IL PARTITO SPIKE !!!!
Carlo Giacchè 11 11 2021
Il mio caro amico. compagno Aldo Potenza mi ha dato ragguagli sulla composizione sociale del PD tratti da una autorevole ricerca!
Gli operai sono solo l’8%, il resto imprenditori 20% circa, poi un po di autonomi, dirigenti pubblici e privati, impiegati e ben il 30% circa di pensionati!!!
Insomma gli ex comunisti si sono democristianizzati e pure in peggio!
Un partito di centro! Punto, di sinistra nemmeno un odore!
E questo spiega tutto, compresa la disgrazia calata sull’Italia dopo un immonda macedonia!
Ma di che parlano?! Di sinistra hanno perso perfino l’odore! Ormai hanno rimasto solo la freccia dell’auto! L’ipocrisia li corrode!
Riescono ad inventarsi il pericolo fascista e razzosta, a tutelare solo vizi e pretese lobbistiche spacciandoli per diritti civili, buttando al macero quelli sociali corroborate da crescenti passioni per l’uomo forte al comando!
Insomma, del comunismo hanno perpetuato solo lo stanilismo che si portano nel DNA!
Sanitá, pensioni, disabilitá, sicurezza e diritto al lavoro, e perfino libertà e autodeterminazione nel cassetto o alla discarica!
FONTE: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10225293150493188&id=1155219847
STORIA
“10 novembre 1956”
Amici a cui piace Marcello Veneziani – 10 11 2021
200.000 soldati sovietici con 400 carri armati invadono l’Ungheria e soffocano nel sangue la rivolta.
Cadono 2.700 ungheresi e 700 soldati russi.
200.000 ungheresi lasciano la loro patria per non dover ritornare sotto il giogo comunista.
L’Occidente per pavidità non interviene.
Tramonta il sogno dei popoli europei di poter infrangere gli accordi di Yalta in base ai quali Roosvelt, Churchill e Stalin, prima che finisse la Seconda Guerra Mondiale, avevano arbitrariamente diviso il mondo in due zone di influenza, comunista e capitalista.
Il PCI approva l’operato dell’Unione Sovietica, ma il partito scricchiola e c’è chi dissente e chi se ne allontana. Non Giorgio Napolitano, il quale però, parecchi anni dopo, lealmente si scuserà per il suo atteggiamento in quella circostanza.
FONTE: https://www.facebook.com/groups/209056506174846/permalink/1313650912382061/
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