
RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 3 MAGGIO 2022
A cura di Manlio Lo Presti
Esergo
Da una parte c’è il sentire comune dei popoli formatosi nel tempo e nelle generazioni; dall’altra c’è il nuovo canone di correttezza imposto dalle classi dominanti. Antichi pregiudizi popolari contro nuovi pregiudizi ideologici.
MARCELLO VENEZIANI, La Cappa, Marsilio, 2022, pag. 108
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SOMMARIO
Lo sapevate? Naziglobe
Il manager Mps: “Il venditore top mi spiegò il segreto del suo successo: ‘faccio
come con le donne, provo con tutte, qualcuna ci sta”. Bufera sindacale
Donna blocca Mattarella: “Traditori, traditori!” Interviene la Digos (VIDEO)
Speranza incontra Fauci, a Siena hub anti pandemico da 360 milioni di euro
Le cause del declino italiano
Anni Settanta. Operazione Blue Moon
Visita senatori Usa a Taiwan: Cina mobilita jet, navi e bombardieri
PER UNA GUERRA INCLUSIVA SOSTENIBILE E RESILIENTE
CLAUSEWITZ: DALLA GUERRA GEOMETRICA AL CAOS
Napoli: ritrovato manoscritto inedito di Giacomo Leopardi
Raimondo de Sangro, il principe maledetto
Pegasus ha intercettato Sanchez e il governo spagnolo. Meglio mandare bigliettini…
Twitter sta “bruciando le prove” sbloccando gli account conservatori?
Piattaforma britannica censura del film Spiderman del 2002 per omofobia
OMS. La salute globale che piace ai ricchi. Profitti con la beneficenza
Un impero finanziario nazista lavora nell’ombra fin dal 1943
I BLUFF DELL’EUROPA SUL GAS
Il rublo scaccia l’euro
Inflazione-stagflazione: perderete oltre il 6% della vostra ricchezza, e non c’è molto da fare…
Gradi di giustizia, o ingiustizia per gradi?
Pólemos è padre di tutte le cose
«Non serve l’atto di nascita»: via libera ai figli dei gay
Profughi ucraini, 100 euro al giorno a persona per l’accoglienza
Arbitrio
Incidenti sul lavoro, Inail: “Nei primi tre mesi del 2022 saliti del 50%
Steve Bannon: “alla base di questa guerra ci sono interessi delle élite”
La Russia prepara l’uscita dall’internet globale?
Russia lavora a Nash Store, alternativa a Google Play
Perché nasce la lotta armata in Italia
IN EVIDENZA
Lo sapevate ? Naziglobe
APRILE 20, 2022
Lo sapevate ?
Allen Dulles era socio di Martin Bormann, capo delle SS, finita la guerra fondò e diventò direttore della Cia.
Adolf Heusinger, capo del consiglio di guerra di Hitler, finita la guerra, divenne capo della Nato.
Wernher Von Braun, capo dei progetti missilistici di Hitler, finita la guerra, divenne capo della Nasa.
Non lo sapevate ?
Bene.
Ora lo sapete.
FONTE: http://www.francesconeri.org/2022/04/20/lo-sapevate-naziglobe/
Il manager Mps: “Il venditore top mi spiegò il segreto del suo successo: ‘faccio come con le donne, provo con tutte, qualcuna ci sta”. Bufera sindacale

In un comunicato interno parlano di un “episodio di mancanza di rispetto e sensibilità nei confronti della professionalità di tutti i nostri colleghi senza distinzione di genere. Il nostro educatore di top performer in serie – ironizzano – è riuscito ad affondare codice etico e deontologia professionale, educazione sentimentale e rispetto per il genere femminile (e indubbiamente anche per quello maschile)”. Parlano di “anni di regolamentazione, formazione e contrattazione sulle politiche commerciali, di corsi sulla consulenza avanzata, di normative sulla tutela del cliente, sepolti sotto un unico imperativo: provarci, sempre e con tutti”. Dalla Banca (ai cui vertici ci sono Maria Patrizia Grieco, presidente, e Francesca Bettio e Rita Laura D’Ecclesia vicepresidenti) non c’è alcuna presa di posizione ufficiale, solo un “nessun commento”. Marchese, cercato, non ha interloquito con Repubblica per spiegare.
È una storia, questa, che si intreccia con la passata denuncia dei sindacati (Fabi, First-Cisl, Fisac-Cgil, Uilca, Unisin) sulle pressioni commerciali per vendere prodotti. È successo più volte nella storia recente di Mps, anche dopo l’arrivo di Marchese nel settembre 2020, che i sindacati abbiano denunciato presunte ed eccessivi pressioni commerciali.
FONTE: https://firenze.repubblica.it/cronaca/2022/05/02/news/mps_vendiotore_top_prova_con_tutte_sessismo_sindacato-347857816/
Donna blocca Mattarella: “Traditori, traditori!” Interviene la Digos (VIDEO)
FONTE: https://raffaelepalermonews.com/donna-blocca-mattarella-traditori-traditori-interviene-la-digos-video/
BELPAESE DA SALVARE
Speranza incontra Fauci, a Siena hub anti pandemico da 360 milioni di euro
Il ministro della Salute Roberto Speranza, di ritorno da una missione negli Stati Uniti, ha annunciato che il noto immunologo di origine italiana Anthony Fauci ha dato la propria disponibilità a collaborare con l’hub anti pandemico che si realizzerà a Siena. “Noi investiamo 360 milioni di euro sul centro di prevenzione che faremo a Siena e Fauci si è detto disposto a collaborare con i nostri scienziati, già al lavoro per questo obiettivo. Ci fa molto piacere perché consideriamo Fauci una delle principali personalità a livello mondiale nella lotta alla pandemia”, ha detto il titolare del dicastero della Salute.
Nell’incontro americano, tra le altre cose, Fauci ha promosso ancora una volta l’Italia per i suoi preparativi contro una nuova possibile pandemia e per il livello di vaccinazione che ha superato il 90% della popolazione sopra i 12 anni (contro il 73,8% degli Stati Uniti). “Un lavoro fenomenale” ha commentato l’immunologo (che ricopre il ruolo di Consigliere medico capo del presidente degli Stati Uniti) nell’incontro avuto con il rappresentante del governo di Roma nell’ambasciata italiana a Washington.
Global summit sulla salute mentale
“Con questa mia visita rafforziamo e rilanciamo la cooperazione tra Italia e Usa nel campo della salute e della ricerca, dopo la firma in settembre a Roma di un memorandum of understanding (accordo bilaterale) con il collega Xavier Becerra” ha aggiunto il ministro Speranza alla stampa italiana riunita a Washington. “Dobbiamo investire di più nella salute e nella ricerca e la collaborazione tra Italia e Usa va proprio in questa direzione”, ha poi spiegato. Speranza ha quindi riferito di aver chiesto agli Usa e al segretario generale dell’Onu di accompagnare e rafforzare il Global summit sulla salute mentale, che l’Italia ospiterà il 13 e 14 ottobre.
Fauci ha chiesto prudenza dopo l’uscita dalla fase critica della pandemia di Covid-19, perché “non sappiamo per certo cosa succederà” e ha detto di ritenere probabile negli Stati Uniti la raccomandazione del secondo booster (o quarta dose) per tutti tra settembre e ottobre. Quanto alle sub-varianti BA.4 e BA.5 della famiglia Omicron, diffuse in particolare in Sudafrica, l’immunologo ha detto di aver parlato proprio ieri con i colleghi di quel Paese, che hanno registrato un aumento dei casi ma non delle ospedalizzazioni. https://www.rainews.it
FONTE: https://www.imolaoggi.it/2022/05/03/speranza-incontra-fauci-a-siena-hub-anti-pandemico-da-360-milioni-di-euro/
Le cause del declino italiano
Nella seconda e ultima parte della nostra indagine portiamo a fattor comune i tanti perché

Abbiamo visto gli eventi storici che dal dopoguerra ci hanno condotto dove siamo. Ora occorre portare a fattor comune le cause che ci hanno avviato a un declino i cui aspetti non sono solo economico-finanziari. Molte cause sono del tutto trasversali. Eventi storici sembrano ripetersi, quali, esempio attuale, la crisi energetica. L’energia, sembrava dovessimo averlo capito dallo choc petrolifero degli anni 1970, è un fattore di libertà; le ripercussioni dell’inflazione e dello stravolgimento socio-politico che derivarono per noi da quell’epoca dominarono per anni e anni; anche il modo di uscirne, prettamente finanziario, influenzò il dopo-crisi. Non abbiamo imparato molto da quella lezione e una politica energetica complessiva, che avesse la libertà e la democrazia come obiettivi, non c’è mai stata e siamo dove siamo: cerchiamo metri cubi di gas e assieme a loro portiamo a casa vincoli, compromessi e contraddizioni (nuove e strane dittature con cui trattare, dilazione della decarbonizzazione, il problema del nucleare nuovamente messo sotto il tappeto).
La questione dell’energia mette subito in luce un aspetto generale: la smemoratezza italiana. Leggiamo la storia frettolosamente e poi passiamo al gossip che è più divertente, meravigliandoci che gli altri questa storia ce la rinfaccino o di essa si avvalgano per raggirarci. L’Italia mostra così un atteggiamento superficiale e fatalista verso gli stimoli esterni, reattivo e individualista verso quelli interni: gli eventi, le catastrofi, le corruzioni, le incompetenze sono “fattori meteorologici” a cui si risponde con grandi leggi poco pensate o solo declamate come grida manzoniane, e poi ognuno per conto suo reagisce ai problemi.
Declino economico. Abbiamo fuori di ogni dubbio patito l’euro e l’Europa. Ci siamo entrati con un debito pubblico già oltre il 100%, costruito in un’epoca in cui non costituiva un problema se affiancato da numeri di crescita e forte presenza sui mercati internazionali. Questo ci ha esposto subito a un condizionamento che a volte è diventato un ricatto: i mercati ci avrebbero dovuto insegnare a votare, espressione infelice, dimentichiamola assieme a chi la disse. Ma purtroppo vera. La nostra economia opportunistica necessitava di una valuta aggressiva che mantenendosi a livelli di cambio vantaggiosi sostenesse l’export, compensando l’effetto dell’aumentato costo del lavoro. Non siamo riusciti a transitare in modo indolore alla valuta forte. Non ci siamo resi conto di quanto questa cambiava lo scenario. Ci siamo accontentati della motivazione che “non potevamo starne fuori”, sarebbero stati guai, e sono stati guai lo stesso. Il citato costo del lavoro sconta un altro dei perenni problemi italiani, quelli che non si risolvono mai perché mai si va alla radice, il cosiddetto cuneo fiscale. La fiscalizzazione degli oneri sociali portò inevitabilmente il costo del lavoro sotto le grinfie della politica: dentro si annida il problema di come chi percepisce “reddito che genera PIL” debba farsi carico di chi non ne genera o ne genera in modo oscillante fra il puro automantenimento e l’assistenzialismo.
Alchimie che tolgono da una tasca per mettere nell’altra generano sperequazioni (la giungla retributiva della pubblica amministrazione) e soprattutto la burocrazia difensiva, coltri di fumogeno per rendere indispensabile l’inutile e accumulare sprechi e carenze di infrastrutture: le Regioni sono la vera voragine d’Italia e del suo abborracciato federalismo. Da qui il neo-luddismo contro la modernità e l’automazione, il proliferare di entità inutili e duplicate, il corporativismo per cui in Italia esistono più associazioni e relativi presidenti che pizzerie e relativi pizzaioli.
Esiste poi, sul lato produttivo, una struttura micro-medio aziendale sottocapitalizzata e autofinanziata, esposta alle intemperie del sistema bancario, spinta inevitabilmente ai ghirigori dell’elusione e ingegneria fiscale, della delocalizzazione non solo produttiva ma anche a tax planning (p.es. a Cipro). Rispondiamo con il meccanismo della coperta corta: quest’anno ti copro le estremità con la Sabatini, l’industria 4.0, il credito d’imposta deducibile (e infatti i numeri migliorarono nel 2017). Poi l’anno prossimo coprirò qualcun altro, impiegherai il tuo tempo a ritrovarti in difficoltà e tornerò con altri palliativi (altro che palliativi, è arrivato il virus). Avevamo degli imprenditori capaci e temerari, abbiamo dei finanzieri in sedicesimo che reclamano mancette. Quanto sia quest’ultima comunità, numericamente, lo abbiamo visto nella pandemia: sono scappati quasi tutti. Piccolo era bello …
L’Italia era uno splendido esempio di economia mista, studiato, magari bestemmiando per l’invidia, nelle università blasonate anglofone. Lo smantellamento dell’industria di Stato sotto IRI (divenuto un centro di potere e un collo di bottiglia per la troppa intromissione della politica) non ha fatto transitare un mondo elefantiaco nella snella imprenditorialità, piuttosto ha reso tutti statali: perché nella Telecom privatizzata, proprio nel settore più promettente a fine anni 90, hanno cominciato a entrare i finanzieri reduci da settori ormai decotti e poi per quella via sono entrati gli stranieri? Abbiamo dovuto accorgerci che alcuni stranieri mettevano cavi e frequenze su asset strategici e militari italiani, anche a questo non si era pensato, come è stato per Kaspersky. I grandi pezzi nobili dell’industria italiana sono rimasti nella sostanza statali e monopolisti, hanno però applicato tariffe di mercato con cui ripagare il loro ruolo di dispensatori di lavoro (ne parliamo fra un attimo) più l’obbligatorio profitto, compensando le cose con un ampio ricorso a lavoro reale ma precarizzato: a cavallo fra i due millenni, in una fase tutto sommato espansiva pre-euro, si è proceduto a una precarizzazione inaudita del lavoro, passata del tutto sotto silenzio. Molti percepiscono un reddito rigido, pochi lavorano con contratti brevi e per quattro soldi e una nuova casta manageriale prende i bonus, con cui ha reso uno standard la settimana bianca anche per chi al massimo si faceva una domenica a Roccaraso.
Mercato del lavoro. Rigidità e sindacalismo sono venuti avanti di pari passo nei decenni. La difesa di chi aveva un reddito, da lavoro o da pensione, ha prevalso sulla creazione di nuovo lavoro. E’ apparso chiaro che in Italia creare nuovo lavoro avrebbe dovuto significare creare “nuovi lavori” per i quali il sistema scolastico-universitario non era preparato. E’ nata l’anomalia tutta italiana per cui il lavoro flessibile è meno retribuito di quello fisso, quello ad alta scolarità meno ricercato di quello a bassa. La scelta politica che ha accomunato diversi governi di diverse estrazioni è stata quella di affidare le riprese economiche a espansione del pubblico impiego (p.es. scuola, ma con interventi a pioggia senza innovazioni competenziali) e colate di cemento pubblico a scarsa o nulla tecnologia. Questa follia ha un effetto depressivo sui consumi: nei paesi più sviluppati, l’economia viene tirata dall’innovazione e dal consumo di prodotti-servizi ad alto valore aggiunto, non da inutili quando non grottesche rotonde stradali. L’Italia così non solo ha perso, a partire dagli anni 1990, l’autobus della modernità ma si è trovata, per pura consequenzialità logica, a contrastarla e imbrigliarla: finanziamento dell’imprenditorialità giovanile ridotto a stipendiucci di 1600 euro lordi mensili e solo ad avanzamento del progetto con mille scartoffie. Immaginiamoci Gates o Jobs nel loro garage che trappolassero sognando 1600 dollari al mese.
Sono quindi stati bloccati “per manutenzione” gli ascensori sociali: l’Italia di un tempo aveva manager, politici, economisti venuti su dalla provincia, dalla vita reale. Abbiamo preferito i rampolli, i nipoti eccellenti, gli scambi di figliolanze fra cattedratici del sistema universitario ereditario. La meritocrazia è andata a fare sfoggio di sé all’estero: al Max Planck, alla London School, l’abbiamo chiamata fuga dei cervelli (ahi ahi, monellacci, avete preferito il vil denaro alla Patria) ma in Inghilterra abbiamo mandato in prevalenza lavapiatti (siamo un paese votato alla ristorazione, no?).
Due elementi si ritrovano al fondo di questa che è davvero una delle più pesanti aree di declino. Uno è il permanere e il rafforzarsi del concetto di lavoro come elargizione: ti faccio lavorare, pretendi anche di essere pagato? Gli stage che fanno curriculum. Tuo padre ti mantiene ancora tre anni, fa’ conto che stai facendo una specializzazione, poi vedrai. Oppure l’eterno concorso pubblico: si vorrebbe, per fare un po’ di chiacchiera, che le ragazze si orientassero alle facoltà STEM ma non è meno faticoso cercarsi magari per 3-5 anni una cattedra alle medie, poi passare di ruolo, poi con una legge “buona scuola” avvicinarsi a casa, entrare un giorno in ruolo e dopo anni di “matrimonio precario” la sera stessa romanticamente mettere in cantiere un figlio, segnandosi la data come Filumena Marturano? E durante questa maternità, un’altra no-STEM percorrerà lo stesso iter.
L’altro elemento è, appunto, lo sconcertante disastro scolastico: a partire dagli anni 1970, il sindacalismo ha iniziato a cercarsi gloria e fortuna a scuola. La contestazione ha tracciato il solco, l’ipersindacalismo lo ha difeso: dopo un po’ la contestazione è finita, a parte qualche pantera, qualche cane sciolto ma educato e ben pettinato, è rimasta invece la difesa di privilegi che, lo ripetiamo alla noia, oltre a gratificare qualcuno, negano o rallentano l’accesso a molti altri, con un effetto domino mostruoso. Di pari passo con l’implosione del sistema famiglia, la scuola italiana (nata eccellente, ancor oggi con volenterose e sane eccezioni) ha incapsulato il peggio del fancazzismo e della deresponsabilizzazione adolescenziale, prodotto e allevato imbecilli da discoteca per livello e da esposizione universale per intensità, creato un zoo per la gioia dei social networkers. Tanto poi un lavoretto lo troverà papi. E negli anni 1950 avevamo il 4% solo di laureati. Lo abbiamo quintuplicato per ritrovarci più analfabeti di prima. Non capiamo un testo semplice. Dopo 140 caratteri, nessuno ti segue più. Ci possono raccontare quello che vogliono.
L’università, ingessata dagli stessi automatismi, incapace di portare avanti progetti di ricerca con i ritmi e le finalizzazioni del mondo economico e industriale, non riesce a raccordarsi con quest’ultimo. Sembrano due mondi non solo lontani ma a rotazione inversa, due metaversi paralleli. Non si è mai capito quale dei due versanti, università o industria, sia colpevole e si neghi all’altro. La possibilità, venuta avanti con le mille riforme di un sistema che era durato secoli, di creare gli spin-off, i laboratori e incubatori, i tecnopoli misti non ha scalfito l’inefficienza: ha iniettato finanziamenti statali e project financing non sistemici ma vincolati a realtà ad hoc, facendo prevalentemente gli interessi locali e settoriali di qualche professore che ha avuto l’accortezza di studiarsi bene i meccanismi. Anche questo, superfluo dirlo, non solo ha creato ingiustizie ma anche chiuso opportunità a chi intraprendeva in proprio la libera impresa: trovarsi come concorrente il blasone di un’università, per chi lo ha provato, è sgradevole. Non sanno nulla di pratico e per colmo li paghi tu con le tue tasse.
Gli atteggiamenti mentali. Gli italiani sono autoreferenziali. Siamo i più bravi (Leonardo, reclamato come proprio dai francesi, Michelangelo, dal papato, Verdi, Manzoni … tutta gente nata quando l’Italia era quello che diceva Metternich, una mera espressione geografica). Ma ci riteniamo anche i più simpatici e ci permettiamo di schifare e danneggiare le bellezze paesistiche e i beni culturali, e chiamiamo dall’estero i sovrintendenti, che strabuzzano gli occhi e pensano sia uno scherzo del primo aprile, e lasciamo le coste all’edilizia creativa e agli stabilimenti balneari esentasse. Il fatto è che ci beviamo tutte le mode altrui, importiamo perfino i telefilm da Austria, Turchia e Portogallo. Parliamo di italian style ma le nostre ragazze si vestono in jeans e sneakers come in tutto il mondo. Guardate la pubblicità e vedete dove è finita la nostra cucina: emissioni zero, sostenibilità, granaglie e quinoa. Mangiamo sempre più in solitudine o con il gatto, per via della demografia che vediamo fra un po’: le belle zuppiere di tagliatelle in allegra compagnia ? Solo per reclamizzare l’antiacido gastrico.
Grandi ideali: il mutamento climatico, la società multietnica, not in my garden e senza interferire con i nostri cabotaggi individuali. Poi però nulla è gratuito, il bene comune arriva a redditività differita, non a slogan subitanei, come i venerdì verdi dei nostri studenti. Bisogna sapere leggere criticamente i trend: quante volte sentiamo parlare di conciliazione tra lavoro e vita personale ? Eppure, molto di questo life-style integrato dipende dalla spinta, dal “nudging” dei social network che alla fine della catena hanno i grandi plutocrati. Guardi i report aziendali mentre aspetti la pizza in pizzeria. Oppure ti fai i biglietti delle vacanze mentre fai una videochiamata di avanzamento progetti. E intanto lavoriamo poco (altro semplice ma reale e sottovalutato problema) e mandiamo in discarica la famiglia. Quest’ultima è da un lato minata dal tarlo demografico e dal single-consumerism, dal dink (double income no kids), dall’altro è annacquata da quella che De Rita, con ampio anticipo, individuò come “età del sorvolo”: Facebook e le nostre storielle Instagram sorvolano la realtà e i nostri doveri, l’ipertrofia del presente oscura il futuro. Ci mascheriamo in vite virtuali, disertiamo quella reale, l’unica che abbiamo e senza possibilità di cambio merce.
Il trasformismo politico. Diamo da molto tempo un peso quasi feticistico al mito dell’uomo forte. Di fronte all’uomo forte, anche se si chiama solo Conte o Speranza, stanno le sfide ciclopiche dell’eterna emergenza. Ci aspettiamo che le risolva: banchi a rotelle, distanziamenti, nuovo gas a buon mercato, il patto di stabilità, la concorrenza cinese (che noi scambiamo per una nuova luminosa via della seta). Vogliamo il governo, dopo che alle elezioni abbiamo votato a piffero e non esiste una maggioranza. Arrivano così gli improbabili giallo-verdi, gli ancora più improbabili giallo-rossi e a alla fine per rimandare i dipendenti pubblici in ufficio si deve varare un whatever it takes e almeno la finiamo con i finti smart working. Siccome ne abbiamo parlato, apriamo e chiudiamo una parentesi. E’ stato chiamato smart working lo stare a casa e fare alcune videoriunioni. Lo smart working è un’altra cosa. Mettiamo che abbiate un problema al PC. In ufficio dopo poco si presenta l’help-desk, smanetta e risolve. Quando siete a casa come riproducete tutto questo? Avete in linea il self-help? I manuali? I tool di condivisione delle risorse? E in generale: quella che era la capatina volante dal collega per chiarire un’operazione? Ci sono le procedure aziendali online? I sistemi esperti? Gli accessi e le autorizzazioni per cui ognuno accede in workflow a ciò che gli serve? Questo modo di autogestirsi, questi kit chi li ha scritti, chi li ha testati e disseminati?
La politica è diventato il luogo sacro dei miracolati. Una specie di Fatima dove rendere grazie per una gamba salvata, per un figlio che ha messo la testa a partito. Quando una società non riesce a garantire a tutti un equo e uniforme avanzamento, chi riesce a farcela è un miracolato. Tutti i miracolati hanno due caratteristiche: creano un legame totalizzante con il “miracolatore” e cercano in tutti i modi di mantenere vivo il miracolo. Non hanno alcun rilievo sociale: i miracoli sono merito della fede personale, chi non ce l’ha, ahimè, si arrangi altrimenti. Magari evada le tasse, che ne so. In UK, Cameron ha perso il referendum Brexit. La signora May, mancata nuova Thatcher, non è riuscita a chiudere il negoziato UE. Si sono dimessi, ne avete più sentito parlare ?
La magistratura supplente. Lentezza biblica dei processi, giustizia ritardata uguale giustizia negata, diceva Pertini. Problemi strutturali, la solita carenza di personale laddove servirebbe, mentre abbondano altrove nullafacenti. Mancata o insufficiente informatizzazione dei fascicoli e delle procedure. Già Andreotti, irritato, convocò il capo dell’IRI che aveva sotto Finsiel e SOGEI: non pervenuti, o meglio troppo poco, non siamo qualunquisti, poi non è che dipende da loro. Riforme della Giustizia parziali e poco comprensibili, il problema delle porte girevoli fra politica e sistema giudiziario. La somma degli incarichi e i distacchi temporanei. La mai esperita separazione delle carriere tra requirente e giudicante. Non possono, in questo contesto, non manifestarsi le opacità individuali o lobbistiche, i porti delle nebbie. Né può arrestarsi la macchina ormai avviata della supplenza politica: se il Parlamento non interviene, partono le inchieste che dettano leggi correttive, come per Tangentopoli, ma in politica devi aspettarti il colpo di spugna o il cambio di fronte. Spesso ai fenomeni basta cambiare nome e prendono tutt’altre vie. Corruzione? Basta dire che il vero problema è l’antipolitica. Definirla è difficile ma chi vi incorre si esclude dal gioco. Il problema diventa lui.
Intanto, alla corruzione si associa ormai stabilmente la criminalità organizzata: quanto sottrae all’economia reale, alle entrate dello Stato, alla concorrenza, allo sviluppo dell’impresa e del mercato del lavoro, quanto lede la partecipazione dei cittadini, inibisce gli investimenti stranieri ? Almeno quanto la burocrazia e l’incertezza della giustizia. Viene da riflettere su quanto denaro reale faccia comunque girare: vengono i brividi a pensare che, con la metamorfosi che la criminalità organizzata ha avuto e con il suo allacciamento alla finanza corrente, la sua scomparsa immediata probabilmente produrrebbe uno sconquasso nei conti, forse non solo dell’Italia. Tra i tanti misteri italiani, come si sia abbinato il livello politico a quello malavitoso rimarrà occulto. Onore a chi ha lasciato la vita combattendo questi animali.
Il disastro demografico. Nel 2050 saremo 30 milioni, al netto s’intende degli apporti migratori. Ma come? Gli italiani attaccati alla famiglia, che mangiano assieme, che urlano dal balcone perché non possono andare dagli zii, dove siamo finiti? I nostri genitori si sono sposati nel dopoguerra con tre seggiole spaiate, il letto dei nonni e un fornello e noi non facciamo figli perché non riusciremmo a portarli al paese di Babbo Natale in Finlandia? Nemmeno con le pensioni dei suoceri (cui abbiamo già fatto vendere il podere al paese per pagarci la ristrutturazione dei bagni di casa nostra)?
La bontà è un lusso. Almeno questo è diventato, qui; altrove, dove ci sono i poveri veri, magari chi ha poco divide quel poco. Noi diventiamo magnanimi quando ci sentiamo garantiti: compiangiamo gli ucraini nell’assoluta certezza che staremo sempre meglio di loro. Speriamo. I garantiti: c’è il Covid, tutti a casa, la salute prima di tutto, tanto lo stipendio arriva. La guerra: difendiamo gli assaliti prima di tutto, se aumentano le bollette abbiamo messo da parte tanto durante la pandemia, sul divano a fare smart working. I migranti che scappano da guerre non meglio precisate e lasciano i loro paesi senza braccia da lavoro: vanno accolti tutti (è quello che sta accadendo) e poi una volta sbarcati ognuno se la veda come vuole. Siamo stati migranti anche noi: mio nonno materno andò per fare il macellaio in Uruguay, stette un giorno e tornò in Val Padana. Non serve chiudere i porti, inveire contro l’Europa: lo abbiamo capito, scusate la brutalità, che non li vuole nessuno. Non ci vedono un tornaconto, non capiscono da che guerre fuggano. Servirebbe mettere in campo esperti di diritto del mare, di trattatistica internazionale. Così li costringeresti a ragionare, quelli che ci danno dei vomitevoli.
L’Europa sarà anche senza cuore, intenta solo a misurare banane ma forse proprio per questo va capita e gestita. L’Europa scrive regole e chi ci sta dentro se le deve leggere, o almeno farle leggere da chi, non miracolato, le cose le capisce. I trattati avvantaggiano sempre alcuni e svantaggiano in pari misura altri. Noi invece esultiamo sempre per tutto. Basta che la palla entri in porta ed è goal, porta nostra o porta loro. Abbiamo esultato per la fine del comunismo alla porta di Brandeburgo: e il forziere degli aiuti americani si chiudeva per sempre. D’altra parte, approcciamo la politica da tifosi. L’Italia multietnica dovrebbe per qualcuno nascere dalla cittadinanza per diritto di suolo di nascita: basta quello e tifare per una delle nostre squadre (è stato detto, non lo invento, e come vedete c’è sempre il Bar Sport di mezzo).
Che cos’è l’identità nazionale? Da dove viene? Ricordiamoci chi siamo, diceva la celebre voce della Loren nello spot durante la pandemia. Chi siamo. La terra dove riposano il papà, la mamma che abbiamo adorato. Il volo alto, immenso con cui Dante ci raccontò lo strazio di Ugolino, la forza di Francesco che si spoglia dei panni patrizi e cambia la storia del mondo. Giotto, Francesco, Dante: le tre belve, le colonne che hanno retto l’identità nostra. La nostra identità, la nostra lingua, i colori della nostra infinita campagna, la forza e la pazienza di parlare al Sultano, l’esilio che sa di sale. L’identità nazionale. Se qualcuno ha una definizione migliore, più precisa, prego, si faccia avanti. Questa identità o la studiamo seriamente a scuola e dopo la insegniamo e difendiamo, oppure tante belle famigliole di single con gatti.
E mi fermo. Ora, questa è, se vogliamo, la pars destruens. Facile immaginare chi reclama la pars construens: e adesso che cosa proponi? Giusto ma anche spesso pretestuoso. Una domanda che blocca, rimanda a qualche decreto attuativo, a qualche esperto televisivo che dimostri che i problemi sono come sempre “ben altri”. Non facciamoci ingannare da chi chiede le solite rapide e semplici soluzioni. Ognuno prenda un difetto o un problema tra quelli visti, laddove aleggi la propria responsabilità, e si migliori. Sorga ad atti illustri, scrisse un altro italiano nato sotto il papa, o si vergogni.
FONTE: https://www.infosec.news/2022/05/01/news/cittadini-e-utenti/le-cause-del-declino-italiano/
Anni Settanta. Operazione Blue Moon

Lo Stato contro il conflitto sociale: dalla creazione della narrazione mediatica all’azione nelle strade, dalle droghe leggere all’eroina
Folle è l’uomo che parla alla luna.
Stolto chi non le presta ascolto.
William Shakespeare
Con due gocce d’eroina
s’addormentava il cuore.
Fabrizio De André
Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo. È l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza.
Guy Debord
Aprescindere dal nome velatamente romantico, il quale potrebbe rievocare una fuorviante prosa shakespeariana, l’Operazione Blue Moon, condividendo alla lontana la sola tragicità del drammaturgo, è stata la deliberata e massiccia diffusione dell’eroina in Italia, con sapiente gestione del mercato delle droghe soprattutto da parte del blocco dei servizi segreti occidentali con l’avvallo di molteplici organi istituzionali, in un determinato scenario storico quale era quello degli anni ‘70, caratterizzato dal forte impatto di un conflitto politico e sociale scaturito da quella che, tra i Paesi europei, può essere vista come la più lunga e intensa stagione del Sessantotto e delle sue ramificazioni.
L’Operazione Blue Moon viene spesso citata, quando lo è, ovvero raramente, con la superficialità (se non proprio a sproposito) ahinoi tipica delle argomentazioni scarne e del confronto approssimativo su quelli che furono i precisi avvenimenti in quell’angolo buio (in quanto poco affrontato) della storia a cavallo del Novecento nostrano, a noi storiograficamente rammentati da una parte come gli anni di piombo e dall’altra come quelli della strategia della tensione, i cui tasselli tendono a sovrapporsi creando segreti là dove non ce ne sono neanche di apparenti, costituendo apparenze là dove invece vige il segreto, desecretando l’ovvietà e infine, d’altra parte, secretando l’opinabilità in una confusione e vacuità generale.
Tendenzialmente, quando si vuol aprire ogni discorso inerente l’Operazione Blue Moon, si fa risalire il tutto a una data ben precisa, ovvero quella della notte del 20 marzo 1970, quando un manipolo di carabinieri del Nucleo Antidroga capeggiato e diretto dal capitano Giancarlo Servolini, irrompeva bruscamente al New Sporting Club, un barcone che ormeggiava lungo il Tevere e quivi trasformato in circolo privato. Al suo interno gli agenti dichiaravano di aver trovato circa novanta giovani, di cui molti minorenni, ragazzi e ragazze i quali sarebbero stati condotti in massa alla caserma di viale Mazzini e qui interrogati dagli agenti. Si parlava di giovani intossicati da stupefacenti, in stato confusionale, molti sorpresi in stato soporoso e quindi vicino al coma. Si proseguiva facendo riferimento al massiccio sequestro di ingenti quantitativi di hashish, eroina, eccitanti vari, siringhe, alcolici alterati e ricettari rubati. La mattina seguente Il Tempo, quotidiano romano all’epoca per diffusione secondo giornale del Meridione e di una parte del centro Italia, intitolava in prima pagina: “Infame centrale del vizio nel cuore di Roma”. Tra le righe della cronaca, diretta da Franz D’Asaro poi direttore de Il Secolo d’Italia ovvero l’organo del Msi, si parlava di “casa della droga per minorenni” oltre che di “ricatti, violenze alle ragazze, speculazioni e minacce” tanto da dichiarare infine, come da titolo, che “era purtroppo fondato il nostro grido d’allarme” rispetto al problema dei “ragazzi drogati”.
Trascorrono due giorni e il 22 marzo la questione è ingigantita, si legge infatti tra le colonne della cronaca: “Adescavano i ragazzi nei pressi delle scuole”. Nel mentre il Nucleo Antidroga dichiarava di aver bisogno di dieci giorni per concludere le indagini in quanto, come precisato dall’onnipresente Il Tempo, “devono” soltanto “documentare le loro certezze, devono confortare con prove l’evidenza” (1). La campagna del quotidiano romano si intensifica al punto in cui altri giornali della galassia della destra italiana, sia estrema che moderata, si uniscono al coro. In soli sei mesi dallo scandalo del barcone escono sui giornali nazionali oltre diecimila articoli sulla droga, ovvero un quantitativo pari al totale degli articoli usciti, sul medesimo argomento, nell’arco dei sette anni precedenti (2). Ad aprile lo scandalo veniva esteso sino a una surreale fantapolitica e, raccogliendo due piccioni con una fava, Il Tempo accusava gli ambienti all’estrema sinistra del Pci di essere i soli protettori e mandanti del dilagare del fenomeno delle droghe in Italia, arrivando addirittura a compilare titoli surreali come “La droga è un’arma politica e militare in mano al comunismo”del 7 aprile, oppure “Sul petto Mao, nelle vene la droga”del 22 aprile (3). E mentre i giornali parlavano dei circa 1.100 iscritti al circolo galleggiante, portando Il Tempo ad allarmarsi (e soprattutto ad allarmare) scrivendo a sproposito di “2.000 giovani” che “si drogavano sul barcone” (4), il pubblico ministero Franco Marrone concludeva le indagini con soli venti arresti, certo non pochi ma decisamente minori rispetto alle migliaia di unità sparate dalla stampa nei giorni precedenti. Un anno dopo sarebbero scesi addirittura a nove, ridotti drasticamente di numero dal giudice istruttore Squillante, sino alla conclusione del processo il 26 aprile 1972, a Roma, con cinque assoluzioni e quattro condanne (5). Se a livello giuridico la questione era stata finalmente attenuata dandone una valutazione ben diversa da quella millantata per due anni dai giornali, altra cosa sarà invece l’opinione pubblica, socialmente e culturalmente satura degli indirizzi e degli insegnamenti dati dai quotidiani.
Eppure è lecito chiedersi se, a livello di precisa datazione temporale, quello del barcone possa essere preso effettivamente come preludio dell’operazione sotto copertura e della strategia in questione. Non è infatti certo che l’Operazione Blue Moon fosse già organicamente e formalmente cominciata. Suddividere la storia in pre e post barcone viene decisamente in nostro favore e io stesso tendo a ripartirla semplicisticamente in questo modo ma, nonostante esso segni una irreversibile svolta, tale fatto non può innalzarsi ad avvio puntuale e preciso dell’Operazione Blue Moon, per quanto ne sgombri innegabilmente il percorso da diversi ostacoli e intralci in vista della sua propria messa in opera. I fatti del barcone hanno comunque e innegabilmente messo in gioco una serie di ingranaggi che, se non facevano pensare a una cospirazione ben organizzata, facevano comunque intuire il sipario di una macchinazione mai vista prima e le cui finalità sarebbero parse chiare solo negli anni a seguire.
Una cosa però è certa. L’effetto del barcone e la narrazione dei giornali non influenzeranno soltanto l’opinione pubblica (con la ridicola, ma sempre più diffusa, psicosi verso il capellone) ma anche, e soprattutto, la burocrazia statale e le forze di polizia nelle retate e nelle operazioni di repressione nel periodo successivo, in una escalation tutt’altro che giustificata e per di più indirizzata esclusivamente al solo mondo delle così dette sostanze leggere, discorso che riaffronteremo a breve. Ma con ferma convinzione si può benissimo precisare l’evidente reciprocità dell’influenza: furono infatti gli stessi carabinieri a dichiarare ai giornali lo scenario che si trovarono di fronte nel brusco ingresso al New Sporting Club ma, soltanto tre anni dopo e attraverso un dossier di controinformazione (6), l’opinione pubblica, o almeno quella interessata a non tapparsi le orecchie e gli occhi, venne a conoscenza della costituzione e costruzione di un castello di carta in verità neanche troppo fortificato e ora destinato a crollare, per lo meno nelle sue proprie fondamenta: quella fatidica notte l’unica sostanza trovata, buttata in un cestino, fu mezzo grammo di hashish, così come dei novanta fermati “nessun giovane fu” in verità “incriminato perché agli esami medici nessuno risultò aver consumato stupefacenti” (7). La questione era stata definitivamente ridimensionata ma decisamente tardi rispetto ai suoi avvenimenti e alle sue involuzioni e, per di più, senza la giusta diffusione della verità. Già con lo psichiatra Luigi Cancrini, all’epoca medico presso il Centro Tossicosi da Stupefacenti e da Farmaci Psicoattivi dell’Università di Roma e assieme a Guido Blumir sicuramente in quegli anni uno dei maggiori esperti del fenomeno, in un libro da lui curato (8) si può leggere un intero capitolo dedicato alla controversa questione della stampa.
Per meglio comprendere nel dettaglio ciò che fu l’Operazione Blue Moon è per noi essenziale tenere conto dell’unico testimone diretto, o almeno l’unico che si è palesato, di quella discussione a tavolino che portò all’ipotesi della messa in pratica di questo piano complesso, l’unico che ha ammesso per primo di aver udito le apparentemente soavi e romantiche parole Blue Moon e l’unico che ne ha compreso la portata assistendo personalmente a una riunione fondamentale nella ricostruzione di questa cupa storia. Roberto Cavallaro. Egli, il quale ricoprì prima incarichi sindacali all’interno del Cisl nella Federchimici per poi divenire segretario provinciale del Cisnal, sindacato corporativista strettamente legato al Msi, venne avvicinato da persone le quali, attraverso quelli che lui stesso riconobbe come dei palesi nomi di copertura, si manifestarono a lui come appartenenti del Sid invitandolo dunque a far parte, come collaboratore civile, di una struttura da loro definita precisamente come un ufficio impegnato nel compito della sicurezza dello Stato con ogni mezzo necessario, come avrebbe capito poi lo stesso Cavallaro dopo aver accettato e aver iniziato questo percorso. Quando egli parla di questo organo ci tiene a definirlo come “una struttura legittima che operava come organismo dello Stato” e di cui, in quanto tale, ne faceva pienamente parte, “seppur” essa agiva “con una autonomia e un’indipendenza del tutto particolare”, per cui a riguardo non si è mai tirato indietro o posto problemi nel semplificare sin da subito questa struttura nella “definizione di Sid parallelo” (qualcuno avanzerà persino la dicitura di “superSid”) e questo perché “tornava difficile identificarlo con gli uffici normali”. Eppure questo parallelismo, o in altri casi qualcuno preferisce parlare in piena regola di devianza per rimarcare una sostanziale differenza tra gli organi ufficiali e quelli sotterranei, tende troppo spesso in una eccessiva e ingiustificata assoluzione di uno Stato il quale, in tutto e per tutto e a prescindere dalle sue ripartizioni, era ben consapevole di ciò che succedeva nei suoi propri uffici e, come sottolinea Cavallaro per escludersi da questa netta suddivisione fuorviante tra bene e male, tra Stato non-deviato e Stato deviato, “se uno entra nella casa, lì è insomma” e, per dirla meglio con le parole del giudice Guido Salvini, “la presenza di settori degli apparati dello Stato nello sviluppo del terrorismo di destra”, prendendo nel suo caso come punto essenziale la vicenda della strage di Piazza Fontana a Milano, “non può essere considerata ‘deviazione’, ma normale esercizio di una funzione istituzionale” (9).
Cavallaro, arrestato la prima volta nel giugno del 1973 e infine nel novembre dello stesso anno nel contesto delle indagini sulla Rosa dei Venti, rimane in silenzio per cento giorni, in attesa “che qualche cosa si verificasse, nel senso che ci fosse da parte dello Stato una risposta al fatto che ogni mia attività era sostanzialmente riconducibile a un’attività di Stato”, ma dal momento in cui “questo non è avvenuto” Cavallaro inizia a meditare se parlare o meno, per poi decidere di accettare ed essere quindi interrogato la prima volta per undici ore.
Ma è durante la sua testimonianza al processo per la strage di Brescia, nel gennaio 2010 (10), che gli venne venne chiesto se avesse mai sentito parlare dell’Operazione Blue Moon, e Cavallaro annuisce e risponde: “Blue Moon è un’operazione che era stata teorizzata e verosimilmente messa in pratica, almeno, che era quella promossa dagli americani proprio in questo senso, tesa a ridurre la soglia della eventuale resistenza attraverso l’ingresso programmato delle sostanze stupefacenti”. Non solo, egli ci concede anche un momento storico, ovvero la fine del 1972 e l’inizio del 1973 circa, e un luogo, una località segreta sui monti Vosgi, in Francia, nella regione dell’Alsazia al confine con la Germania, in una struttura in cui fu richiamato per una sorta di momento formativo e breve addestramento teorico assieme ad altre personalità europee come per esempio dalla Spagna, dalla Grecia e, con suo grande stupore, dalla Polonia. Tra i presenti Cavallaro ricorda che gli addestratori (per pura intuizione visto il loro perfetto accento) fossero quasi sicuramente francesi, probabilmente degli ex OAS, una organizzazione paramilitare clandestina francese attiva già dal 1961; ma tra tutti ricorda almeno un individuo che gli si presentò come appartenente, seppur senza puntualizzare se militare o civile, all’Aginter Presse in Portogallo e questa precisazione, seppur apparentemente inconsistente, gioca in realtà un ruolo fondamentale nel susseguirsi della nostra storia.
L’Aginter Presse venne formata a Lisbona nel settembre del 1966 come organizzazione parallela del PIDE (la polizia politica del regime portoghese tra il 1945 e il 1969) seppur esteriormente presentata e conosciuta come un’agenzia di stampa internazionale, funzione di palese copertura e facciata. Essa, tramite supporto economico, logistico, di preparazione e d’addestramento, raccoglieva a sé il compito di adempiere e portare avanti nell’Occidente europeo una sedicente guerra non ortodossa e guerra psicologica in funzione filoatlantista e, soprattutto, anticomunista (11). In quest’ampio riquadro, e per conto degli Stati Uniti, avrebbe preso in mano le redini di quella che, nelle giornate sui Vosgi, fu proposta come Operazione Blue Moon (secondo Cavallaro fu condotta dalla CIA, per Vincenzo Vinciguerra, ex terrorista nero, invece l’Aginter Presse è stata una struttura appartenente all’organizzazione della Nato e agente solo ed esclusivamente per essa, non per altri organi) la quale, come ricordato da Cavallaro, fu pensata per “promuovere la diffusione delle sostanze stupefacenti” immaginando come tale modus operandi “avrebbe abbattuto la soglia di eventuale ribellione nei giovani”. Cavallaro intuisce dal modo in cui vengono avanzate quelle proposte che qualcosa è già partito, qualcosa è già stato realizzato e ne parlerà persino in un documentario di Rai Storia a cura di Giovanni Minoli a cui si rimanda (12).
Arriviamo dunque al preludio e al proemio del tutto, ricostruito in seguito alla decisione dell’allora presidente degli Stati Uniti d’America Bill Clinton di desecretare e declassificare oltre un milione di documenti dell’amministrazione statunitense dalla quale emerse il nome in codice di Operazione CHAOS, un programma articolato su più operazioni e progetti tra cui la capillare infiltrazione di agenti nei movimenti di contestazione giovanili e, soprattutto, nei movimenti antimilitaristi (si era all’ora nel pieno del dissenso rispetto al conflitto in Vietnam) dal 1967 al 1974, infiltrazione che ha adombrato il sospetto di una possibile diffusione di sostanze psicotrope con una maggiore concentrazione, tiratura e programmazione del traffico di Lsd, e lo stesso sospetto si unirà anche nell’ambito dell’Operazione COINTELPRO (acronimo di Counter Intelligence Program) con l’infiltrazione e il controspionaggio tra le fila dell’organizzazione rivoluzionaria nota come Black Panther Party e nella diffusione di eroina e crack nei ghetti afroamericani. La questione statunitense meriterebbe un articolo a parte (13) ma il contesto, al di fuori delle dichiarazioni di Cavallaro della Blue Moon come operazione “promossa dagli americani”, ci cede alcuni aneddoti e personaggi caratteristici che è impossibile ignorare e a cui ora dedicheremo alcune righe prima delle dovute conclusioni.
Il primo fatto emblematico che potrebbe essere menzionato è sicuramente quello, seppur non ben delineato e lucido, dell’ex agente dello SDECE (Service de Documentation Extérieure et de Contre-Espionage), il servizio di sicurezza francese, Roger de Louette il quale, nel novembre del 1971, fu fermato negli States intento a portare in New Jersey ben 44 chili di eroina per un valore di 12 milioni di dollari e qui venire condannato a 5 anni pur continuando egli ad asserire di aver fatto tutto per ordini e per conto del servizio segreto francese ma senza saperne le motivazioni. Una storia come questa può far pensare a una vicenda internazionale ben più complessa di quel che sembra, ma di certo non può passare a capo chino senza prima essere menzionata vista soprattutto la sostanza in gioco e per di più in quel preciso momento storico il quale, come abbiamo visto, non può che destare forti perplessità.
Decisamente meno dubbi suscita invece la figura di Ronald Stark seppur in sé innegabilmente enigmatico. La più datata testimonianza su di lui è quella che lo scienziato Tim Scully riporta in un’intervista al giornalista Martin A. Lee (14), incentrata sulla Brotherhood of eternal love, una organizzazione hippie e filo-psichedelica sorta vicino Los Angeles nel 1966. Stark vi aderiva dal 1969 dopo che William Mellon Hitchcock, emissario di Stark il quale si presentò come inserito in una grossa operazione francese di partite di Lsd, combinava un incontro con i vertici dell’organizzazione. Secondo Scully, Stark vi si presentava con un chilo di Lsd, vantandosi di parlare correttamente l’italiano, il francese, il tedesco, l’arabo e il cinese, di possedere diverse corporation oltre che legali pronti a celare le reali proprietà della Fratellanza. Nel 1971 egli apriva a Bruxelles un laboratorio di produzione di Lsd con cui riuscì a operare per due anni sotto la copertura di centro di ricerche biomediche, producendo al suo interno 20 chili di Lsd (50 milioni di dosi) poi diffuse in maggior parte negli States attraverso la Fratellanza. Quest’ultima, da lì a breve, avrebbe cessato di esistere in seguito alle sempre più asfissianti operazioni del FBI, e l’aiuto chimico di Stark in Francia, tale Richard Kemp, veniva arrestato solo nel 1977 da Scotland Yard, appurando essa che da solo fosse il responsabile della metà della produzione mondiale di Lsd nella metà degli anni ‘70. Il 15 febbraio del 1975, viene arrestato al Grand Hotel Baglioni di Bologna tale Terence William Abbott poi, attraverso i suoi stessi appunti, rivelatasi falsa identità di un cittadino americano: si tratta di Ronald Stark. Cosa stava facendo in Italia? Dagli appunti emergono i suoi impegni concentrati tra Olanda, Belgio e Libano.
Sospettato di traffico di stupefacenti veniva quindi arrestato e, negli anni, trasferito dal carcere di Bologna a quello di Modena prima e Pisa poi, avvicinandosi a brigatisti ed esponenti della lotta armata di sinistra raccogliendo la loro fiducia ma solo per rigirare poi informazioni sul loro conto agli organi istituzionali. Nonostante dagli USA sul suo capo pendesse una taglia di 250.000 dollari non ne venne mai chiesta l’estradizione. Anzi, nel periodo carcerario egli continuò a intessere rapporti con autorità diplomatiche e consolari statunitensi, oltre a ricevere ingenti somme di denaro da tale Sig. Schranzer per tramite della Manifatures Hanover Trust Company di Fort Lee, conosciuta come sede di articolazione della CIA, cui comunque si impegnerà sempre di smentire tutte le affermazioni di Stark in riferimento ai suoi lavori per la stessa. Rilasciato l’11 aprile 1979 con l’obbligo di dimora a Firenze e l’ordine di recarsi dai carabinieri a far rapporto due volte a settimana su ordine del giudice Floridia, riusciva invece a far perdere le sue tracce dopo poco tempo. Il 17 maggio 1979 il tribunale di Bologna spiccava un nuovo mandato di cattura ma Stark era ormai definitivamente irreperibile. Questi fitti lineamenti portano a sospettare Ronald Stark come il regista incaricato di mettere in atto l’Operazione Blue Moon in Italia (15).
Un altro degli aneddoti, questa volta ben più preciso, riguarda sicuramente un curioso pamphlet che, nel 1973, veniva distribuito dall’ambasciata statunitense ai turisti americani in visita a Roma, ove si invitavano i propri connazionali a non accettare pastiglie e sostanze stupefacenti regalate dagli italiani in quanto distribuite e diffuse in realtà da agenti sotto copertura o spacciatori in piena connivenza col Nucleo Antidroga (16), infatti “i giovani americani non sanno che in Italia gli spacciatori di droga sono anche spie del Nucleo Antidroga e vengono ricompensati in cambio di informazioni dettagliate sugli acquirenti-consumatori” (17). Lo scandalo è inevitabile, tanto che il capitano Servolini è improvvisamente trasferito.
È questo un momento ben preciso in cui in Italia le azioni repressive contro i consumatori di marjuana e hashish sono sempre più plateali: essi vengono infatti violentemente repressi in una lunga parabola che va dai mille arresti nel 1970 sino ai duemila arresti del 1974. Le sostanze leggere risultano irreperibili, i prezzi divengono sempre più alti e la qualità decisamente scadente, tanto da confermare nel mercato nostrano le anfetamine e la prima arte del consumo ‘bucomane’; questo almeno sino al 17 maggio 1972 quando l’allora ministro della Sanità del governo Andreotti, ovvero il democristiano Athos Valsecchi, inserisce nell’elenco degli stupefacenti illeciti e illegali proprio le anfetamine, seppur 34 anni in ritardo rispetto ad altri Paesi occidentali e dopo venti accesi anni di polemiche da parte delle Nazioni Unite. La legge è provvidenziale e arriva nel preciso momento di massima diffusione della sostanza tanto che il lancio pubblicitario e giornalistico sarà più che notevole e ben esteso. A questo punto arriva nei mercati romani la morfina, siamo nell’autunno del 1972, i prezzi sono accessibili, anzi, diremo proprio bassi, mentre la qualità è altissima. Diventerà introvabile a partire dall’inverno del 1973-1974 segnando il battesimo di fuoco dell’eroina e i primi strascichi della sua propria diffusione di massa (18).A Roma, nel 1970, non esisteva alcun eroinomane. A partire dal 1975 erano a migliaia.
L’unica azione di repressione poliziesca condotta contro il traffico di eroina sarà quella della Squadra Mobile di Roma coordinata dal commissario Ennio Di Francesco il quale avrebbe portato a un sequestro significativo della sostanza proprio nel 1975, una partita di circa 2 chilogrammi. Gli veniva immediatamente revocata l’indagine per poi essere allontanato dalla Squadra Mobile e, infine, inspiegabilmente trasferito (19). Una sorte ben più triste e violenta, ma ugualmente esplicativa rispetto alla portata della nostra storia, capitò ai giovanissimi Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci detto ‘Iaio’ diversi anni dopo, entrambi caduti sotto otto colpi di pistola a Milano, in via Mancinelli, il 18 marzo 1978. I due, legati all’Autonomia e frequentatori del centro sociale Leoncavallo, stavano attivamente indagando, con interviste registrate su nastro (poi misteriosamente scomparsi dall’abitazione di Fausto), sullo spaccio d’eroina in alcuni quartieri milanesi. Dalle loro indagini esso risultava legato non solo ad ambienti malavitosi ma anche e soprattutto a personaggi e militanti della galassia dell’estrema destra ed è proprio a questi ultimi che si riconducono le responsabilità dell’omicidio che, decisamente, fu di matrice politica (20).
A questo punto si tende sempre a ricercare un responsabile unico ma così facendo si rischia anche di sminuire la portata complessiva della cosa, decisamente più contorta e macchinosa. Ci sarà chi parlerà dell’Operazione Blue Moon come il traffico d’eroina condotto dai fascisti, e a ragione. Chi si riferirà a essa come realizzata dallo Stato e dai suoi organi istituzionali, e a ragione. Chi la racconterà invece come ordita e organizzata dalla CIA, e a ragione, e chi dalla Nato, anche loro a ragione. E infine, nella fusione non casuale ma anzi coerente di queste piste, ci sarà anche chi pretenderà di inserire nell’elenco delle vittime della strategia della tensione anche le decine e decine di migliaia di individualità le quali, direttamente o indirettamente, in quegli anni soccombettero sotto i colpi dell’eroina, di cui ancora oggi subiamo le conseguenze. Volete dargli torto?
1) M. Rusconi, G. Blumir, La droga e il sistema, Feltrinelli, Milano, 1977, cit. pp.128-130
2) G. Blumir, Eroina, Feltrinelli, Milano, 1976, cit. p.132
3) M. Rusconi, G. Blumir, op. cit. p.132
4) G. Blumir, op. cit. p.132
5) M. Rusconi, G. Blumir, op. cit. p.129
6) La droga nera, Stampa Alternativa, Roma, Dossier n.2
7) G. Blumir, op. cit. p.135
8) L. Cancrini (a cura di), Esperienze di una ricerca sulle tossicomanie giovanili in Italia, Mondadori, Segrate, 1977
9) L. Lanza, Bombe e segreti. Piazza Fontana 1969, Elèuthera, Milano, 2009, cit. p.8
10) Cfr. Roberto Cavallaro, udienza 7.1.2010 al processo per la strage di Brescia, 24 settembre 2013, qui https://4agosto1974.wordpress.com/2013/09/24/roberto-cavallaro-udienza-7-1-2010-al-processo-per-la-strage-di-brescia/
11) A. Sceresini, Internazionale nera: la vera storia della più misteriosa organizzazione terroristica europea, Chiarelettere, Milano, 2017
12) Operazione Blue Moon, eroina di Stato, trasmesso la prima volta il 25 giugno 2013 e disponibile su Youtube
13) Lo affermo anche a partire dalla lettura del lungo e consistente Rapporto dei carabinieri del Ros pubblicato in data 23 luglio 1996 per Guido Salvini, giudice istruttore presso il tribunale di Milano, con ‘Annotazione sulle attività di guerra psicologica e non ortodossa (psychological and low density warfare) compiute in Italia dal 1969 al 1974 attraverso l’AGINTER PRESSE’
14) M.A. Lee, B. Shlain, Acid Dreams, Grove Presse, New York, 1994
15) Tutta questa storia è nel dettaglio approfondita nel Rapporto citato alla nota 13
16) A. Madeo, La droga trabocchetto per i turisti a Roma, Corriere della Sera, 23 maggio 1973
17) G. Blumir, op. cit. p.143
18) Ibidem, pp.140-14
19) V. Macrì, Droga di Stato. Anche le droghe usate come armi del potere, Wall Street International Magazine, 22 giugno 2018
20) Per approfondire si rimanda a: S. Ferrari, L. Mariani, L’assassinio di Fausto e Iaio. Quel maledetto 18 marzo 1978, ore 19.57. A quarant’anni dal duplice omicidio: i fatti, le fa testimonianze, gli atti giudiziari, la ricerca della verità, Red Star Press, Roma, 2018
FONTE: https://rivistapaginauno.it/anni-settanta-operazione-blue-moon/
CONFLITTI GEOPOLITICI
Visita senatori Usa a Taiwan: Cina mobilita jet, navi e bombardieri
La Cina ha annunciato il pattugliamento congiunto tra le sue forze navali e quelle aeree nei pressi di Taiwan e assicurato che “ci sarà la riunificazione” con l’isola. Una notizia del genere potrebbe tranquillamente passare in secondo piano, visti i continui moniti e le prove di forza cinesi per legittimare la supposta sovranità cinese su quella che Pechino considera una “provincia ribelle”. È tuttavia la circostanza nella quale è avvenuta a destare particolari preoccupazioni. Già, perché la Repubblica Popolare ha stretto i muscoli in risposta alla visita nell’isola – in corso proprio in queste ore – di una delegazione del Senato Usa.
L’obiettivo del pattugliamento, informa una nota del Comando del teatro orientale dell’Esercito popolare di liberazione (Pla), sono gli Stati Uniti “che inviano segnali sbagliati” alle forze indipendentiste di Taipei. L’iniziativa “ha organizzato le forze navali e aeree per pattugliare con prontezza al combattimento nelle acque dello Stretto di Taiwan”, ha affermato Shi Yi, portavoce del Comando, aggiungendo che sono stati mobilitati unità navali, jet e bombardieri.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha spiegato che la Cina è pronta ad adottare “misure efficaci” per salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale dopo l’arrivo a Taiwan della suddetta delegazione di membri del Congresso degli Stati Uniti.
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La visita dei senatori Usa e la reazione di Pechino
Nelle scorse ore era emersa la notizia della visita a Taiwan della durata di due giorni di un gruppo di senatori statunitensi. La delegazione, guidata dal democratico Bob Menendez, è formata dall’esponente della Camera dei rappresentanti, Ronny Jackson, e da alcuni senatori repubblicani tra cui Lindsey Graham, Richard Burr e Rob Portman. In agenda è previsto in teoria anche un incontro con la presidente di Taiwan, Tsai Ing Wen.
Resta da capire come e se avverrà l’incontro, visto che Tsai sta osservando un periodo di sette giorni di osservazione sanitaria, dopo le due settimane di quarantena previste per essere entrata in contatto con una persona risultata positiva al Covid-19. In ogni caso, tornando alla visita, la trasferta dei politici statunitensi è arrivata a meno di una settimana dalla prevista visita della speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, attesa a Taiwan domenica scorsa, ma rinviata perchè risultata positiva al Covid-19 a pochi giorni dalla partenza.
Zhao Lijian ha ribadito la “ferma opposizione” della Cina a ogni scambio ufficiale tra Taiwan e Stati Uniti. “Le azioni dell’esercito cinese sono una contromisura alle recenti azioni negative degli Stati Uniti, compresa la visita di una delegazione del Congresso degli Stati Uniti”, ha commentato il portavoce.
La questione taiwanese
Tutti i riflettori sono puntati sull’Ucraina ma anche nel cuore dell’Asia ci sono diversi nodi spinosi che potrebbero generare situazioni di tensione particolarmente pericolosi. Uno di questi nodi riguarda la questione taiwanese, con la Cina che considera Taiwan, appunto, una “provincia ribelle” e per questo sotto la propria sovranità. Non la pensa così Taipei che agisce in completa autonomia, supportata dagli Stati Uniti, costretti tuttavia a camminare in equilibrio per via della One China Policy.
Una situazione complessa, insomma, che potrebbe sfociare in un conflitto aperto. Un conflitto aperto che potrebbe verificarsi se, come più volte annunciato dalla Cina, Washington o chiunque altro dovesse fare mosse azzardate; oppure nel caso in cui – è questo il timore della Casa Bianca – Pechino dovesse invadere Taiwan. Gli Stati Uniti faranno di tutto perchè un’invasione di Taiwan da parte della Cina “non possa mai accadere”, ha dichiarato nelle ultimore il consigliere per la Sicurezza nazionale, Jake Sullivan. Nelle ultime ore la tensione è tuttavia salita alle stelle.
FONTE: https://it.insideover.com/guerra/visita-senatori-usa-a-taiwan-cina-mobilita-jet-navi-e-bombardieri.html
PER UNA GUERRA INCLUSIVA SOSTENIBILE E RESILIENTE
(di Andrea Cavalleri)

La tivvù, che tutto conosce, ha illuminato il popolo sul funzionamento del mondo:
ci sono i buoni e ci sono i cattivi.
E l’unica autorità competente a spiegare chi siano i buoni e chi i cattivi è la tivvù stessa.
La tivvù ci dice che bisogna essere in pace, ma, per colpa dei cattivi, occorre fare almeno una guerra ogni lustro.
Però siccome i buoni, cioè noi che facciamo tutto quello che dice la tivvù, siamo una Civiltà Democratica, non possiamo condurre la guerra in un modo qualsiasi, ma dobbiamo affrontarla consapevolmente e con le disposizioni che contraddistinguono il nostro stile superiore.
Questo è uno di quei momenti in cui la guerra sembra necessaria, infatti siamo in stato d’emergenza e ci è stato prospettato il drammatico dilemma se avere la pace o i condizionatori accesi; e poiché senza condizionatori d’estate non si può proprio resistere, è chiaro che il premier intendeva spiegarci che stiamo entrando in guerra.
Ma, beninteso, una guerra democratica e antifascista, infatti il Duce entrò in guerra per avere un posto al sole, mentre noi entriamo in guerra per poter stare nella frescura, coi condizionatori funzionanti.
Il primo elemento da considerare, in questa guerra dei buoni contro i cattivi, è che non bisogna lasciare indietro nessuno.
Forse perché qualche Stato è troppo piccolo, è poco armato, o non ha contenziosi in corso con il nemico, allora dovrebbe essere estromesso dall’opportunità di partecipare alla guerra?
Ma no, questa è discriminazione, tutti hanno il diritto di partecipare alla guerra!
Ognuno secondo le proprie possibilità, offrendo il contributo che è in grado di dare, come tappa fondamentale per l’auto costruzione di uno Stato libero e democratico.
Tutti sanno che una moderna civiltà basata sui diritti deve sviluppare la più ampia estensione degli stessi, fornendo non solo pari opportunità, ma un programma di inclusione per i diversamente abili.
E così, tutti ammessi alla guerra! Non solo Tedeschi, Francesi, Italiani, Europei, con i valorosi Inglesi e Americani che combatteranno fino all’ultimo Ucraino, ma anche Lussemburgo, Liechtenstein, San Marino, Andorra e Città del Vaticano.
Tutti sono ammessi alla guerra contro la Russia, anche i Russi.
E non solo ammessi, ma educati e incoraggiati: dalla tivvù prima di tutto, e poi dall’esperienza della cattiveria del nemico, per esempio provando i morsi di una crisi economica prodotta dagli onnipotenti hacker russi (che cercano goffamente di discolparsi attribuendola alle sanzioni e alla speculazione) o da qualche brutale atto terroristico zarista (camuffata col termine negazionista di false flag).
Naturalmente il processo di inclusione qui delineato è solo quello prossimo, immediato.
Infatti una riflessione critica ci impone di considerare anche i Paesi in via di sviluppo o quelli più defilati dal teatro delle operazioni: perché dovremmo precludere il diritto alla guerra, per esempio, al Burkina Faso, al Ciad o all’Uganda?
Perché non coinvolgere il Bhutan il Laos o la Nuova Caledonia?
A lungo termine la civiltà democratica deve impegnarsi per estendere il diritto alla guerra a tutte le nazioni del mondo.
Qualche preoccupazione l’ha destata il tema della sostenibilità.
Infatti alcuni si sono domandati se le missioni aeree non producessero troppa CO2 e se i carri armati avessero la marmitta catalitica.
Inoltre le bombe e i proiettili potrebbero avere un impatto sulla geomorfologia superficiale, disturbando e alterando l’ecosistema: come ha mostrato la tivvù con scene strazianti il povero grillotalpa ne soffre orribilmente e non se la passa meglio la sanguisuga, che arriva a contorcersi per il dolore; bisogna assolutamente fare qualcosa!
Noi, comunque, siamo una civiltà superiore, attenta al tema della sostenibilità fin dalla progettazione delle nostre opere; e infatti gli esperti ci dicono che le bombe e i mezzi militari barbarici del nemico inquinano tra le quindici e le venti volte di più dei nostri, mentre la flotta aerea dei buoni ha delle certificazioni attestanti che i velivoli sono stati prodotti utilizzando energia proveniente da fonti rinnovabili e che le emissioni rispondono al protocollo di Kirkjubæjarklaustur.
Tant’è che gli aerei dei buoni sono dotati di un sensore prodotto dalla Volkswagen che misura le emissioni e che, al raggiungimento di un tetto stabilito, interrompe automaticamente il raid, riportando il mezzo alla pista di atterraggio.
Sembra che queste garanzie abbiano soddisfatto Greta Thumberg.
Se poi accettiamo la teoria, non ancora del tutto convalidata ma promossa da fonti autorevoli, che le guerre (per qualche fenomeno complesso e difficilmente spiegabile) tendono ad accompagnarsi a un calo della popolazione sia umana sia bovina, si può ottenere un bilancio tra costi e benefici sostanzialmente equilibrato: ridurre il numero di uomini e di mucche significa infatti abbattere sensibilmente la produzione di flatulenze che, come tutti sanno, sono assolutamente perniciose per la sopravvivenza del pianeta.
Però tutte queste attenzioni possono attenuare il problema ma non risolverlo.
La verità è che, finché non si cambia la qualità dei mezzi, la guerra ha un impatto climatico-ambientale non positivo: bisogna passare al nucleare!
E infatti la tivvù, seguita da tutta la diplomazia occidentale, sta facendo i massimi sforzi per portarci sulla retta via della guerra atomica, l’unica che fornisca il massimo risultato col minimo di CO2.
Il terzo grande tema della guerra consiste nel fatto che, nonostante le accorate spiegazioni della tivvù sui benefici apportati da questa virtuosa istituzione, una parte della popolazione lamenta di trovarsi a disagio ed esprime la tendenza a desistere dall’azione.
Ma la resilienza non è una scelta, è imposta dal nemico aggressore (questo è il principio primo per cui bisogna fare la guerra) e quindi non bisogna cadere nel disfattismo, ma protrarre la nostra azione fino all’ottenimento del risultato.
Una parola va spesa sulle teorie disfattiste che circolano in rete, alimentate da un nugolo di fake news: pensate che si arriva a dire che la guerra causa la morte di una parte consistente della popolazione!
Basterebbe il fatto che le voci presenti in Internet si discostano dalla verità della tivvù, per capire che sono falsità, ma sentiamo la voce degli esperti.
Innanzi tutto il 99,9% delle morti sono causate da arresto cardiaco; esiste qualche studio in fase iniziale che suggerisce che una sventagliata di mitra in pieno petto o l’esplosione di una granata fra le gambe possano costituire un’aggravante, ma queste comunque non saranno mai cause di morte, gli esperti hanno categoricamente attestato che non c’è nessuna correlazione.
Accade sovente che certi soggetti che hanno fatto troppo sesso e troppo sport, hanno mangiato molta pizza margherita bevendoci pure sopra la birra, e compiono sforzi eccessivi nella defecazione, accusino un problema cardiocircolatorio proprio in prossimità di una sparatoria o di un’esplosione, e allora nascono le leggende metropolitane.
Qualcuno dirà che queste spiegazioni lo tranquillizzano finché si parla di guerra convenzionale, ma che in presenza di una guerra nucleare non saprebbe cosa fare.
Eh, bisogna avere pazienza, ci sono persone che ancora diffidano delle nuove tecnologie e non credono nella scienza, quella scienza benedetta che ciò che non ha ancora spiegato oggi, lo spiegherà domani.
A queste persone dico: cominciate a portare le mascherine in modo da filtrare le particelle della nube radioattiva, mascherine sempre, all’aperto e al chiuso.
E poi, non è ancora successo ma ho la certezza morale che accadrà, vedrete che un bel dì la tivvù ci darà il grande e tanto atteso annuncio che hanno trovato il vaccino contro le radiazioni e i fasci di neutroni.
E dovremo tutti ringraziare la ricerca sui vaccini anti covid, che ha permesso l’avanzamento scientifico necessario per giungere al vaccino anti atomico.
Anzi magari, per uno di quei casi dove l’intuizione geniale di uno studioso si sposa a una necessità storica (come accadde con la scoperta della penicillina), scopriremo che il vaccino antiradiazioni ce l’abbiamo già: la settima dose Pfitzer, che, oltre a proteggerci dalla variante yz bis, svolgerà esattamente quella funzione.
Potremo così affrontare la nostra guerra mondiale inclusiva, condotta nella giusta sostenibilità nucleare, con la dovuta resilienza.
Andrea Cavalleri per ComeDonChisciotte
FONTE: https://comedonchisciotte.org/per-una-guerra-inclusiva-sostenibile-e-resiliente/
CULTURA
CLAUSEWITZ: DALLA GUERRA GEOMETRICA AL CAOS
La letteratura sulla guerra è vastissima. Un posto speciale va riconosciuto al lungo saggio Della guerra di Carl von Clausewitz. L’attuale clamore mediatico ha posto in evidenza la polemologia il cui contenuto è più vasto rispetto alla strategia, alla logistica, all’evoluzione degli armamenti. La guerra è un evento totalizzante che condiziona e modifica equilibri geopolitici, i sistemi economici e sociali. Michel Foucault ha evidenziato come i conflitti si siano sempre più trasformati in una pratica di controllo dei corpi e dei loro comportamenti. La biopolitica era estranea al tempo del generale filosofo che, tuttavia, aprendo una finestra sulla possibilità di “guerra totale”, ha creato le premesse alla creazione di conflitti batteriologici, economici e di controllo comportamentale che la Cina ha elevato a sistema totalitario.
Il testo di Clausewitz appare nel 1832 come risultante delle carte e degli appunti raccolti e coordinati dalla moglie. Comprende alcuni capitoli tecnici di lettura poco scorrevole riguardanti le marce, il posizionamento delle truppe, i rifornimenti e altro. La tesi centrale del testo considera la guerra come una delle forme di relazione fra Stati. Egli non elabora riflessioni di ordine morale, ma focalizza il fenomeno del conflitto come un evento innato dell’attività umana. Accortamente, l’autore spiega che la guerra è un fenomeno sociale e non una elaborazione matematica andando così in aperto dissenso con lo stratega Bulow le cui opere erano diffuse nelle accademie militari del tempo. Come evento umano, i conflitti sono aperti alla imprevedibilità derivante dalla contesa armata fra i popoli.
Diversamente dalla corrente di pensiero dominante nel suo tempo, Clausewitz evidenzia che la guerra si sviluppa sui terreni instabili della dissimulazione, dell’effetto sorpresa, dell’inganno, dello sfruttamento della debolezza dell’avversario. La guerra è una coordinazione di opportunità, ostacoli, vantaggio tecnologico, territoriale, economico, di determinazione e ferocia. Una sintesi che determina ampiezza e durata di una battaglia. L’unità di comando consente di realizzare un’azione complessa e limita il più possibile l’incidenza dell’incertezza e dell’imponderabile che spesso si verificano con una gestione delle operazioni dirette da fonti differenziate e spesso scoordinate tra loro.
Tenendosi lontano da considerazioni etiche, eroiche e geometriche della guerra classica, Clausewitz afferma senza esitazione che il nemico va colpito fino al suo annientamento, e la battaglia è uno degli strumenti a disposizione per riuscirci. Il colpo iniziale va sferrato con tutte le forze a disposizione e con rapidità. L’autore afferma che è il difensore che non vuole piegarsi alle prevaricazioni a dare inizio delle operazioni militari e non l’attaccante. Questa originale e profonda riflessione non sfuggì all’attenzione di Lenin. La nazione che tenta la conquista inizia a muoversi aprendo tavoli negoziali per ottenere ciò che vuole con promesse e minacce, senza il ricorso immediato alla guerra e facendo credere allo Stato bersaglio che agisce “per il suo bene”.
Nel mondo reale vanno tenute in giusto conto la presenza di dinamiche imprevedibili, di comportamenti irrazionali derivanti e da decisioni prese con scarsità di informazioni. L’enfasi spostata sugli effetti dell’imprevisto è una novità che i detrattori e imitatori di Clausewitz terranno in considerazione. Parliamo di Lenin e di Castro, di Mao, di Pol Pot, per citarne alcuni. Altra riflessione diventata famosa e ripetuta all’infinito è “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” (pagina 38). Una tesi che va controcorrente rispetto al pensiero militare dominante del suo tempo: la politica e non le caste militari delinea le regole della guerra e quando farne ricorso! Contrariamente all’immaginario popolare, la guerra è una operazione proveniente da una lunga preparazione opportunamente occultata. I negoziati preliminari fra nazioni diverse o fra coalizioni costituiscono un confine oltre il quale si passa all’opzione bellica.
Lo svolgimento degli eventi non sempre è veloce e i tempi sono determinati dalle dinamiche politiche. All’interno di questo processo, la guerra è solo una forma del conflitto ed è pertanto un atto politico! L’autore non ha tuttavia sviluppato considerazioni sulla quantità di irrazionalità che determina le decisioni politiche. L’elaborazione del lungo libro deve molto al pensiero di Montesquieu nel suo Spirito delle leggi. Clausewitz è uno dei primi studiosi ad aver introdotto nel pensiero militare il concetto di “guerra di popolo” attentamente studiato da Mao. Viene analizzata la guerriglia come attività di frantumazione delle forze avversarie e mirante al loro progressivo logoramento strategico, logistico e soprattutto psicologico con l’invincibile rapporto dei guerriglieri con la popolazione che rende endemico il conflitto prolungandolo all’infinito!
Della guerra ha sollevato un importante dibattito teorico le cui posizioni più note ed estreme sono quelle riferite al professor John Keegan che vede in Clausewitz il teorico della guerra totale senza limiti né localizzazione né durata etichettando l’autore come padre della ragione terroristica e alla diversa e più pertinente riflessione del professor Raymond Aron che evidenzia il realismo del generale e filosofo quando afferma che la guerra è in stretta subordinazione dell’agire politico di cui è uno degli strumenti a disposizione poiché la nazione attaccante non necessariamente mira al totale annientamento dell’avversario come scopo finale. All’interno di queste teorizzazioni, il dibattito presenta riflessioni intermedie che lascio all’analisi dei lettori interessati.
Il testo si divide in 128 capitoli e sezioni, raggruppati in otto libri. Gli ultimi due sono rimasti al livello di schema. Non è un’opera di facile lettura ma ancora oggi trasmette contenuti di grande attualità che offrono interessanti chiavi interpretative per comprendere le dinamiche delle tensioni mondiali in corso. È un libro che deve essere presente in una biblioteca di livello. Un testo su cui riflettere per non farsi catturare da valutazioni solamente istintuali ed emotive del tempo presente!
Della guerra di Carl Von Clausewitz, Mondadori 2017, pagine 1.080, 20 euro
FONTE: https://www.opinione.it/cultura/2022/05/03/manlio-lo-presti_della-guerra-carl-von-clausewitz-mondadori/
Napoli: ritrovato manoscritto inedito di Giacomo Leopardi
Un manoscritto inedito di Giacomo Leopardi con ogni probabilità risalente al 1814 – anno in cui il poeta aveva 16 anni – è stato ritrovato nel fondo Leopardiano, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Si tratta di un “quadernetto” composto da quattro mezzi fogli, ripiegati nel mezzo in modo da ottenere otto facciate, recanti una lunga lista alfabetica di autori antichi e tardo antichi (circa 160 i lemmi), ognuno dei quali seguito da una serie di riferimenti numerici (in totale oltre 550).
Ad intercettarlo, nello specifico, sono stati i docenti universitari Marcello Andria e Paola Zito, che ne hanno curato la pubblicazione per i tipi di Le Monnier Università. I
l volume “Leopardi e Giuliano imperatore. Un appunto inedito dalle carte napoletane”, sarà infatti presentato nella giornata di domani, alle ore 16:00, presso la Sala Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli.
FONTE: https://www.lindipendente.online/2022/05/02/napoli-ritrovato-manoscritto-inedito-di-giacomo-leopardi/
Raimondo de Sangro, il principe maledetto
(Il Giornale, Venerdì 18 Ottobre 1996)
Napoli
Dal nostro inviato
Rino Di Stefano
Nonostante abbia tolto il disturbo da oltre due secoli, ancora oggi a Napoli quando lo sentono nominare c’è chi si fa furtivamente il segno della croce. Del resto non si può dire che Raimondo de Sangro, Principe di San Severo, abbia lasciato un bel ricordo di sé. Di lui la gente racconta che fosse una specie di stregone, un alchimista diabolico che faceva rapire poveri disperati i cui corpi dovevano servire per i suoi turpi esperimenti, un castrafanciulli senza Dio che nessun potere, neanche quello del re, riusciva a controllare. Qualcuno arrivò a dire che aveva ucciso sette cardinali con le cui ossa e pelle avrebbe fatto altrettante orribili seggiole. Ma se il popolino lo temeva e lo diffamava, non è che le classi socialmente più elevate lo stimassero più di tanto. Il principe, infatti, fu anche il primo Gran Maestro della massoneria napoletana e accadde che un giorno, per salvare la sua testa e le sue proprietà , non esitò a tradire tutti i «fratelli» (tra i quali c’era il fior fiore della nobiltà napoletana) denunciandoli al re. E finì che il nome di Raimondo de Sangro venne maledetto in tutte le logge europee e in alcuni casi la sua effigie venne anche pubblicamente bruciata. Insomma, quale primo massone «pentito» della storia italiana, non si fece una bella fama. Prova ne sia che la stessa Treccani, pur riconoscendogli « una vastissima notorietà nel regno e all’ estero» mette in dubbio persino le sue innegabili capacità scientifiche (era anche Accademico della Crusca) sostenendo che «inventò , o credette di inventare, nuovi tipi di armi da fuoco, e innumerevoli ritrovati nel campo della pirotecnica, delle industrie tessili, della colorazione dei marmi e dei vetri, della meccanica applicata, eccetera» .
Eppure, se soltanto si scava un po’ sotto la superficie del pregiudizio che si è creato intorno all’immagine del Principe, emerge una ben diversa realtà. E cioè che il Principe di San Severo non fu soltanto uno dei personaggi più misteriosi e discutibili del Settecento europeo, ma anche una delle menti più brillanti della sua epoca. Per molti versi, un uomo troppo moderno per il suo tempo. E per questo suo modo di essere pagò il prezzo che il destino gli aveva assegnato.
Ma vediamo un po’ più da vicino chi è questo nobile napoletano e che cosa ha lasciato per non farsi dimenticare dai posteri. Tanto per cominciare la famiglia del Principe non era di origine napoletana. Discendente direttamente da Carlo Magno attraverso il ramo di Oderisio, conte de Sangro (1093), la famiglia contava una sfilza lunghissima di titoli, oltre al Principato di San Severo: principe di Castelfranco, principe di Fondi, duca di Torremaggiore, duca di Martina, e così via. Tra le altre cose, i de Sangro erano anche Grandi di Spagna. Ed è appunto in uno di questi feudi, a Torremaggiore, in provincia di Foggia, che Raimondo nacque il 30 gennaio del 1710, terzo di tre fratelli, da don Antonio de Sangro e Cecilia Caietani d’Aragona. La madre morì quando il bambino aveva soltanto un anno. E anche i primi due fratelli, Paolo e Francesco, morirono in tenera età . Per cui a soli 16 anni Raimondo ereditò il titolo di Principe di San Severo.
Il padre, sconvolto dalla morte della moglie, non si volle occupare del piccolo e, prima di rinchiudersi in un convento per il resto dei suoi giorni, lo affidò al nonno. Di intelligenza molto vivace, all’età di dieci anni Raimondo venne inviato al Seminario di Roma dove venne affidato ai padri Gesuiti. Solo a vent’anni, con un bagaglio culturale notevolmente superiore a quello solitamente posseduto dai nobili dell’epoca, il giovane riuscì finalmente a tornare nel palazzo dei suoi avi, a Napoli, fregiandosi del titolo di Principe di San Severo. Così ce lo descrive Antonio Genovesi nella sua «Autobiografia» :
«è di corta statura, di gran capo, di bello e giovanile aspetto; filosofo di spirito, molto dedito alle meccaniche; di amabilissimo e dolcissimo costume: studioso e ritirato; amante le conversazioni d’uomini di lettere. Se egli non avesse il difetto di avere troppa fantasia, per cui è portato a vedere cose poco verosimili, potrebbe passare per uno dè perfetti filosofi» .
La fantasia, appunto. Il Principe ne aveva da vendere ma non si limitava a mantenerla allo stato teorico, la metteva in pratica concretizzandola in tutte quelle invezioni che poi lo resero famoso. Una per tutte, il controverso «lume eterno» che don Raimondo realizzò triturando le ossa di un teschio: ottenne una mistura, probabilmente a base di fosfato di calcio e di fosforo ad alta concentrazione, che aveva la capacità di bruciare per ore consumando una quantità trascurabile di materia.
Il più illustre dei suoi estimatori fu proprio il re Carlo III di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna, che a soli 17 anni il 10 maggio 1734 entrò trionfante a Napoli per prendere possesso del Regno delle due Sicilie dopo avere sconfitto gli austriaci. Seppur ancora un ragazzo, il sovrano comprese che doveva circondarsi di persone fidate per familiarizzare con il regno che si era appena conquistato. Così , subito dopo le sue nozze con Amalia Walburga di Polonia, istituì l’Ordine cavalleresco di San Gennaro del quale egli si proclamò Gran Maestro. A questo ordine avrebbero appartenuto solo sessanta blasonati della più antica nobiltà , scelti uno per uno dal re in persona. Il Principe di San Severo fu uno dei primi a essere chiamato.
Don Raimondo sapeva che il re amava la caccia. Allora, per ringraziarlo dell’onore che gli aveva concesso, gli fece fabbricare dei mantelli di un tessuto impermeabile di sua invenzione, una novità assoluta per l’epoca. E il sovrano, ovviamente, ne restò entusiasta.
La stima verso di lui crebbe anche col tempo. Nel 1744, per esempio, il Principe, colonnello del reggimento di Capitanata, liberò alla testa delle sue truppe la città di Velletri occupata dall’esercito del generale Lobkowitz. E anche in quell’occasione si conquistò un ulteriore plauso del sovrano. Sempre per restare nel campo militare, a lui si devono le invezioni di uno speciale cannone in lega di ferro (allora erano di bronzo) e di un fucile a retrocarica che di fatto anticipò l’invenzione del Lefaucheux, l’ideatore della nuova arma.
Ma ben altri erano gli interessi che il Principe covava nella sua mente. Nonostante l’insegnamento religioso che aveva ricevuto dei gesuiti, ben presto il giovane nobile napoletano entrò a far parte della Confraternita segreta dei Rosa-Croce dove venne iniziato agli antichi riti alchemici, la cosiddetta «arte sacra» o «arte regia» , che fin dai tempi più remoti i sacerdoti egiziani tramandavano ai propri discepoli. Don Raimondo aveva trovato la sua strada. Pur mantenendo il più assoluto silenzio sui «fratelli» e sull’insegnamento che stava ricevendo (non ha lasciato documenti di alcun genere sull’attività della misteriosa setta) il Principe cambiò radicalmente la propria vita dedicando tutto il suo tempo all’alchimia. Alambicchi, forni e provette riempirono così lo scantinato del suo palazzo e di notte non era raro vedere strani fumi colorati e sentire odori pestilenziali che fuoriuscivano dalle finestre sbarrate che davano sulla strada. Fu in quel periodo che i napoletani gli appiopparono la nomea di stregone.
Ma Raimondo de Sangro aveva anche un altro hobby: il bel canto. Nonostante conoscesse i piaceri della famiglia e della paternità (aveva sposato Carlotta Caietani d’Aragona, parente di sua madre, e aveva cinque figli: Vincenzo, Paolo, Gianfrancesco, Carlotta e Rosalia), il Principe si dilettava a girare per i suoi vasti possedimenti in cerca di fanciulli dalla bella voce. Di solito li trovava nei cori parrocchiali. Allora li «comprava» dai genitori (quasi sempre contadini analfabeti senza un soldo ma con tanta prole), li faceva castrare dal suo medico di fiducia, il palermitano don Giuseppe Salerno, e poi li rinchiudeva nel Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo, a Napoli, dove i castrati venivano avviati alla carriera di «sopranisti» .
Nonostante la maggior parte di questi sfortunati cantanti venisse proprio dal Regno delle due Sicilie, la moda dei castrati era originaria del Regno Pontificio dove il Papa aveva vietato alle donne di calcare le tavole del palcoscenico. Nelle terre dei Borboni, invece, questo divieto non esisteva. Tanto è vero che si conoscono i nomi di molte cantanti del tempo. Ma i napoletani, e non solo loro, andavano pazzi per la voce dei castrati. E tra questi c’era anche il Principe che, però , nei castrati vedeva anche un’altra cosa: quella ricerca della perfezione che i Rosa-Croce identificavano nell’«annullamento del dualismo della separazione, nel ritorno all’androgino primordiale» . Insomma, i ragazzi scelti dal Principe facevano le spese di un’astratta quanto assai poco commendevole speculazione filosofica. E il fatto che alcuni di essi diventassero ricchi e famosi non li ripagava davvero di quanto avevano perso.
La vera ossessione del Principe erano comunque i posteri, e cioè noi. Per anni ha pensato a come poteva stupirci, a come poteva entrare nella storia con un ruolo da protagonista. Ed è nato così quel capolavoro di arte ermetica che è la Cappella di San Severo. Per trovarla dobbiamo addentrarci nel cuore della vecchia Napoli. Girando tra vicoli e straduzze, alla fine arriviamo in piazza San Domenico Maggiore. Lì , di fronte all’obelisco che ricorda le migliaia di bambini napoletani morti durante le ricorrenti pestilenze, c’è il palazzo del Principe di San Severo. Guardando in basso, ai lati dell’antico portone al civico 9, si vedono ancora le feritoie sbarrate di quello che una volta era il laboratorio di don Raimondo. Pochi passi avanti, giriamo l’angolo dell’edificio, e ci troviamo in via Francesco De Sanctis, dove al 17 c’è l’ingresso della Cappella detta «della Pietatella» . Le cose che stiamo per vedere sono assolutamente straordinarie, comunque le si voglia considerare. Entrando la prima impressione è quella di trovarsi in una chiesetta rettangolare di stile barocco, fin troppo ricca di fregi e dipinti. Intorno a noi ci sono diciotto statue rappresentanti per la maggior parte parenti diretti del Principe: diciassette ai lati e alle spalle, una al centro del locale. In fondo, davanti a noi, l’imponente altare maggiore.
Tutte le statue sono di ottima fattura e portano il nome di famosi scultori dell’epoca. Tre di queste, però, sono davvero particolari. La prima, quella che si trova al centro della Cappella, è il cosiddetto Cristo velato, opera di Giuseppe Sammartino (1720-1793). Si tratta di un Cristo morente interamente ricoperto di un velo di marmo che fa corpo unico con la statua stessa e con il giaciglio sulla quale è stata scolpita. Lo straordinario è che le fattezze del Cristo (gli occhi, il naso, la bocca, i muscoli delle braccia) si intravedono da «sotto» il velo, e cioè l’impressione è che la statua sia stata «successivamente» ricoperta con un velo di marmo che poi si è «amalgamato» con il resto della statua.
Se credete di aver preso un abbaglio, spostatevi leggermente a destra, quasi in fondo alla Cappella. Sopra di voi si erge la statua del Disinganno, capolavoro del genovese Francesco Queirolo (1704-1766). L’opera, che rappresenta Antonio de Sangro, duca di Torremaggiore e padre del Principe, mostra un uomo che si divincola in una rete cercando di liberarsene con l’aiuto di un giovinetto alato. Il significato allegorico è quello di un uomo alle prese con le false verità della vita (la rete) dalle quali vuole liberarsi tramite l’intelletto (il giovinetto). Ciò che stupisce il visitatore è che la rete circonda interamente una statua già scolpita, pur essendo parte integrante di essa. Come è possibile?
Di fronte, sulla sinistra, troviamo la statua della Pudicizia, opera di Antonio Corradini (1668-1752). Rappresenta la madre del Principe, Cecilia Caietani d’Aragona, e mostra una donna nuda, piuttosto giunonica, ricoperta da capo a piedi di un finissimo velo di marmo che ne fa intravedere in ogni dettaglio le sembianze. Secondo alcuni, l’allegoria sarebbe quella della sapienza il cui velo deve essere sollevato da chi vuole impadronirsene.
Il problema è : come hanno fatto questi scultori a ricoprire con veli e reti di marmo i loro lavori? Allo stato attuale delle cose, la risposta non esiste. Volendo, si può fare un’ipotesi. Alcuni sostenitori del Principe (don Raimondo ha i suoi ammiratori anche nella Napoli di oggi) sostengono che i veli sono stati ottenuti «cristallizzando una soluzione basica di idrato di calcio o calce spenta» . Il processo sarebbe stato il seguente: la statua veniva posta in una vasca e ricoperta da un velo, o da una rete, bagnati; su questi veniva versato latte di calce diluito e sul liquido veniva spruzzato ossido di carbonio proveniente da un forno a carbone. In questo modo si otterrebbe una precipitazione di carbonato di calcio, e cioè marmo, che si unirebbe al resto della statua. Finora, però , nessuno ha dimostrato con i fatti che questa teoria sia quella giusta.
Altrettanto stupefacente è poi la lapide tombale dello stesso Principe (vi si accede dalla destra, attraversando una volta ad arco). Si tratta di una grande lastra di marmo interamente ricoperta di una scritta in latino (anche questa opera di don Raimondo) i cui caratteri sono tutti in rilievo. Tra le altre cose vi si legge:
«UOMO MIRABILE, NATO A TUTTO OSARE, Raimondo de Sangro, Capo di tutta la sua famiglia, Principe di San Severo, Duca di Torremaggiore… illustre nelle scienze matematiche e filosofiche, insuperabile nell’indagare i reconditi misteri della natura, esimio e dotto nei trattati e nel comando della tattica militare terrestre e, per questo, molto apprezzato dal suo Re e da Federico di Prussia…imitando l’innata pietà a lui pervenuta per l’ascendenza di Carlo Magno imperatore, restaurò a sue spese e con la sua saggezza questo tempio… AFFINCHÈ NESSUNA ETÀ LO DIMENTICHI» .
Nel sarcofago, comunque, il corpo del Principe non c’è : qualcuno, chissà quando e perché, lo ha trafugato.
Ma il pezzo forte della cappella non sono le statue. Se non si è troppo impressionabili, vale la pena di scendere una scaletta a chiocciola che porta a quello che una volta era il vano d’ingresso al laboratorio segreto. Qui, in due teche di vetro alte circa due metri, sono conservate le cosiddette «macchine anatomiche» .
Lo scheletro della donna ha il braccio destro alzato e i globuli oculari interi, quasi ancora lucenti, in un’espressione di vero terrore. Sembra quasi che invochi aiuto. Le ossa sono interamente rivestite dal fittissimo sistema arterioso e venoso che, metallizzandosi, ha preservato anche gli organi più importanti. Il cuore è intero e nella bocca si possono riconoscere persino i vasi sanguigni della lingua. Era incinta. Nel ventre si può notare la placenta aperta dalla quale fuoriesce l’intestino ombelicale che va a congiungersi con il feto. Così come quello della madre, anche il cranio di questo bambino mai nato si può aprire per vederne all’interno la complessa rete dei vasi sanguigni.
Il corpo dell’uomo ha più o meno le stesse caratteristiche, solo che le braccia scendono lungo il tronco. Lavorando di fantasia, si potrebbe pensare che entrambi siano stati legati mani e piedi ad una specie di tavolo operatorio e che solo la donna, prima di morire, sia riuscita a liberare il braccio destro che ha agitato, cercando scampo, fino a quando la sua circolazione sanguigna non si è bloccata.
Ma come ha fatto realmente il Principe a realizzare le sue «macchine anatomiche» ? Non lo sappiamo. Leggendo la «Breve nota di quel che si vede in casa del Principe di San Severo» edita per la prima volta nel 1766, e quindi quasi certamente scritta dallo stesso Principe, si legge che nella Cappella «si veggono due Macchine Anatomiche, o, per meglio dire, due scheletri d’un Maschio, e d’una femmina, nè quali si osservano tutte le vene, e tutte le arterie dè Corpi umani, fatte per injezione, che, per essere tutt’intieri, e, per la diligenza, con cui sono stati lavorati, si possono dire singolari in Europa» .
Alla luce delle attuali conoscenze mediche, si potrebbe pensare che il diabolico don Raimondo, sempre con l’assistenza del medico Giuseppe Salerno, abbia iniettato nelle vene delle due malcapitate cavie una sostanza che, entrando in circolo, abbia progressivamente bloccato la rete sanguigna fino alla morte dei soggetti. A questo punto la misteriosa sostanza avrebbe «metallizzato» vene e arterie preservandole dalla successiva decomposizione. Il Principe, infatti, deve aver aspettato che pelle e carne si decomponessero completamente prima di ottenere quelle che lui, con tanta pomposità, chiamava le « macchine anatomiche» .
I dubbi, comunque, restano. Infatti nel 1700 la siringa ipodermica necessaria per fare appunto quell’« injezione» , non c’era ancora in quanto fu inventata quasi un secolo dopo dal chirurgo Carlo Gabriele Pravaz (1791-1853) di Lione. Ed è proprio questo l’argomento usato dai sostenitori del Principe che, rifiutando il fatto che l’uomo e la donna possano essere stati sottoposti da vivi a quell’orribile esperimento, sostengono invece che quegli scheletri sono soltanto povere ossa ricoperte da una rete artificiale di vasi sanguigni. Anche se un esame compiuto negli anni Cinquanta aveva rivelato «che l’intero sistema di vasi sanguigni, all’analisi, si è rivelato metallizzato, cioè , impregnato e tenuto in sesto da metalli in esso depositati» .
Comunque le statue e le «macchine anatomiche» non sono gli unici misteri della cappella. è sicuro che tramite la disposizione dei monumenti e il contenuto dei dipinti, il Principe abbia voluto lasciare un messaggio di tipo massonico o, meglio, ermetico. Tanto più che egli stesso ha manifestato su una piccola lapide contenuta nella Cappella «la volontà di stupire, di scoprire e di ammaestrare del committente» . Anche in questo caso fino ad oggi nessuno ha saputo spiegare esaurientemente il contenuto di quel messaggio, anche se molti hanno azzardato ipotesi più o meno verosimili.
A questo proposito la stessa esperienza massonica del Principe non fu delle più felici. Intriso com’era di esoterismo, non stupisce che quando nel 1750 la massoneria fece capolino a Napoli don Raimondo decidesse di farne parte. E non stupisce nemmeno che, visto il prestigio di cui godeva, i «fratelli» lo avessero nominato Gran Maestro di tutto il Regno. La suggestione occultistica e alchimistica introdotta dal filone scozzese nella struttura razionalistica della massoneria di tipo inglese, faceva molta presa sulla nobiltà e sulla borghesia. E il Principe seppe sfruttarla tanto bene che ben presto nella sola Napoli si contarono un migliaio di «fratelli» suddivisi in diverse logge.
C’è da dire, però , che i massoni di una volta erano un po’ diversi da quelli odierni. Nel Settecento spesso le logge prendevano il nome delle taverne dove i «liberi muratori» si incontravano per discutere di filosofia, di esoterismo e di politica. Alla fine della seduta, si sedevano tutti intorno ad un tavolo e cominciavano a mangiare e bere a sazietà . Tanto poi che concludevano la serata cantando a squarciagola. Alcune di quelle canzoni sono arrivate sino a noi. Sentite questa sul divieto delle donne a far parte della massoneria:
«Se tra noi luogo non hanno
Le tue ninfe, Amor, perdona;
Che ove il nome tuo risuona,
Tutto è colpa e tutto è inganno
Né tener san donne imbelli
Il segreto dei fratelli» .
Tuttavia il fatto che nelle logge si parlasse di eguaglianza e di libero pensiero non poteva non impensierire il Santo Uffizio, e cioè il tribunale dell’Inquisizione, che da tempo cercava senza successo di aprire una sede nel Regno delle due Sicilie. L’iniziativa la prese il pontefice Benedetto XIV, papa Lambertini, che il 15 gennaio 1751 fece sapere all’ambasciatore di Carlo III di essere gravemente preoccupato per il diffondersi della massoneria nel Regno e negli stessi ambienti di corte. La missiva del Papa trovò terreno fertile perché anche il re borbone si era dato da fare per saperne di più su «un’unione senza l’intelligenza ed approvazione del Sovrano» . Inoltre proprio in quell’anno il miracolo di San Gennaro non si era compiuto e il popolino, aizzato da un certo padre Pepe, aveva dato vita ad un vero e proprio movimento popolare contro i massoni, considerati i responsabili del mancato prodigio.
Per farla breve, il 28 maggio 1751 Benedetto XIV emano la bolla «Providas Romanorum Pontificum» con la quale rinnovò la scomunica della Chiesa verso la massoneria, già espressa tredici anni prima dal suo predecessore Clemente XII.
Ovviamente il più preso di mira da tutta questa agitazione anti-massonica fu proprio il Principe di San Severo, il quale, però , avendo fiutato il vento, e comprendendo che si stava giocando vita e onori, si era mosso prima che il bubbone scoppiasse. Infatti il Papa non sapeva che fin dal 26 dicembre 1750 don Raimondo si era presentato al re e gli aveva consegnato la lista dei nomi degli affiliati e tutti i documenti relativi alle logge presenti nel regno. Carlo III pubblicò l’editto contro i «liberi muratori» il 2 luglio 1751. Il primo agosto il Principe scriveva al Papa ritrattando la sua fede massonica e mettendosi sotto la sua protezione.
Così facendo don Raimondo tradì il segreto massonico e salvò la sua testa, ma non solo quella. Infatti il re, che non aveva nessuna voglia di mettere in carcere metà della sua corte, si limitò a impartire una «solenne ammonizione» a tutti i massoni napoletani.
Messo all’indice dalla «fratellanza» internazionale e dagli stessi amici di un tempo, il Principe tornò a occuparsi per altri vent’anni della sua alchimia fino a quando la sera del 22 marzo 1771 la morte lo colse «per malore cagionatogli dai suoi meccanici esperimenti» . Probabilmente aveva inalato o ingerito qualche sostanza tossica durante le sue lunghe notti nel laboratorio.
Ma c’è un ultimo mistero che Raimondo de Sangro si è portato nella tomba. Nel 1790 di fronte al tribunale romano dell’Inquisizione il conte di Cagliostro affermò che tutte le sue conoscenze alchemiche gli furono insegnate anni addietro a Napoli da «un principe molto amante della chimica» . I giudici non gli vollero credere e non diedero peso alle sue parole. Forse il nome di quel principe venne anche pronunciato, ma non lo possiamo sapere visto che tutti gli atti di quel processo furono dichiarati segreti e si trovano ancora oggi sotto chiave da parte della Reverenda Camera Apostolica.
Del processo di Cagliostro, che si concluse con la condanna e l’internamento dell’imputato nella rocca di San Leo, ci è rimasto solo un compendio fatto ad uso e consumo dell’Inquisizione. Chissà, se solo il Vaticano volesse, forse si potrebbe scoprire che quel geniaccio di Raimondo de Sangro fu anche il maestro del ben più noto Cagliostro. Ma questa pagina di storia è ancora tutta da scrivere.
FONTE: https://www.rinodistefano.com/it/articoli/san-severo.php
CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE
Pegasus ha intercettato Sanchez e il governo spagnolo. Meglio mandare bigliettini…
Maggio 2, 2022 posted by Giuseppina Perlasca
Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e il ministro della Difesa Margarita Robles sono stati presi di mira dallo spyware Pegasus, di origine israeliana, che ha sorvegliato i loro telefoni cellulari, ha affermato lunedì il governo.
Durante una conferenza stampa di emergenza nel festivo Primo Maggio spagnolo, il ministro della presidenza, Félix Bolaños, ha affermato che a maggio e giugno 2021 si è verificata una profonda intrusione nelle comunicazioni mobili dei leader di governo da parte di una forza “esterna”.
Il telefono di Sánchez è stato infettato due volte e da entrambi i telefoni sono state estratte grandi quantità di dati, ha affermato il governo. Si tratta di informazioni che agenti pubblici e privati possono utilizzare per prevedere, se non per modificare, le decisioni pubbliche politiche. Se poi ci fosse anche del materiale da utilizzare a fine di ricatto sarebbe un disastro!
“Quando diciamo intrusioni esterne, intendiamo che sono estranee alle agenzie statali e non hanno l’autorizzazione giudiziaria da parte di alcuna agenzia ufficiale. Questo è il motivo per cui li classifichiamo come illegali ed esterni”, ha affermato Bolaños, aggiungendo che il governo sta attualmente indagando se altri membri senior siano stati violati.
Pegasus è sviluppato dalla società israeliana NSO Group ed è utilizzato da agenzie governative e altri in tutto il mondo per spiare politici, giornalisti e attivisti, hanno rivelato recenti indagini.
Lo spyware fa notizia in Spagna ormai da settimane. Una recente indagine ha riportato che almeno 65 politici e attivisti catalani sono stati presi di mira dallo spyware, mentre i giornalisti hanno rivelato l’anno scorso che il software era probabilmente utilizzato dai governi di tutto il mondo per tenere sotto controllo gli oppositori.
Lo Spyware sarà tema di discussione anche a livello di parlamento europeo giovedì prossimo, ma la conclusione da trarre è un’altra: in un tempo di spionaggio elettronico, di smartphone intercettati, di spyware ovunque, forse per comunicare le informazioni più riservate è meglio tornare ai metodi più classici dei bigliettini oppure degli incontri diretti in ambienti sicuri. Altrimenti si rischia di donare materiale e informazioni chi sa a chi.
FONTE: https://scenarieconomici.it/pegasus-ha-intercettato-sanchez-e-il-governo-spagnolo-meglio-mandare-bigliettini/
Twitter sta “bruciando le prove” sbloccando gli account conservatori?
Scritto da Steve Watson tramite Summit News,
Gli utenti di Twitter conservatori hanno notato un enorme aumento dei follower e del coinvolgimento in seguito all’acquisto di Twitter da parte di Elon Musk, mentre la sinistra sulla piattaforma sta vivendo l’inverso, spingendo alcuni a chiedersi se l’azienda stia annullando le prove che ha truccato la portata di persone ritenute indesiderabili .
La tendenza è così estrema che ha spinto Twitter ad affrontarla, sostenendo che è tutto organico a causa della creazione di nuovi account e della disattivazione degli account esistenti.
“Abbiamo esaminato le recenti fluttuazioni nel conteggio dei follower. Mentre continuiamo ad agire sugli account che violano la nostra politica di spam, che possono influenzare il conteggio dei follower, queste fluttuazioni sembrano essere state in gran parte il risultato di un aumento della creazione e della disattivazione di nuovi account ” , ha affermato la società in una nota .
Tuttavia , non tutti stanno comprando la spiegazione di Twitter .
Il conduttore di Human Events Daily Jack Posobiec ha osservato mercoledì: “Stanno depotenziando gli account liberali in questo momento. Anna Navaro ha pubblicato un post in cui si dice che sta perdendo follower, nel frattempo io, Cernovich, LibsofTikTok… Tutti dalla nostra parte hanno ricevuto una spinta enorme dal nulla.
“Sai di cosa si tratta, stanno tirando fuori i breakout, stanno cercando di nascondere tutte le loro tracce, perché sanno quello che hanno fatto. James O’Keefe lo ha dimostrato con il bando ombra “, ha continuato Posobiec, aggiungendo “Lo ha dimostrato. James O’Keefe ha trovato gli algoritmi all’interno della Silicon Valley, fanno queste cose”.
“Elon… Non ha solo acquistato un’azienda, ha acquistato prove. Ha acquistato prove in procedimenti penali. Questo è quello che ha qui, ed è quello che stai vedendo. L’ha definita lui stesso, una risposta simile a un anticorpo alla sua azione”, ha ulteriormente affermato Posobiec.
Orologio:
Anche il conduttore di Fox News Sean Hannity ha coperto lo sviluppo mercoledì, suggerendo che Twitter sta tentando di “coprire le loro tracce” prima che l’acquisizione di Musk sia completa.
“I conservatori sulla piattaforma, all’improvviso dal nulla, hanno goduto di un enorme aumento di follower e interazioni”, ha detto Hannity, spiegando “Ad esempio, in soli due giorni, Donald Trump Jr. – wow, magicamente – ha ottenuto 200.000 nuovi seguaci. Questo è circa un aumento giornaliero del 2.000 percento. Oh. È quasi come se i dipendenti di Twitter avessero revocato un ampio divieto ombra anti-conservatore e anti-Trump, che tutti sapevamo che comunque stava avvenendo, nel tentativo di coprire le loro tracce prima che il nuovo capo prenda il sopravvento”.
Elon Musk è, ovviamente, completamente consapevole delle prove che indicano il divieto ombra:
Nel frattempo…
* * *
FONTE: https://www.zerohedge.com/technology/twitter-burning-evidence-unshackling-conservative-accounts
Piattaforma britannica censura del film Spiderman del 2002 per omofobia
www.neovitruvian
FONTE:
DIRITTI UMANI
OMS. La salute globale che piace ai ricchi. Profitti con la beneficenza

I privati dentro l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quanto finanziano e cosa finanziano? Che potere decisionale hanno all’interno dell’Agenzia? Perché danno denaro all’OMS? Data journalism: leggiamo i numeri
Nel 1948 entra in funzione l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, o WHO, World Health Organization), l’agenzia dell’ONU che, secondo il suo Statuto, ha come obiettivo principale il raggiungimento del più alto livello di salute possibile da parte di tutte le popolazioni mondiali, indipendentemente da razza, religione, credo politico, condizione economica e sociale. Ha sede a Ginevra e ne fanno parte 194 Stati. Attualmente è guidata dall’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. Le macro aree su cui lavora riguardano il rafforzamento della copertura sanitaria universale, la prevenzione e l’intervento in caso di emergenze sanitarie e, più in generale, il raggiungimento di salute e benessere fisico, mentale e sociale a livello globale.
La pandemia da Covid-19 ha portato alla ribalta del discorso politico, internazionale e non solo italiano, il tema della sanità: smantellata e svenduta ai privati negli ultimi decenni di neoliberismo, si discute di come debba tornare a essere pubblica ed efficiente, con investimenti nei servizi sanitari nazionali. L’OMS è un’istituzione pubblica di diritto internazionale: a rigor di logica, visto anche il peso della sua voce, nel bene e nel male, in caso di emergenze sanitarie, dovrebbe essere finanziata dagli Stati stessi. Al contrario, sta in piedi grazie ai soldi di realtà private. Quel che occorre capire è quale potere decisionale hanno queste ultime all’interno dell’agenzia e perché danno denaro all’OMS. Beneficenza? Non sembra proprio. Leggiamo i numeri.
OMS: come si finanzia
L’OMS si sostiene in base a due principali tipi di finanziamenti: i predefiniti, detti “assessed”, e i “volontari”. I primi, che potremmo chiamare anche ‘quote di adesione’, sono quelli con cui ogni Paese membro partecipa sulla base del proprio Pil; i secondi possono provenire sempre dagli Stati, in aggiunta al loro contributo dovuto, ma anche da altri partner, come organizzazioni intergovernative, fondazioni filantropiche, realtà private o misto pubblico/privato. A differenza degli assessed, i fondi volontari possono essere di tre tipi a seconda del loro grado di flessibilità (vedi legenda Tabella 1 e 2, pag. 29).

La peculiarità del sistema è che solo i primi (AC, Assessed Contributors) sono finanziamenti totalmente flessibili, ovvero danno piena libertà all’OMS di deciderne l’utilizzo, quindi di stabilire la propria agenda e priorità in un quadro complessivo che tenga insieme tutte le articolate necessità di intervento a livello mondiale. I fondi volontari invece, a parte una voce minore anch’essa totalmente flessibile (CVC, Core Voluntary Contributions), sono per la maggior parte indirizzati, e vincolati, a progetti che ogni donatore sceglie in base alle sue priorità e necessità. In apparenza beneficenza, di fatto investimenti mirati – vedremo come possono portare profitti – che spesso non coincidono con gli obiettivi costituzionali dell’agenzia. Come riportato nel sito dell’OMS, “negli ultimi anni, i contributi volontari hanno rappresentato più di tre quarti del finanziamento dell’Organizzazione” (1), ma appena il 3,9% di questi sono completamente incondizionati/flessibili. Il che significa che l’OMS ha piena discrezionalità di utilizzo, per finanziare il proprio lavoro programmatico (2), su una parte irrisoria dei suoi fondi. Ecco perché il 25 maggio 2020 il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus sottolineava l’importanza di mantenere flessibili i fondi dell’organizzazione, dato il ribaltamento delle percentuali negli ultimi decenni. Ovvero, se negli anni ‘70-80 gli AC (Assessed Contributions/fondi flessibili) erano più dell’80% del budget totale, nel 2020 si sono ridotti al 20% (3).
In parole povere questo meccanismo di finanziamento comporta da anni una fortissima dipendenza economica e soprattutto politica dell’OMS dai suoi donatori, per lo più privati. Di per sé quindi un meccanismo rischioso, a meno che i benefattori non investano su programmi in linea con gli obiettivi e le politiche dell’OMS. Ma…
Chi finanzia cosa?
Come riferimento della nostra indagine abbiamo preso in esame il biennio 2018-19, essendo il biennio successivo (2020-21) in corso e falsato dall’evento Covid; il 2018-19 può anche essere la lente di un’analisi generale, essendo i bienni precedenti piuttosto simili. Non a caso già nel 2014 l’allora direttrice generale Margareth Chan dichiarava alNew York Times che il budget dell’OMS era vincolato da ciò che lei stessa definì “gli interessi dei donatori” (4).

Ed ecco che in Tabella 1 (pag. 28) troviamo la Top Ten dei più importanti finanziatori dell’organizzazione, divisi a seconda dei tipi di contributi che erogano (più o meno flessibili). Dalla tabella scopriamo che i due primi attori sono il governo USA e la Fondazione Bill & Melinda Gates (da qui in poi B&MGF) la quale, per il biennio in corso (2020-21), ha addirittura superato l’elargizione del governo americano – che ha risentito della conflittualità trumpiana con l’OMS per la pandemia di Covid-19 – con i suoi 789 milioni di dollari contro i 610 degli USA, piazzandosi primo finanziatore mondiale (Tabella 2, pag. 29). Al quarto posto, solo dopo il Regno Unito, è poi Gavi Alliance (5), sostenuta a sua volta in modo preponderante sempre dalla B&MGF (6): in tempi non sospetti infatti, Gates è stato fautore della sua nascita e oggi la Fondazione Gates è membro permanente del CdA di Gavi (7). Se consideriamo inoltre che i primi dieci contributori coprono circa il 60% del bilancio dell’OMS, e da soli i primi cinque addirittura il 45%, si chiarisce subito l’enorme peso che i privati giocano all’interno dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Limiti del modello finanziario
Sempre in Tabella 1 (dati in arancio) leggiamo che i finanziamenti vincolati a programmi specifici e scelti a priori dai donatori (SVC, Specified Voluntary Contributions/non flessibili) sono quelli più sostenuti. Sia gli Stati membri che i privati, ovvero, preferiscono di gran lunga investire in programmi ‘a tema’ sulla base dei loro interessi, piuttosto che demandare l’incarico di stabilire le priorità della salute mondiale all’ente che dovrebbe occuparsene. A differenza dei suoi donatori, infatti, l’OMS deve tener conto del quadro complessivo se vuole ridurre le disparità tra i Paesi di serie A e B in tutto il mondo, garantire sistemi sanitari efficienti e promuovere equità perseguendo gli scopi che il suo Statuto prevede; ma di fatto non può farlo finché il meccanismo contributivo su cui si fonda permette agli stessi Stati, e soprattutto ai privati, di vincolarne scelte, manovre e obiettivi. Salvo le importanti campagne vaccinali, che i big del pianeta hanno tutta la convenienza a promuovere – come vedremo – nei Paesi poveri i programmi volti alla tutela della salute generale, che dovrebbero partire in primis dal rafforzamento dei sistemi sanitari pubblici, non sono mai decollati, seppur siano da sempre tra gli obiettivi prioritari dell’organizzazione.
Se dunque gli Stati più ricchi e i privati decidono della sanità mondiale e i Paesi più poveri, non potendo partecipare che in modo irrisorio sul piano finanziario, vedono il loro peso decisionale fortemente compromesso se non nullo, è chiaro quanto l’OMS sia diventata un’istituzione funzionale agli interessi di pochi. Non a caso da anni si discute la necessità di un intervento sostanziale che metta mano ai suoi meccanismi interni di finanziamento e la renda più indipendente dagli obiettivi dei privati che la sostengono.
Programmi più finanziati e SSN
Prendendo in esame in particolare i primi cinque della Top Ten, essendo i più significativi in termini di peso dei contributi che erogano (pari al 45% del totale), in Tabella 3 (pag. 31) vediamo che i programmi più sovvenzionati sono due, così denominati: “Eradicazione della poliomielite”, finanziato per ben il 60,6% dalla Fondazione Gates, e “Malattie prevenibili con vaccino” sostenuto per oltre il 70% dalla Gavi Alliance. I programmi dedicati al rafforzamento dei sistemi sanitari nazionali, SSN (in blu in Tabella 3) non ricevono invece che irrisori finanziamenti (percentuali sotto il 5, eccetto per un 5,3%) e per questo si trovano solo a 8°, 9°, 10° e 14° posto della classifica dei programmi più finanziati dell’OMS.

In Tabella 4 (pag. 32), vediamo in ulteriore dettaglio questi progetti. Sono composti da quattro macro aree tematiche d’intervento (cosiddette Programme Area) che sono alla base del programma generale “Sistemi Sanitari” dell’OMS per il biennio 2018-19 – un programma (Health Systems) sempre presente, ma che di biennio in biennio può chiaramente modificare alcune delle sue aree di intervento.

Le Tabelle 3 e 4 ci confermano dunque a colpo d’occhio che il settore privato (diviso in Tabella 4 tra enti privati, fondazioni filantropiche e cosiddette Partnership, ovvero sistemi misto pubblico-privato, dati in verde) ostacola i miglioramenti ai SSN e l’accesso all’assistenza sanitaria, a favore di soluzioni più redditizie e incentrate sullo sviluppo di bio-tecnologie per la produzione di vaccini e farmaci, ossia il programma al punto 3: “Access to medicines and health technologies, and strengthening regulatory capacity”.
Bill Gates: un caso emblematico
I privati dunque preferiscono finanziare i ‘loro’ progetti specifici, ma a differenza di quanto possa sembrare e di quanto si vantino di fare, non si tratta di beneficenza ‘senza scopo di lucro’: il caso Bill Gates è emblematico.
Se negli ultimi cinque anni la B&MGF fa donazioni per 23,5 miliardi di dollari e registra profitti per 28,5 miliardi – come dichiarato dalla stessa Fondazione nel modulo compilato per ottenere sgravi fiscali (990 IRS Form [8]) – si dovrebbe far fatica a chiamarla beneficenza, tanto più che come tale è completamente detassata. Come spesso accade, la beneficenza è in realtà un modo per fare profitti senza incorrere in imposte. E più i super ricchi come Gates hanno vantaggi fiscali, fino al 40% in USA secondo un’inchiesta del marzo 2020 dello storico settimanale americano The Nation (9), più lo Stato deve compensare i mancati incassi. Il che non può che tradursi o in più tasse per i cittadini o in sistemi pubblici (sanitari e non) sempre più carenti, servizi mancanti, inefficienze e ritardi.
Non solo. Mentre la B&MGF fa ingenti donazioni all’OMS, finanzia anche, in varie forme, aziende private del settore sanità, in un chiaro conflitto di interessi tra la Fondazione stessa e Big Pharma. Al fine di perseguire “opportunità reciprocamente vantaggiose” con i produttori di vaccini, come dichiarato nel sito della Fondazione stessa, nel portfolio investimenti della B&MGF compaiono infatti nomi quali Bayer, BioNTech Pfizer e Sanofi, solo per citarne alcuni (10). Che si tratti di Direct Equity Investment (acquisto diretto di azioni), di Equity Fund (acquisto di azioni tramite un Fondo azionario) o ancora di Loan & Credit Enhancements (prestiti, tramite finanziamenti o acquisto di obbligazioni), Gates fa profitti: tramite i dividendi delle azioni o grazie agli interessi su prestiti/obbligazioni. Dunque, da una parte la Fondazione dona denaro all’OMS, vincolandolo a programmi di intervento specifici, dall’altra ha diretti interessi finanziari nelle aziende che negli stessi programmi vengono coinvolte, incrementando così fatturato e utili (11). Grazie a questo redditizio meccanismo beneficenza/investimenti il ‘filantropo’ Gates ha più che raddoppiato il suo patrimonio in poco più di dieci anni, dai 58 miliardi di dollari del 2008 (12) ai 129 miliardi di dollari di oggi (13).
È chiaro a questo punto che, al fine di tenere in piedi e sotto controllo un redditizio sistema così ben congegnato, le realtà private, così come quelle pubblico/privato, non abbiano alcun interesse a finanziare i programmi dell’OMS che creano, sostengono o accrescono i sistemi sanitari nazionali.
La mancata efficienza dei SSN
Così anche un report della Global Public Health del 2014 (14) approfondisce come questo modus operandi a favore di investimenti mirati, chiamato addirittura “Gates approach”, e promosso in primis da Gavi Alliance, si sia diffuso ormai da anni anche nel settore misto pubblico-privato e non venga contrastato dalle politiche governative degli Stati. Questo perché, come spiega il rapporto, le GHI (public-private Global Health Initiatives) si concentrano su interventi sanitari “verticali” come i vaccini e i farmaci. Interventi che danno risposte precise e misurabili a problemi specifici e che riscuotono immediato successo perché si fondano sul paradigma tecno-manageriale tipico del sistema neoliberista: per esempio le analisi del rapporto qualità-prezzo attraverso prove di rapporto costo-efficacia. Peccato non tengano minimamente conto della complessità del sistema-mondo e della necessità di approcci “orizzontali”, quali appunto la costruzione e il rafforzamento dei sistemi sanitari nazionali, nei Paesi poveri prima di tutto. Si legge nel rapporto: “I critici ribattono che le GHI sono un’arma a doppio taglio: mentre aumentano in modo massiccio le risorse disponibili per la salute globale, rafforzano anche un approccio aziendale alla governance e soluzioni tecniche circoscritte per la salute. Fondi globali ad alto volume da tali partenariati possono anche interrompere i processi politici e di pianificazione dei Paesi beneficiari, per esempio distraendo i governi dagli sforzi coordinati per rafforzare i sistemi sanitari e introducendo la ‘ri-verticalizzazione’ della pianificazione, gestione, monitoraggio e valutazione sistemi”.
Come riporta il report, lo stesso Julian Lob-Levitt, medico britannico ex Ceo di Gavi, all’epoca del suo incarico (2004-2010) ha cercato, insieme a un piccolo gruppo di colleghi, di sostenere l’idea che alcuni dei finanziamenti destinati ai vaccini Gavi dovessero essere deviati ai SSN, in quanto “sono necessari sistemi sanitari forti per sostenere un’elevata copertura vaccinale”. Un ex membro dello staff di Gavi ha rivelato a Katerini T. Storeng, autrice del report, quanto Lob-Levitt fosse consapevole dell’“assurdità delle campagne di vaccino che richiedono quattro settimane per pianificare, implementare e ripulire e che, se ripetute otto volte l’anno, paralizzano totalmente il sistema sanitario”. Eppure il “Gates approches”, che vede nelle soluzioni bio-tecnologiche – farmaci e vaccini – l’unica risposta a malattie specifiche, senza curarsi del contesto sociale e di vita, e nelle soluzioni mirate le uniche possibili per curare la popolazione mondiale, ha finito per avere la meglio non solo all’interno di Gavi – dove, ricordiamo, il peso della Fondazione Gates è determinante – ma anche all’interno dell’OMS e degli stessi governi nazionali.
E così, mentre la classe dirigente politica, oggi più che mai, non fa che parlare di diritto alla salute e di sanità pubblica, da decenni lascia spazio al privato, che ha interesse al profitto e non ai diritti. Anche quando lo chiama ‘beneficenza’. Il caso OMS diventa dunque esemplare di un sistema-mondo dove equità, ridistribuzione, uguaglianza e diritti hanno ancora una lunga strada da percorrere.
1) https://www.who.int/about/finances-accountability/funding/voluntary-contributions/en/
2) https://www.who.int/about/funding
3) https://www.who.int/about/funding (video)
4) Sheri Fink, W.H.O. Leader Describes the Agency’s Ebola Operations, New York Times, 4 settembre 2014 https://www.nytimes.com/2014/09/04/world/africa/who-leader-describes-the-agencys-ebola-operations.html?_r=0
5) La Global Alliance for Vaccine Immunization (Gavi) è una partnership pubblico-privato nata nel 2000 con lo scopo di diffondere programmi di immunizzazione nei Paesi del Terzo Mondo, https://www.gavi.org
6) https://www.gavi.org/investing-gavi/funding/overview-2000-2037
7) https://www.gavi.org/governance/gavi-board/members
8) Il modulo IRS 990 è una dichiarazione annuale di informazioni che la maggior parte delle organizzazioni che richiedono lo stato di esenzione fiscale federale deve presentare negli Stati Uniti
9) Tim Schwab, Bill Gates’s Charity Paradox, The Nation, 17 marzo 2020 https://www.thenation.com/article/society/bill-gates-foundation-philanthropy/
10) Per l’elenco completo https://sif.gatesfoundation.org/portfolio/
11) https://sif.gatesfoundation.org/what-we-do/
12) In Pictures: Bill Gates’ Fortune Over The Years, Forbes, 23 giugno 2008 https://www.forbes.com/2008/06/23/gates-net-worth-tech-gates08-cx_af_0623fortune_slide.html?sh=47ab0567dd4e
13) https://www.forbes.com/profile/bill-gates/?sh=5e7b85b5689f
14) Katerini T. Storeng, The GAVI Alliance and the ‘Gates approach’ to health system strengthening, Global Public Health, 26 agosto 2014 https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4166931/
FONTE: https://rivistapaginauno.it/oms-la-salute-globale-che-piace-ai-ricchi-profitti-con-la-beneficenza/
ECONOMIA
Un impero finanziario nazista lavora nell’ombra fin dal 1943
Durante la guerra Martin Bormann ha fondato nel mondo
750 società internazionali che sopravvivono ancora oggi
e delle quali si sa poco o nulla
Erano 58 imprese in Portogallo, 112 in Spagna, 233 in Svezia, 214 in Svizzera, 35 in Turchia e 98 in Argentina. Ingenti i conti correnti aperti nelle banche di New York
(RinoDiStefano.com, Giovedì 3 Gennaio 2019)
Il partito nazista non è morto con la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma sarebbe sopravvissuto fino ai giorni nostri nascondendosi dietro l’apparenza di grandi società internazionali che, ancora oggi, operano indisturbate ovunque nel mondo. Questa pagina di storia che affonda le proprie radici nell’Europa degli anni Quaranta, non è mai stata resa nota a causa di accordi che nessuno, da entrambe le rive dell’Atlantico, aveva interesse a rendere pubblici. Sin dal 1942, infatti, gli uomini dello staff di Hitler sapevano che la Germania sarebbe uscita sconfitta da un confronto bellico globale, per cui presero tutte le misure opportune per mantenere salda l’organizzazione del partito nazista, anche a guerra conclusa, fornendo un valido e fattivo aiuto a tutti i tedeschi che avessero voluto fuggire in altri Paesi. L’obiettivo: ricostruire la loro struttura politica in via occulta, con l’aiuto della grande finanza mondiale, per una nuova e grande Germania. Lo stesso Hitler aveva ordinato la creazione di una rete clandestina ed è assai probabile, se non certo, che due giorni prima della sua presunta morte nel bunker di Berlino, egli stesso sia fuggito in aereo insieme alla moglie Eva Braun e ai suoi uomini più fidati. La prima tappa sarebbe stata la Spagna, dove un sottomarino li avrebbe poi condotti nei lidi più sicuri del Sud America. Il ritrovamento dei cadaveri quasi interamente distrutti dalle fiamme di un uomo e di una donna fuori dal bunker, che in un primo tempo avevano fatto pensare erroneamente a Hitler e alla Braun, fu solo un banale depistaggio. Basti pensare che il corpo dell’uomo era alto 1 metro e 65 centimetri, contro il metro e 76 centimetri di Hitler. La donna, inoltre, aveva il petto squarciato da una bomba, mentre avrebbe dovuto avere soltanto un foro da proiettile alla testa. In pratica, era il corpo di una donna rimasta uccisa durante i bombardamenti di quei giorni. E’ del tutto accertato, come spiegò a suo tempo Stalin agli alleati, che il corpo di Hitler non è mai stato trovato e che, secondo il leader comunista, il dittatore tedesco sarebbe fuggito prima che l’esercito russo occupasse interamente Berlino.
UN LIBRO PROFETICO
Il problema è che questa conclusione del più grande conflitto mondiale dei tempi moderni non appare in nessun testo di storia, anche se il piano dei nazisti per creare una loro struttura organizzativa segreta a livello mondiale era già stato rivelato dal libro “The Nazis go Underground” (I nazisti vanno in clandestinità) di Curt Riess, pubblicato dalla Doubleday, Doran and Co., Inc. di Garden City, New York, nel 1944. E quindi ben un anno prima che gli eserciti alleati costringessero alla resa i riottosi seguaci di Hitler. Riess era quello che oggi definiremmo un giornalista scrittore, ma anche un avventuriero, di una certa classe. Curt Martin Riess nacque il 26 gennaio del 1902 a Wurzburg, in Baviera, e studiò Filosofia, Letteratura ed Economia a Berlino, Monaco, Heidelberg, Zurigo e Parigi. A Berlino divenne giornalista, ma presto dovette fuggire a causa dell’avvento di Hitler al potere. Nel 1934 era cronista del Paris Soir, uno dei più grandi quotidiani europei di quel tempo, che lo inviò negli Stati Uniti come corrispondente. Il Paese gli piacque e nel 1938 divenne cittadino statunitense. Da quel momento si mise a girare tra New York, Londra, Parigi e Hollywood come giornalista freelance. Pare, però, che lavorasse anche per i servizi segreti americani e, infatti, la fine della guerra lo
vede a Berchtesgaden, il rifugio favorito di Hitler sulle Alpi bavaresi. Tornò quindi a New York, per poi trasferirsi nuovamente in Baviera dove avrebbe voluto vivere. Ma ancora una volta cambiò idea e nel 1952 si trasferì definitivamente in Svizzera, dove poi morì alla rispettabile età di 90 anni. Oltre a “The Nazis go Underground”, di lui si conoscono i precedenti libri “Total Espionage” (Spionaggio Totale), Edizioni Putnam, 1941; “Underground Europe” (L’Europa Clandestina), Edizioni Dial, 1942; e il successivo “The Berlin Story” (La Storia di Berlino), Edizioni Dial, 1952, nel quale descrive il confronto tra Est e Ovest nella capitale tedesca a guerra finita. Nel suo libro “The Nazis go Underground” Riess descrive nei dettagli, mostrando una profonda conoscenza del mondo tedesco e dei nazisti in particolare, ciò che Hitler e i suoi stavano preparando da tempo, dopo aver dichiarato guerra al mondo intero. Da buoni tedeschi, i nazisti avevano già pronto un Piano B da utilizzare nel caso, da loro considerato molto probabile, che avrebbero perso la guerra. Riess avvertiva così i suoi amici americani e inglesi dei preparativi in atto, ma a quanto pare nessuno gli volle dare retta. Almeno apparentemente. Per cui, a guerra conclusa, nessuno volle prendere come probabile la fuga del dittatore tedesco in Sud America, passando dalla Spagna del generalissimo Franco. E, almeno ufficialmente, nessuno lo cercò o tentò di neutralizzare la potente struttura economica che i tedeschi avevano costruito negli anni in Sud America e in buona parte del mondo.
LA VIA DI FUGA DEI I NAZISTI
Perché questo avvenne? La risposa la troviamo nel libro “The Rise of the Forth Reich – The secret societes that threaten to take over America” (L’ascesa del Quarto Reich – Le società segrete che minacciano di impossessarsi dell’America), Edizioni New York Times Bestseller, di Jim Marrs. Giornalista e scrittore di chiara fama negli Stati Uniti, non risulta che le sue opere siano mai state tradotte in italiano. Marrs è nato il 5 dicembre 1943 a Fort Worth, in Texas, dove si è laureato in giornalismo presso la locale University of North Texas. Successivamente ha conseguito anche un Master alla Graduate School of Texas Tech, a Lubbok, prima di passare a tempo pieno alla professione del giornalista. Per un certo periodo di tempo ha lavorato anche per i servizi di intelligence del suo Paese durante la guerra del Vietnam. A dare notorietà a Marrs sono stati i suoi libri, tutti documentatissimi e pieni di notizie. Uno per tutti: “Crossfire: the Plot that killed Kennedy” (Tiro incrociato: il complotto che uccise Kennedy), dal quale Oliver Stone ha tratto il film sul 35° presidente americano, assassinato a Dallas nel 1963. Jim Marrs è morto a Springtown, nel suo adorato Texas, il 2 agosto 2017. Aveva 74 anni.
Il libro “The Rise of the Fourth Reich” è un chiaro ed esplicito atto d’accusa nei confronti dell’amministrazione americana che non solo avrebbe coperto la fuga di Hitler dal bunker, ma ne avrebbe difeso anche l’esistenza impedendo che qualcuno potesse in qualche modo mettersi sulle sue tracce. Questo sarebbe avvenuto in segreto, è ovvio. Perché l’intelligence americana avrebbe seguito tutte le tracce lasciate dal dittatore tedesco e dai suoi accoliti, affinché non creassero ulteriori danni. Il tutto per coprire diversi miliardari americani (stiamo parlando del Gotha della finanza mondiale) che non solo avrebbero continuato a trafficare con i nazisti durante la guerra, ma avrebbero anche rifornito il loro esercito mentre in Europa le truppe americane combattevano i tedeschi e i loro alleati. Per esempio, erano americani i rifornimenti che riceveva il generalissimo Franco durante la guerra civile spagnola. Il silenzio su questi avvenimenti sarebbe stata la polizza di assicurazione per Hitler e i suoi prima che i soldati russi del generale Zukov issassero la bandiera rossa sulle rovine del Reichstag.
Solo ultimamente, in questi ultimi anni, la CIA avrebbe consentito a History Channel della A&E Networks di New York di svelare con il programma televisivo “Hunting Hitler” ciò che in effetti i tedeschi riuscirono a realizzare in Sud America. Anche perché ormai tutta la generazione di quel periodo è sottoterra, Hitler compreso. I nuovi gestori e padroni di quell’immenso patrimonio industriale e finanziario ormai sono altre persone e nessuno conosce le loro identità o i nomi delle società che fanno parte di quell’impero nascosto. Soprattutto, però, nessuno sa se questi grandi gruppi industriali stiano ancora portando avanti il progetto di Bormann e, nel caso, come siano collocati nel mondo finanziario moderno.
I TEDESCHI ALLA CONQUISTA DEL MONDO
Ma vediamo che cosa dicono Riess e Marrs nei loro libri, in modo da potersi fare un’idea di ciò che realmente sarebbe avvenuto in quegli anni. Da tener presente che non risulta che nessuno si sia mai sognato di querelare i due autori per le loro documentatissime rivelazioni.
Le origini del nazismo vanno ben oltre l’avvento di Hitler al potere. Correva l’anno 1894, racconta Riess, quando un gruppo di facoltosi industriali tedeschi fondarono la Lega Pan-Germanica annunciando: “Noi dobbiamo essere un popolo conquistatore che prende per se stesso la propria parte del mondo e non cerca di riceverla attraverso il favore e la benevolenza di altri popoli”. Come spiega Riess, “Naturalmente questi uomini volevano fare affari. Ma più importante per loro era che questi affari avrebbero dovuto costituire la preparazione per una prova della dominazione del mondo da parte della Germania. Questo era ciò in cui essi credevano e lo scopo per il quale lavoravano. Deutschland uber alles! (La Germania al di sopra di tutto!). In un certo senso, se vogliamo chiamarli così, erano patrioti, ma di uno strano e fanatico tipo, in quanto credevano decisamente nel diritto della Germania a diventare il paese leader del mondo. Ma altrettanto decisamente non credevano nel diritto di esistere di altri popoli non germanici. La Germania al di sopra di tutto! Il marchio di fabbrica Made in Germany (Fatto in Germania) è diventato ai loro occhi una prova di qualità superiore. Anzi, ancora meglio, alle loro orecchie quel marchio era diventato una chiamata per mettere insieme le loro truppe per l’attacco finale al mondo. Tutti ovunque nel globo avrebbero dovuto usare prodotti Made in Germany. Qualunque cosa la Germania avesse fabbricato sarebbe stata superiore a ogni altro bene chiunque avesse realizzato. Gli ingegneri tedeschi erano i migliori. I prodotti tedeschi erano i migliori. Le idee tedesche erano le migliori. Gli inventori tedeschi erano i migliori…”. Come spiegava Riess nel 1944, “Le parole che quei signori hanno scritto cinquanta anni fa, sono ancora oggi molto vere. Lo spirito non è cambiato. Essi vogliono ancora conquistare il mondo, o la loro parte del mondo, a prescindere da qualunque considerazione”.
E’ su queste basi che nasce il nazional socialismo e si svilupperà la dittatura che porterà alla tragedia dell’olocausto e alla morte di circa 55 milioni di persone durante il più sanguinoso conflitto mondiale che storia umana ricordi.
UNA RETE CLANDESTINA
Riess fa nomi e cognomi dei nazisti che costruirono la rete clandestina del Terzo Reich. La data in cui la Germania decise di realizzare la sua organizzazione clandestina era il 16 Maggio del 1943 e le operazioni vennero condotte al numero 11 di Koenigsallee in Berlin-Grunewald, quasi un piccolo castello che gli uomini delle SS avevano sequestrato ad un banchiere ebreo. Su ordine di Heinrich Himmler, generale plenipotenziario del Reich, la struttura venne affidata ai generali Werner Heissmeyer e Fritz Kaltenbrunner delle SS. Il progetto, nella sua complessità, si basava su un semplice assunto: trasferire la struttura statale in una rete clandestina che sarebbe stata costituita da gruppi, unità, dipartimenti e organizzazioni parallele a quelle già esistenti nello Stato. L’idea era maturata durante una riunione che era stata tenuta il 9 Novembre 1942 nell’ufficio privato di Himmler nella Brown House di Monaco. Con Himmler c’era solo Martin Bormann, che nel 1941 aveva preso il posto di Rudolf Hess come vice leader del Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi. Hess aveva fallito la sua impresa di chiedere una pace separata agli inglesi e ora si trovava in un carcere britannico. Come successivamente Himmler sintetizzò ai suoi più fidati collaboratori: “E’ possibile che la Germania venga sconfitta sul fronte militare. E’ anche possibile che potrebbe arrendersi. Ma il Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi non dovrà mai arrendersi. Questo è ciò a cui noi dovremo lavorare da adesso in poi”. Questo concetto venne poi ribadito da Robert Wagner, gauleiter (capo locale) del Partito Nazista, durante una riunione che si tenne il 29
gennaio 1943 nell’ufficio di Himmler, a Monaco: “Se noi vinciamo la guerra, è il partito che la vince. Se noi perdiamo la guerra, è l’esercito che la perde”. Dieci mesi dopo, Goebbels, ministro della Propaganda nazista, ebbe a dire: “Non ha importanza che cosa possa accadere alla Germania, il Partito deve andare avanti”. Ed è questa la linea che il vertice del Partito Nazista ha portato avanti da quel momento in poi.
Fu proprio Bormann, fino ad allora semisconosciuto alle masse tedesche, l’uomo al quale venne affidata la direzione dell’operazione clandestina.
L’uomo che aprì la pista argentina del nazismo, e che portò la Spagna neutrale a diventare alleata occulta di Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato il generale Wilhelm von Faupel. Fu lui a fondare la famigerata Falange, costituita da giovani arruolati nel Sud e Centro America, la cui organizzazione divenne il punto di riferimento per i tedeschi che riuscirono a fuggire in Argentina quando la Germania dovette arrendersi agli alleati. Si calcola che fossero già diverse migliaia gli agenti tedeschi che operavano tra la Spagna e il Sud America, mentre gli eserciti americano e russo stavano stringendo Berlino in una morsa. Nonostante in Spagna la Falange fosse conosciuta come un’organizzazione di gangster e assassini, Riess rivela che fu il conte Francisco de Jordana, allora Ministro degli Esteri spagnolo, a triplicare i finanziamenti alla Falange dai 15 milioni e 400 mila dollari del 1943 ai 47 milioni e 500 mila dollari del 1944. E tutto questo avveniva mentre alcuni giornalisti americani, amici di de Jordana, raccontavano al loro pubblico come il conte fosse “una persona tanto per bene”, che voleva sciogliere la Falange. Di fatto, nei Paesi di lingua spagnola gli interessi nazisti erano tenuti dall’Istituto Ibero-Americano di Berlino, che ebbe una funzione predominante nell’organizzazione dell’influenza tedesca in Sud America.
“NESSUNO TROVERA’ IL CORPO DI HITLER”
Ma l’avvertimento che, da tedesco, Riess fornisce agli americani nel 1944 riguarda soprattutto ciò che resterà del ricordo di Hitler in Germania. “All’interno della Germania il nome di Hitler e la memoria del suo operato non verrà lasciato morire – scrive Riess – Dimenticatevi il fatto che egli sia stato responsabile per la morte di milioni di giovani tedeschi, che egli abbia portato la Germania alla rovina e al disastro, che egli abbia trascinato il mondo indietro nella barbarie. Egli verrà ricordato come colui che ha fatto diventare la Germania il più potente paese del mondo, che in un sol colpo ha portato tutta l’Europa sotto il suo dominio, che ha acquisito il controllo di buona parte della Russia sovietica, e che inoltre ha quasi messo in ginocchio l’orgogliosa Inghilterra”.
Tanto per far comprendere di che cosa stia parlando, Riess spiega ai suoi lettori che, per molti versi, i tedeschi sono portati a paragonare Hitler a Napoleone. Cioè ad un uomo che, nonostante il suo genio militare, ha portato la Francia a guerre devastanti che hanno seminato morte e distruzione ovunque, ha ridotto il paese in rovina e lo ha fatto diventare più piccolo di quando lui lo governava. Eppure, nonostante tutto questo, Napoleone sarà sempre ricordato come un condottiero di grande successo, come un uomo che ha portato gloria e ricchezze al suo paese. “Ebbene – dice Riess – Hitler, che certamente non potrebbe essere paragonato a Napoleone, sarà ricordato esattamente per le stesse cose”.
Ma leggete adesso come Riess pronostica la fine di Hitler: “Dal momento che è probabile che Hitler morirà nel Nido dell’Aquila (il suo rifugio sulle Alpi bavaresi n.d.r.), il suo corpo potrebbe non essere mai trovato. Inoltre anche se egli dovesse finire i suoi giorni in un modo meno spettacolare, dopo ci sarà sempre la diceria che non fosse Hitler a essere morto bensì un suo sosia o qualcuno che si trovava sul posto. E che il corpo di Hitler non è mai stato trovato. Nella storia della Germania si conoscono molti casi di eroi i cui corpi non sono mai stati trovati. Questo aiuta i tedeschi a sognare di simili eroi che dormono da qualche parte dentro una montagna, forse aspettando il giorno in cui verranno fuori di nuovo. Credo di cogliere nel segno dicendo che ci sarà una tale leggenda su Hitler e durerà a lungo”.
In effetti, il corpo di Hitler non è mai stato trovato e ancora oggi, siamo nel 2019, non abbiamo alcuna notizia certa a questo riguardo.
UNA BANCA EXTRATERRITORIALE
Un’altra rivelazione di rilievo di Riess riguarda una banca fondata da finanzieri internazionali che, guerra o non guerra, continuavano i loro traffici a prescindere da quali fossero le parti belligeranti in causa. Si tratta della Bank for Internazional Settlements (Banca per gli Accordi Internazionali) di Basilea, in Svizzera, creata nel 1930 come parte di un Young Plan (secondo la definizione di Wikipedia: “Il piano Young, che sostituì il piano Dawes, è un piano di natura economica sulle riparazioni di guerra da parte della Germania dopo la prima guerra mondiale; è possibile definirlo come la ‘fine di ogni pregiudizio politico’ nella questione delle riparazioni”) di Stati Uniti, Inghilterra, Germania, Francia, e praticamente tutti gli altri Paesi europei, inclusi Lituania, e Albania. Lo scopo di questa banca era gestire il servizio prestiti connesso con questo tipo di accordi. Non per nulla, la banca si dichiarò subito extraterritoriale in modo da poter avere le mani libere in qualunque transazione finanziaria. Insomma, gli affari sono sempre affari, a prescindere da eventuali conflitti bellici o disaccordi politici internazionali.
In effetti, nel maggio del 1943, a qualche mese dalla sconfitta di Stalingrado, i principali industriali e finanzieri tedeschi si riunirono nello Chateau Huegel, vicino a Essen, casa dei Krupps, per fare il punto della situazione e decidere come fare a prendere le distanze dai nazisti. Ovviamente essi erano stati tutti favorevoli a Hitler in quanto li aveva liberati dagli scioperi dei lavoratori, aveva loro abbassato le tasse e li aveva fatti arricchire con il programma di riarmamento che aveva reso la Germania uno dei Paesi più armati del mondo. Il problema è che gli uomini d’affari sapevano che la sconfitta sarebbe stata imminente e quindi dovevano pensare ad un futuro senza l’ombrello protettore della svastica. A guerra finita, quasi tutti tornarono alle attività di sempre, senza conseguenze. A parte certe condanne esemplari, alcune delle quali ridimensionate in appello, di fatto coloro che permisero la guerra di Hitler continuarono come sempre avevano fatto.
Lasciamo dunque il passato e veniamo a tempi più recenti, ed esattamente al 2008, con l’analisi di Jim Marrs. Il giornalista americano focalizza la sua attenzione sulla figura di Martin Bormann, colui che di fatto costruì l’impero industriale clandestino di Hitler e camerati.
BORMANN LO SPIETATO
Nato nel 1900 a Halberstadt, nella Germania centrale, Bormann era figlio di un sergente di cavalleria, che più tardi divenne funzionario statale. Il giovane Martin non era propriamente un intellettuale: lasciò la scuola dopo aver frequentato un anno delle superiori e subito si arruolò nell’esercito dove servì come artigliere durante la Prima Guerra Mondiale. Tornato dalla guerra, Bormann aderì al movimento di estrema destra Freikorps e finì per un anno in prigione, in quanto aveva preso parte all’omicidio di un suo ex maestro delle elementari accusato di aver tradito un capo locale del Partito Nazista, durante l’occupazione francese della Ruhr. Uscito dalla prigione di Leipzig, Borman entrò nel Partito Nazional Socialista arrivando pian piano fino alla vetta, come segretario di Hitler. Di lui il Fuhrer diceva: “Lo so che è brutale, ma quello che lui inizia lo porta sempre a termine. Io posso assolutamente contare su questo. Con la sua spietatezza e brutalità egli si assicura sempre che i miei ordini siano portati a termine”. Il 10 agosto del 1944 Bormann convocò tutti i principali uomini d’affari tedeschi e i vertici del Partito Nazista all’Hotel Maison Rouge di Strasburgo. Secondo i verbali in seguito rinvenuti di quella riunione, lo scopo di Bormann era che “l’economia del Terzo Reich fosse proiettata verso un itinerario di ricerca profitti nel dopoguerra”. Questo percorso era conosciuto come Aktion Adlerflug o Operation Eagle Flight (Operazione volo dell’aquila). Non era altro che la continuazione del Nazional Socialismo attraverso il massiccio trasferimento di denaro, oro, azioni, obbligazioni, progetti, diritti d’autore e persino specialisti tecnici dalla Germania. Fu un emissario di Bormann, l’SS Obergruppenfueher Dottor Scheid, direttore del gruppo industriale Hermadorff & Schenburg Company, a spiegare ad un suo attendente lo scopo di quella riunione: “L’industria tedesca deve comprendere che la guerra adesso non può essere vinta, e quindi devono essere fatti i passi necessari per realizzare una campagna commerciale nel dopoguerra che possa assicurare in tempo la ripresa economica della Germania”. E aggiunse: “Dopo la sconfitta della Germania, il Partito Nazista sarà costretto a prendere atto che alcuni dei suoi più conosciuti leader vengano condannati come criminali di guerra. Comunque, in collaborazione con gli industriali, faremo in modo che una parte meno cospicua ma più importante dei suoi membri venga sistemata in diverse fabbriche tedesche, come esperti tecnici o membri dei loro uffici strategici”.
UN IMPERO TEDESCO OCCULTO
Come parte del suo piano, Bormann, con l’aiuto delle SS, della sede centrale della Deutsche Bank, dell’impero siderurgico di Fritz Tissen, nonché del potente I.G. Farben (grande azienda chimica tedesca i cui responsabili finiranno sul banco degli imputati nel processo di Norimberga per crimini di guerra n.d.r.), creò 750 società internazionali, delle quali 58 in Portogallo, 112 in Spagna, 233 in Svezia, 214 in Svizzera, 35 in Turchia e 98 in Argentina.
Secondo Paul Manning, giornalista della CBS Radio durante la Seconda Guerra Mondiale, e autore del libro “Martin Bormann: un Nazista in Esilio”, “Bormann utilizzava qualunque mezzo conosciuto per mascherare la sua proprietà e lo scopo delle operazioni: uso di nomi fittizi, opzioni contrattuali, patti consortili, girate in bianco, conti bancari presso terzi, pegni, prestiti con garanzia, diritti d’opzione, contratti di gestione operativa, contratti di servizio, accordi di brevetto, cartelli interbancari, e procedure per la trattenuta alla fonte”. Da notare che tutte le copie delle transazioni eseguite e persino i rapporti di settore venivano conservati e successivamente inviati agli archivi di Bormann in Sud America.
Marrs racconta che Bormann utilizzava le strategie che aveva imparato da Hermann Schmitz, presidente della I.G. Farben. I nomi di diverse aziende commerciali e società internazionali venivano cambiati e alternati allo scopo di creare confusione circa la proprietà. Per esempio, la I.G. Chemie divenne Societe Internationale pour Partecipations Industrielles et Commerciales SA; mentre in Svizzera la stessa organizzazione era conosciuta come International Industrie und Handdelsbeteiligungen AG, o Interhandel. Un’altra tecnica usata da Bormann consisteva nello scegliere un cittadino compiacente del Paese dove si intendeva operare nominandolo a capo di una data società internazionale. Nello stesso tempo, però, i direttori sarebbero stati un miscuglio di amministratori tedeschi e funzionari di banca. I responsabili delle amministrazioni gestionali sarebbero stati scienziati e tecnici tedeschi. La reale proprietà delle società internazionali sarebbe comunque stata di nazisti che possedevano obbligazioni al portatore, come prova della proprietà azionaria. Questi individui, pubblicamente, erano mantenuti nell’ombra. E c’è da dire che le nazioni dove queste società internazionali venivano costituite, vedevano di buon occhio e apprezzavano il lavoro di Bormann e camerati, visto che aumentavano l’occupazione locale e miglioravano la bilancia commerciale. Da tutto questo si può comprendere perché nel dopoguerra nessuno si prese la briga di andare ad indagare sulle attività dei nazisti all’estero. Ma la parte più sconvolgente, che spiega il comportamento degli Stati Uniti in questo contesto, riguarda il coinvolgimento dei capitalisti americani negli affari tedeschi prima, durante e dopo la guerra.
I NAZISTI SBARCANO A WALL STREET
Come spiega Marrs, nel 1941, 171 società internazionali americane avevano più di 420 milioni di dollari investiti in società tedesche. Dopo che la guerra venne dichiarata, Bormann, che aveva già basi operative in Paesi neutrali come Svizzera e Argentina, acquistò azioni americane attraverso il mercato dei cambi internazionali presso le sedi della Deutsche Bank e Swiss Bank di Buenos Aires. Ingenti conti correnti vennero inoltre aperti nelle maggiori banche di New York, incluse National City Bank (adesso Citybank), Chase (adesso JP Morgan Chase), Manufacturers and Hanover (adesso parte della JP Morgan Chase), Morgan Guaranty, e Irving Trust (adesso parte della Bank of New York). Al convegno già citato di Strasburgo, Scheid citò diverse società americane che erano state molto utili alla Germania in passato. A causa di obblighi contrattuali da brevetto, la United States Steel, la American Steel and Wire e la National Tube avevano lavorato in congiunzione con l’impero Krupp, l’industria costruttrice delle armi pesanti del Terzo Reich. Sempre Scheid disse che anche che la Zeiss Company, la Leica Company e la Hamburg-Amerika line erano tra le società più attive nel difendere gli interessi nazisti. La struttura operativa creata da Bormann, che negli affari usava il nome di Max Heiliger, creò non poche perplessità anche a funzionari del governo americano come Orvis A. Schmidt, direttore del controllo dei fondi stranieri presso l’US Treasury Department (il Ministero del Tesoro USA), che nel 1945 espose i suoi dubbi circa gli effetti che i capitali stranieri potevano avere sulle industrie di ferro, acciaio, carbone e prodotti chimici. Le indagini di Schmidt portarono alla scoperta che la I.G. Farben, capofila del programma di fuga dei capitali nazisti, manteneva interessi in 700 società in tutto il mondo. Ma questo totale non comprendeva né i 93 Paesi dove la Farben aveva regolari strutture operative, e neppure le 750 società internazionali create da Bormann. Inoltre, Schmidt denunciò che nel campo dei prodotti farmaceutici le società tedesche Bayer, Merk e Schering avevano un monopolio virtuale nel Centro e Sud America. Altre società tedesche come la Tubos Mannesmann, Ferrostaal, AEG e Siemens-Schckert giocavano un ruolo dominante nei campi delle costruzioni, elettrico e ingegneristico. Insomma, un nuovo impero tedesco si stava formando nel Nuovo Mondo. Tra l’altro proprio la Siemens tra il 2007 e il 2008 è finita nel dossier dei Panama Papers per un’operazione poco chiara di centinaia di milioni di euro (si parla di fondi neri) in America Latina.
Bormann, però, era attivo anche nel Vecchio Mondo, cioè in Europa.
IL TESORO SCOMPARSO
Secondo “The Guinness Book of World Records”, cioè Il libro Guinness dei Primati Mondiali, la più grande e irrisolta rapina bancaria di tutti i tempi fu la sparizione dell’intero tesoro della Germania, alla fine della guerra. Che fine fece tutto l’oro dello Stato tedesco? I sospetti si concentrarono sulla Svizzera, anche se gli svizzeri si preoccuparono di rispondere subito a questi dubbi dichiarando di aver mantenuto la loro neutralità durante la guerra. Di fatto, comunque, la maggior parte di quelle tonnellate d’oro non venne mai ritrovata e tutto lascia pensare che l’ingentissimo tesoro sia servito per finanziare ulteriormente le società di Bormann.
Molto più chiari sono i rapporti intercorsi tra i finanzieri americani e i nazisti in clandestinità. Secondo John Loftus, pubblico ministero dell’US Department of Justice Nazi War Crimes (Ministero della Giustizia per i Crimini di Guerra Nazisti), molte delle ricchezze della Germania sono state trasferite dal banchiere Fritz Thyssen nella sua banca in Olanda, la quale li ha poi passati alla Union Banking Corporation (UBC) di New York, posseduta dalla stessa banca olandese. Da notare che a quel tempo Loftus era presidente del Florida Holocaust Museum (Museo dell’Olocausto in Florida) e autore di alcuni libri sulla connessione tra la CIA e i nazisti, inclusi “The Belarus Secret” (Il Segreto Belarus) e “The Secret War Against the Jews” (La Guerra Segreta Contro gli Ebrei).
SPUNTA IL NONNO DI BUSH
Le rivelazioni di Marrs non finiscono qui. Due grandi finanzieri americani che hanno sostenuto Hitler e hanno fatto parte del consiglio di amministrazione della Union Banking Corporation erano George Herbert Walker e suo genero Prescott Bush, padre di George H. W. Bush (morto il primo dicembre 2018) e nonno dell’ultimo ex Presidente George W. Bush. Gli avvocati utilizzati per consolidare questo rapporto sono stati John Foster Dulles e suo fratello Allen. John più tardi divenne Segretario di Stato sotto il Presidente Dwight E. Eisenhover, mentre Allen è stato per lungo tempo direttore della CIA, prima di essere licenziato dal Presidente John F. Kennedy nel 1961. Entrambi i fratelli facevano comunque parte del famigerato Council on Foreign Relations (Consiglio sulle Relazioni Straniere). Da notare che il 20 ottobre 1942 l’US Office Alien Property Custodian (US Ufficio Custode per le Proprietà Straniere), operante sotto il “The Trading With the Enemy Act” (Atto sul Commercio con il nemico), protocollato come US Gorvernment Vesting Order N°248, sequestrò le azioni della UBC con l’accusa che la banca stava finanziando Hitler. Inoltre il
governo americano sequestrò anche le proprietà di Bush nella linea marittima Hamburg-America, sostenendo che era stata usata per trasportare materiali di propaganda nazista e armi. Un’altra società usata per trasferire denaro ai nazisti, scrive sempre Marrs, era la Holland American Trading Company, consociata con la UBC. “La connessione olandese – scrive Marrs – lega i Bush e il denaro dei Nazisti direttamente con l’ex ufficiale SS e fondatore del Bilderberg Group, Principe Bernardo d’Olanda, che a suo tempo era stato segretario del consiglio di amministrazione della I.G. Farben, con connessioni molto vicine alla Dutch Bank. Loftus notava, “Thyssen non aveva alcun bisogno di conti correnti su banche straniere perché la sua famiglia segretamente possedeva un’intera catena di banche. Egli non doveva trasferire i suoi beni nazisti alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tutto quello che doveva fare è trasferire i documenti di proprietà – fondi, obbligazioni, azioni, crediti – dalla sua banca di Berlino attraverso la sua banca in Olanda ai suoi amici americani di New York: Prescott Bush e Herbert Walker. I soci di Thyssen nel crimine erano il padre e il suocero di un futuro Presidente degli Stati Uniti”.
La complicità in questo genere di affari era comunque estesa in terra americana. Marrs aggiunge che uno dei maggiori azionisti della UBC era E. Roland Harriman, figlio di Edward H. Harriman, che era stato uno dei primi e più importanti mentori di Prescott Bush. Anche un altro figlio, Averell Harriman, era azionista della UBC. Egli venne nominato ambasciatore nell’Unione Sovietica dal Presidente Roosevelt nel 1943 e partecipò a tutte le maggiori conferenze durante il periodo bellico. Averell più tardi divenne ambasciatore in Gran Bretagna, ministro del Commercio e governatore dello Stato di New York. Entrambi i fratelli Harriman erano stati membri della società segreta dell’Università di Yale Skull and Bones (Teschio e ossa) ed erano strettamente connessi ai globalisti del Council on Foreign Relations. Averell, fa notare Marrs, era stato anche uno stretto consigliere del Presidente Lyndon Johnson.
Non è finita. Il 17 novembre 1942 le autorità statunitensi confiscarono la Silesian American Corporation, gestita da Prescott Bush e suo suocero George Herbert Walker, e accusarono l’azienda di essere una società di facciata per fornire il carbone vitale per la Germania. Tuttavia, si domanda Marrs, come mai Prescott Busch non è più stato incriminato per i suoi rapporti con i nazisti? Questo, risponde l’autore, probabilmente dipende dal fatto che il patriarca Bush “era stato determinante per aver creato nel 1941 la United Service Organizzation”, un ente molto stimato da tutti i combattenti nelle guerre che si sono avvicendate nel futuro.
“La storia di Prescott Bush e dei fratelli Brown Harriman è una prefazione alla storia reale del nostro paese – disse l’editore e storico Edward Boswell – Essa spiega i motivi producenti denaro che stanno dietro alla nostra politica estera, andando indietro di un intero secolo. L’abilità di Prescott Bush e degli Harriman di seppellire il loro accertato passato rivela anche la collusione tra Wall Street e i media, che esiste ancora ai nostri giorni”.
Per gli storici, resterebbe la documentazione che si è accumulata con le indagini giudiziarie che si sono svolte nel corso degli anni. In questo caso, però, è’ intervenuto “miracolosamente” il destino. Infatti tutti i documenti erano contenuti negli archivi della Securities and Exchange Commission (SEC) la cui sede si trovava nella World Trade Center 7, la terza torre caduta da sola nel pomeriggio dell’11 Settembre 2001, senza essere stata colpita da alcun aereo. La WTC7 si trovava a oltre 150 metri dalle altre due, colpite dagli aerei e cadute su se stesse uccidendo quasi tremila persone innocenti. In quegli archivi, ha ammesso la SEC, c’era la documentazione completa di oltre settemila processi, tra i quali quelli relativi al nonno di Bush. Tutto è andato distrutto e ancora oggi esistono non poche polemiche su come mai quella torre di 47 piani, alta 173,7 metri, sia crollata in quel modo, come un castello di carte. Enigmi della storia…
FONTE: https://www.rinodistefano.com/it/articoli/i-nazisti-in-clandestinita.php
FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI
Il rublo scaccia l’euro

Inflazione-stagflazione: perderete oltre il 6% della vostra ricchezza, e non c’è molto da fare…
Maggio 3, 2022 posted by Leoniero Dertona
Gli ultimi dati sull’inflazione, pur segnando una certa riduzione rispetto a marzo, rimane ad aprile sopra il 6%, come potete facilmente a rilevare dal seguente grafico:
Ormai non c’è da aspettarsi che l’inflazione si riduca a breve, intendendo per questo profilo i prossimi 12 mesi. Da un lato l’offerta energetica non cresce a abbastanza, ci sono grossi problemi logistici in evoluzione a Oriente, una guerra in Occidente che limitano le forniture agricole ed energetiche, e l’Europa che è in palla bloccata industrialmente da mille stupide politiche green. Tutto questo renderà l’inflazione strutturale almeno sino al medio periodo, se siamo fortunati.
Questi significa che se avete 20 mila euro sul conto corrente perderete, in termini di potere d’acquisto, oltre 1200 euro l’anno, 100 euro al mese, anche perché i rendimenti sono comunque a zero. La stessa identica cosa accade se detenete i 20 mila euro in contanti. Ovviamente più liquidità avrete immobilizzata, maggiore sarà la perdita: con 30 mila euro perderete 1800 euro all’anno, 150 al mese.
Che fare allora? In altri momenti si investiva in beni reali, ma in questo momento viviamo una situazione particolare: la stagflazione. Cioè l’inflazione si accompagna a una recessione economica, cioè a una crescita negativa. Questo rende incerti gli investimenti rifugio a cui si ricorreva normalmente in questi casi.
Facciamo degli esempi:
- ORO. l’Oro è passato nell’ultimo mese da 53 a 56 euro al grammo. Quindi sembra un bene rifugio adeguato. Però se non c’è domanda, anche industriale, neanche questo è sicuro che mantenga la sua quotazione;
- IMMOBILI: con l’inflazione “Buona”, legata alla crescita economica, questo è il bene rifugio per eccellenza. Però se foste in Germania, mercato in una bolla prossima a scoppiare, lo riterreste uno strumento difensivo? In Italia il mercato è molto meno in bolla, dopo 10 anni di decrescita incazzata (ricordo che il PIL attuale è inferiore a quello del 2014, quello pro capite inferiore a quello del 2007), ma con la prosecuzione della decrescita economica accompagnata da quella demografica, siete sicuri di volervi affidare agli acquisti delle seconde case degli stranieri?
- Azioni. Normalmente anche questa categoria di investimenti è anch’essa resistente all’inflazione, rappresentando delle quote aziendali, cioè beni reali. Pecato che Eurostoxx 50 , ad esempio, abbia perso il 13% negli ultimi 6 mesi, NASDAQ il 20% e S&P500 il 10%.
- Materie Prime: sono mercati complessi e anch’essi, in molti casi ai massimi. Se prendiamo come esempio il rame, materia prima che fa da indice alla crescita economica, è più o meno allo stesso valore di sei mesi fa. Però sono mercati in cui non è semplicissimo entrare, a meno che non abbiate un granaio da riempire.
- Debiti: debiti ai tassi fissi del 2020/21 vengono ad essere ridotti nel valore reale dall’inflazione galoppante superiore agli interessi pagati. Però bisogna avere i redditi per ripagarli, e qui colpisce al recessione. Inoltre i debiti a tasso variabile col tempo si adatteranno all’inflazione.
Quindi sicuramente l’inflazione porta ad un deprezzamento della liquidità posseduta, una tassa occulta, ma quando questa si accompagna alla recessione, nella forma della cosiddetta stagflazione, come ora, difendersi non è facile. La perdita di ricchezza generale si farà sentire, con il rischio di produrre delle ricadute negative che si protrarranno a lungo.
GIUSTIZIA E NORME
Gradi di giustizia, o ingiustizia per gradi?
Raffaele De Chiara, ex comandante provinciale della Guardia di Finanza di Ascoli Piceno, protagonista di una dura vicenda giudiziaria e assolto da tutte le accuse è stato promosso al grado di colonnello

Poco prima di Natale di due anni fa, un’infame vicenda giudiziaria ha avuto la sua giusta conclusione: l’allora tenente colonnello Raffaele De Chiara, già comandante provinciale della Guardia di Finanza di Ascoli Piceno, è stato assolto da tutte le accuse che gli erano state mosse.
L’assoluzione con formula piena è arrivata dopo un calvario giudiziario di oltre dieci anni, durante i quali l’ufficiale, che la verità giudiziaria finalmente ha riconosciuto come un uomo perbene e un fedele servitore dello Stato, ha subito tutto quanto un uomo gravato da quelle accuse ha potuto subire.
Rimanere nel corpo delle Fiamme Gialle era diventato impossibile, per l’ostracismo che si riserva a chi sia sospettato di essere una mela marcia. De Chiara si è quindi dimesso volontariamente, anche per potersi meglio difendere dalle accuse che gli venivano mosse. Oltre alla perdita del lavoro che amava, ha dovuto subire l’esposizione alla pubblica gogna da parte dei giornali – quanta più prudenza dovrebbero usare i giornalisti nel riferire le vicende giudiziarie. La perdita della rispettabilità pubblica e privata lo hanno colpito a stretto giro, sconvolgendo anche la sua vita familiare.
Da pochi giorni, dopo due anni dalla sentenza assolutoria, la Guardia di Finanza gli ha riconosciuto l’avanzamento al grado di colonnello, per il quale era già in promozione all’epoca della vicenda giudiziaria che lo ha travolto. Pochissimi giornali, di caratura strettamente locale, hanno riportato la notizia. E di nuovo, quanto dignità ed amore per la verità in più dovrebbero mostrare i giornalisti, provvedendo a dedicare ai propri errori almeno altrettanta evidenza rispetto ai propri presunti scoop.
Probabilmente nel futuro di De Chiara ci sono i gradi da generale, un atto dovuto da parte di uno Stato che non ha saputo riconoscere in lui un uomo delle istituzioni, impegnato validamente a contrastare i nemici del vivere civile. Ma sebbene dovuta e certamente accolta con soddisfazione, la greca da generale non potrà compensare da sola dieci anni di inferno, da reietto e sospetto delinquente.
Tributato il giusto riconoscimento a De Chiara, per semplice sillogismo uno Stato provvisto di un elementare senso di decenza dovrebbe fare altro, vale a dire andare a caccia dei colpevoli di un atto terribile: aver privato lo Stato stesso, e quindi tutti gli italiani, di un valido difensore della Costituzione e delle Leggi. Una caccia che si concluderebbe in cinque minuti, dato che i nomi di quanti hanno mentito, accusato, male interpretato e mal giudicato hanno nomi e cognomi, e questi ultimi sono scritti negli atti giudiziari e di indagine.
Chi ha mentito accusando, è per definizione un criminale, e deve essere sottoposto con la massima rapidità consentita dalle tutele di legge al giudizio ed alla condanna che merita. Chi ha male svolto le indagini – si spera non con dolo – costruendo una falsa concatenazione di prove, deve essere fermato nella propria carriera per aver mostrato la propria evidente incompetenza. E chi ha assunto quella concatenazione di prove giudicandola abbastanza veritiera da istruire un processo e rovinare la vita e la carriera di un servitore dello Stato, deve ricevere dagli organi preposti la sanzione appropriata e proporzionata all’altrettanto evidente incompetenza.
Come si diceva, i nomi di chi ha mentito e sbagliato sono tutti lì, nelle carte giudiziarie. Come cittadini rispettosi della Legge e degli organi preposti ad applicarla, sollecitiamo a bassa voce l’apertura dei processi relativi. In caso contrario, sarà difficile non dare ad alta voce a quei nomi la stessa evidenza sulla stampa data a quella di un uomo innocente.
Andrebbe fatta poi ulteriore chiarezza intorno ad una serie di vicende giudiziarie che hanno interessato nello stesso periodo altri ufficiali della Guardia di Finanza, e cercare di capire se alla base delle stesse vi sia un qualche nesso che sottenda ad un quadro più ampio.
Ma alcune di tali vicende sono ancora in corso, e da cittadini rispettosi della Legge per il momento – solo per il momento – taciamo.
FONTE: https://www.infosec.news/2022/05/03/news/cittadini-e-utenti/gradi-di-giustizia-o-ingiustizia-per-gradi/
Pólemos è padre di tutte le cose

Cinque giudici del CGA siciliano ripercorrono le problematiche che ruotano intorno alla campagna vaccinale Covid e chiedono dati scientifici al governo: l’obbligo potrebbe arrivare davanti la Corte costituzionale, mentre la politica si muove in (apparente) stato dissociativo legiferando discriminazioni e un Green Pass permanente
Aggiornamento 22 marzo 2022. L’obbligo vaccinale per il personale sanitario va davanti alla Corte costituzionale: il CGA siciliano lo ritiene in contrasto con la Costituzione perché “il numero di eventi avversi, la inadeguatezza della farmacovigilanza passiva e attiva, il mancato coinvolgimento dei medici di famiglia nel triage pre-vaccinale e la mancanza nella fase di triage di approfonditi accertamenti e persino di test di positività/negatività al Covid” mettono potenzialmente a rischio la salute del vaccinato (leggi i dettagli…)
“La politica non è un asilo: in politica obbedire e appoggiare sono la stessa cosa.”
Il 6 gennaio scorso il governo Draghi decreta l’obbligo vaccinale Covid 19 per i cittadini di età superiore a cinquant’anni: riguarda non solo le due dosi della “vaccinazione primaria” ma anche il cosiddetto booster, e si traduce in sospensione dall’impiego senza retribuzione per i lavoratori non in regola con la vaccinazione e privi del Green Pass da guarigione. Il provvedimento è chiaramente spinoso dal punto di vista costituzionale – lo vedremo – e sociale – per la fase pandemica nel quale si colloca, al di là della questione no vax – ma il presidente del Consiglio non ritiene di dover argomentare la decisione; lo farà solo quattro giorni dopo, aggiungendo le scuse per aver “sottovalutato le attese per una conferenza stampa”. Noblesse oblige titolano i principali media italiani (“Draghi si scusa”), incapaci (o servili al punto da diventarlo) di riconoscere l’arroganza del potere quando sorride e ha modi garbati; quell’arroganza che ritiene di poter decidere senza dover dare alcuna spiegazione. A sua discolpa, dobbiamo tuttavia riconoscere che Draghi non è abituato a vestire l’abito del politico: nulla gli è più alieno del concetto di ‘rappresentanza del popolo’. E probabilmente considera la Costituzione un vetusto fardello inadeguato alle attuali esigenze dei mercati globali e del sacro Pil.
Iniziamo a entrare nelle questioni.
C’è un giudice a Palermo
“È innegabile che quei crimini furono commessi nell’ambito di un ordine ‘legale’, e che anzi fu questa la loro principale caratteristica.”
Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (CGA) equivale, nell’autonomia riconosciuta alla regione, al Consiglio di Stato italiano: ha dunque il compito di esprimere pareri sugli atti normativi del governo, a partire dalle questioni sollevate nei TAR siciliani. Una sua ordinanza del 12 gennaio 2022 (1) si rivela particolarmente interessante: ritrovandosi a dover decidere in merito all’obbligo vaccinale, i cinque giudici siciliani affrontano i diversi temi che da mesi ruotano intorno ai vaccini Covid e alla loro gestione, e ritrovandosi privi dei dati per deliberare, li richiedono al governo (2): danno tempo fino al 28 febbraio per produrli, convocano l’udienza il 16 marzo per il confronto, e solo a quel punto decideranno se “sollevare l’incidente di costituzionalità” presso la Consulta. L’obbligatorietà vaccinale potrebbe quindi arrivare (finalmente) davanti alla Corte costituzionale.
Tutto nasce dal ricorso di uno studente di infermieristica: non essendosi vaccinato, l’Università degli Studi di Palermo gli nega la partecipazione al tirocinio – necessario a completare gli studi – all’interno di una struttura sanitaria. L’obbligo che tocca lo studente è quindi quello relativo al personale sanitario, ma ciò che solleva il CGA sulla legittimità costituzionale è – ancor più – applicabile all’obbligo imposto a una parte di popolazione unicamente in base all’età anagrafica.
Vediamo l’ordinanza nei punti chiave.
Art. 32: autodeterminazione vs interesse collettivo
Punto di partenza è il noto articolo 32 della Costituzione: “La giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di vaccinazioni obbligatorie”, scrivono i magistrati siciliani, “è salda nell’affermare che l’art. 32 Cost. postula il necessario contemperamento del diritto alla salute della singola persona (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto delle altre persone e con l’interesse della collettività”; “è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale”, prosegue l’ordinanza, tuttavia “il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività non è da solo sufficiente a giustificare la misura sanitaria. Tale rilievo esige che in nome di esso, e quindi della solidarietà verso gli altri, ciascuno possa essere obbligato, restando così legittimamente limitata la sua autodeterminazione, a un dato trattamento sanitario, anche se questo importi un rischio specifico [per quelle sole conseguenze che appaiano normali e, pertanto, tollerabili], ma non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri” (corsivo mio).
Panta rei
Messi i punti fermi sull’articolo 32, i magistrati evidenziano che “la situazione sanitaria appare in costante divenire e già in parte diversa rispetto quella oggetto di valutazione della citata decisione della III sezione [del Consiglio di Stato, n. 7045/2021, che ha ritenuto legittimo l’obbligo vaccinale per il personale sanitario], con specifico riferimento alla diffusione di nuove varianti quale la Omicron, rispetto alle quali i vaccini non sono ancora ‘aggiornati’, di guisa che sulla relativa e attuale efficacia protettiva la comunità scientifica non pare aver raggiunto una conclusione unanime (sebbene l’orientamento prevalente sia favorevole), mentre si profila una reiterazione di somministrazioni in tempi ravvicinati (sei mesi o addirittura quattro), sulla cui opportunità non si ravvisa, parimenti, una posizione unanime, per cui”, continuano i giudici siciliani, “l’attuale obbligo vaccinale pone un (nuovo) problema di proporzionalità, dato che si profila una imposizione di ripetute somministrazioni nell’anno per periodi di tempo indeterminati”; stante l’attuale situazione occorre dunque verificare, concludono i magistrati, “se l’obbligo vaccinale per il Covid 19 soddisfi le condizioni dettate dalla Corte in tema di compressione della libertà di autodeterminazione sanitaria dei cittadini […] ossia non nocività dell’inoculazione per il singolo paziente e beneficio per la salute pubblica” (corsivo mio).
Ma i dati?
È a questo punto, dopo aver stabilito l’equilibrio che deve sussistere tra autodeterminazione e interesse collettivo e aver rilevato il mutamento di una situazione in continuo divenire, che i cinque magistrati siciliani si ritrovano impossibilitati a pronunciarsi perché privi dei dati per farlo, e li richiedono al governo.
In particolare, ritengono di dover accertare: “1) le modalità di valutazione di rischi e benefici operata, a livello generale, nel piano vaccinale e, a livello individuale, da parte del medico vaccinatore, anche sulla basa dell’anamnesi pre-vaccinale; se vengano consigliati all’utenza test pre-vaccinali, anche di carattere genetico (considerato che il corredo genetico individuale può influire sulla risposta immunitaria indotta dalla somministrazione del vaccino); chiarimenti sugli studi ed evidenze scientifiche (anche eventualmente emerse nel corso della campagna vaccinale) sulla base dei quali venga disposta la vaccinazione a soggetti già contagiati dal virus; 2) le modalità di raccolta del consenso informato; 3) l’articolazione del sistema di monitoraggio, che dovrebbe consentire alle istituzioni sanitarie nazionali, in casi di pericolo per la salute pubblica a causa di effetti avversi, la sospensione dell’applicazione dell’obbligo vaccinale; chiarimenti sui dati relativi ai rischi ed eventi avversi raccolti nel corso dell’attuale campagna di somministrazione e sulla elaborazione statistica degli stessi […] e sui dati relativi alla efficacia dei vaccini in relazione alle nuove varianti del virus; 4) articolazione della sorveglianza post-vaccinale e sulle reazioni avverse ai vaccini, avuto riguardo alle due forme di sorveglianza attiva (con somministrazione di appositi questionari per valutare il risultato della vaccinazione) e passiva (segnalazioni spontanee, ossia effettuate autonomamente dal medico che sospetti reazioni avverse)” (corsivo mio).
Evidenziano infine i magistrati che i dati del governo dovranno dare “chiarimenti circa il perdurante obbligo di sottoscrizione del consenso informato anche in situazione di obbligatorietà vaccinale” e fornire i “dati attualmente raccolti dall’amministrazione in ordine all’efficacia dei vaccini, con specifico riferimento al numero dei vaccinati che risultino essere stati egualmente contagiati dal virus (ceppo originario e/o varianti), sia il totale sia i numeri parziali di vaccinati con una, due e tre dosi; i dati sul numero di ricovero e decessi dei vaccinati contagiati; i dati di cui sopra comparati con quelli dei non vaccinati”.
Ricapitolando, le questioni che l’ordinanza dei magistrati siciliani pone, riguardano: la valutazione rischi/benefici dei vaccini Covid, a livello generale (campagna vaccinale) e individuale; l’inoculazione a soggetti già contagiati dal virus; l’efficacia dei vaccini rispetto alla trasmissibilità del virus e alla malattia Covid, e in merito alle nuove varianti; il consenso informato; il sistema di farmacovigilanza sulle eventuali reazioni avverse. Per tutti gli aspetti sollevati i giudici richiedono i dati e le evidenze scientifiche che hanno supportato le decisioni politiche prese dall’avvio della campagna vaccinale, per poter “accertare se [l’obbligo imposto] sia costituzionalmente legittimo”. Come già rilevato, il governo ha tempo fino al 28 febbraio per ottemperare alla richiesta, il 16 marzo ci sarà l’udienza e poi sapremo se l’obbligo vaccinale andrà davanti la Corte costituzionale.
(Apparente) stato dissociativo
“Ma una mezza dozzina di psichiatri lo aveva dichiarato ‘normale’, e uno di questi, si dice, aveva esclamato addirittura: «Più normale di quello che sono io dopo che l’ho visitato.»“
Se ripercorriamo i tre temi focalizzati dall’ordinanza – art. 32 della Costituzione, mutamento della situazione pandemica e dati relativi – ci ritroviamo davanti esattamente i punti critici già sollevati da più parti – anche su queste pagine (3) – contro la campagna di vaccinazione di massa e il collegato Green Pass.
Innanzitutto quell’“interesse della collettività” citato ad libitum, secondo il quale la vaccinazione protegge dalla trasmissione del contagio e dunque protegge gli altri. Una condizione che è ufficialmente alla base del Green Pass, con le relative discriminazioni e i ricatti lavorativi: “La carta verde dà la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose” ha affermato Draghi il 22 luglio scorso, segnando l’avvio dell’imposizione del Pass. Tempo pochi mesi, all’arrivo dell’inverno, e la falsità della dichiarazione si è fatta ‘materia’, con l’esplosione dei positivi sintomatici e contagiosi tra i soggetti vaccinati con due e anche tre dosi. Ma fin dall’estate del 2021 diversi studi scientifici iniziavano ad analizzare questa caratteristica dei vaccini, negandola – la protezione dal contagio è parziale e sussiste per un tempo breve, non oltre i 120 giorni – inserendo dunque i vaccini Covid nella categoria dei “vaccini imperfetti”: agiscono sulla malattia, mitigandola, ma non sulla trasmissione del virus.
Abbiamo riportato uno di questi studi, tra i tanti, nell’analisi pubblicata a ottobre (4), ne citiamo ora un altro più recente uscito su Lancet, a gennaio, ancora più critico, viste le variazioni subite dal virus e la mole di dati che sempre più il tempo assomma: “Questo studio ha mostrato che l’impatto della vaccinazione sulla trasmissione comunitaria delle varianti circolanti di SARS-CoV-2 non sembra essere significativamente diverso dall’impatto tra le persone non vaccinate. Il razionale scientifico per la vaccinazione obbligatoria negli Stati Uniti si basa sulla premessa che la vaccinazione impedisce la trasmissione ad altri, con conseguente ‘pandemia dei non vaccinati’. Tuttavia, la dimostrazione di infezioni virali da Covid-19 tra gli operatori sanitari completamente vaccinati (HCW) in Israele, che a loro volta possono trasmettere questa infezione ai loro pazienti, richiede una rivalutazione delle politiche di vaccinazione obbligatoria che portano al licenziamento del personale sanitario non vaccinato negli Stati Uniti. Infatti, c’è una crescente evidenza che i titoli virali di picco nelle vie aeree superiori dei polmoni e il virus coltivabile sono simili negli individui vaccinati e non vaccinati” (5).
Eppure, anche l’obbligo della vaccinazione over 50 è stato imposto sulla base di questa condizione: ai fini della “prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2”, si legge nel decreto legge varato dal governo Draghi. (Ma non dimentichiamo mai la responsabilità del Parlamento e del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che hanno approvato questo e ogni singolo precedente provvedimento governativo: nel conteggio di Openpolis, sono stati 892 (!) gli atti, di varia natura, emessi dalle istituzioni da gennaio 2020 a gennaio 2022.)
L’ordinanza dei giudici siciliani evidenzia poi la questione del divenire, che è tanto fondamentale quanto banale, ma anche questa pare sfuggire al governo Draghi. Il 6 gennaio, quando l’obbligo vaccinale viene votato in Consiglio dei ministri, si ha già evidenza che la nuova variante Omicron prenderà il sopravvento in breve tempo ed è caratterizzata da una maggiore contagiosità ma da una minore gravità (la stessa ordinanza del GCA infatti, del 12 gennaio, la pone al centro della riflessione): la gran parte dei governi stranieri inizia a dichiarare che si intravede la fine del tunnel, Draghi decreta come se nel tunnel fosse appena entrato. Un obbligo che inevitabilmente deve fare i conti con la pragmatica tempistica della vaccinazione, e infatti diventa esecutivo da lì a tre settimane (1° febbraio, e 15 febbraio per la sospensione dal lavoro senza stipendio), quando probabilmente la curva pandemica di Omicron sarà addirittura in calo – ed è infatti ciò che è avvenuto. Un obbligo legiferato per restare in vigore fino al 15 giugno: governo e Parlamento riusciranno a riconciliarsi con la realtà, facendolo decadere ben prima?
La richiesta dei dati, infine, è l’aspetto più sorprendente dell’ordinanza del Consiglio di giustizia amministrativa siciliano, perché rivela che la mancanza di trasparenza sui numeri della pandemia vige anche tra organismi istituzionali e non solo tra governo e cittadini. La denunciano da due anni sempre più ricercatori scientifici, ripetutamente chiedendo che siano resi pubblici i dati grezzi e non solo quelli già elaborati e aggregati, a sua insindacabile valutazione, dall’Istituto Superiore di Sanità. Fino a ora nessun open data è stato messo a disposizione. È chiaramente un punto centrale, poiché è sui dati che il governo afferma di prendere le proprie decisioni. Ed è lì a ricordarcelo, indelebile, la scenetta del ministro della Salute, Roberto Speranza, alla conferenza stampa del 10 gennaio: orgoglioso, afferma che “il decreto fa fare un passo avanti molto importante per il Paese” mentre sventola un grafico, fornito dall’Istituto Superiore di Sanità, con omini colorati grandi e piccini – la bambina di cinque anni che è in me, ringrazia, ricordando anche il libro del ministro, ritirato al suo esordio a ottobre 2020, per pietas (nostra) e vergogna (sua).
Criminali e buffoni
“Chiunque poteva vedere che quest’uomo non era un ‘mostro’ ma era difficile non sospettare che fosse un buffone.”
100 euro di multa una tantum per gli over 50 che non rispettano l’obbligo di vaccinazione. “100 euro sono pochi per i ‘furbi’ no vax”, “La nostra salute vale così poco?” titolano i media mainstream l’8 gennaio, lasciando poi decadere l’indignazione già il giorno successivo: aizzare la massa al ‘linciaggio’ dei no vax è un conto, scagliarla verso un provvedimento del governo, è un altro. Un fondo di verità, eppure, è ravvisabile: se la vaccinazione fosse davvero salvifica nei confronti dell’interesse collettivo, come le leggi approvate ancora ribadiscono nell’impostazione, fissare una sanzione di appena 100 euro è ridicolo. È da buffoni.
La Corte costituzionale ha affermato (sentenza n. 5/2018) che spetta al Legislatore decidere tra ‘raccomandazione’ vaccinale e ‘obbligo’ vaccinale, “nonché, nel secondo caso, calibrare variamente le misure, anche sanzionatorie, volte a garantire l’effettività dell’obbligo” (6). Chiaramente 100 euro non garantiscono affatto “l’effettività dell’obbligo”. Se l’obiettivo fosse stato realmente quello di imporre la vaccinazione agli over 50, sarebbe stato sufficiente fissare una sanzione più gravosa. Quali necessità ha quindi dovuto/voluto “calibrare” con 100 euro il governo Draghi? Difficile dare una risposta. Si può provare a mettere insieme una serie di elementi.
Primo. Innanzitutto, la questione ‘risarcimenti’ in caso di effetti collaterali avversi a causa della vaccinazione, non è una questione sul tavolo: la Corte costituzionale ha infatti già decretato in passato che “sul piano del diritto all’indennizzo le vaccinazioni raccomandate e quelle obbligatorie non subiscono differenze” (7). Quindi nulla cambia tra l’obbligo vaccinale e la ‘raccomandazione’ istituita con l’introduzione del Green Pass. Resta aperto l’aspetto della sottoscrizione del consenso informato, e infatti ne chiedono lumi anche i magistrati siciliani.
Secondo. La pressione reale legata all’obbligo è esercitata sulla parte di popolazione over 50 che ha un’occupazione, che vive il ricatto di restare senza stipendio per mesi non avendo più la precedente alternativa (seppur economicamente costosa) del tampone ogni 48 ore. Se restiamo ai dati della variante Delta, ancora dominante nel momento in cui è stato legiferato l’obbligo, l’assenza dal lavoro per malattia dovuta al Covid era pari ad almeno una settimana, più spesso ne servivano due per negativizzarsi. Mentre l’economia è in ripresa dopo il -9% di Pil registrato nel 2020 e Confindustria è sulle barricate da mesi, affermando che tutto deve restare aperto e le ‘maestranze’ devono lavorare, pena la perdita delle posizioni acquisite nei mercati internazionali.
Terzo. Il sistema sanitario pubblico è privo di risorse e mezzi (esattamente come due anni fa) per affrontare un’altra eventuale ondata pandemica, mentre le terapie domiciliari precoci sono sempre al palo perché osteggiate a favore dei vaccini.
Se teniamo insieme tutti gli elementi di realtà – compreso il precedente dato sulla fattispecie di “vaccini imperfetti” – risulta difficoltoso affermare che l’obbligo vaccinale imposto corrisponda a una misura di salute pubblica, di interesse per la collettività: si configura come un trattamento sanitario imposto alla persona, contro il suo diritto all’autodeterminazione. In nome del sacro Pil, possiamo dire, e della competizione economica internazionale. E infatti disoccupati e pensionati (dunque anziani, una categoria a rischio!) possono anche non vaccinarsi: pagheranno appena 100 euro per evitarlo.
Se inseriamo nel ragionamento il tema dell’occupazione dei posti letto ospedalieri, e dunque della sottrazione della possibilità di cure ad altre patologie, la questione si fa spinosa. Se la ratio è imporre all’individuo un trattamento sanitario preventivo per evitare che, nel caso contragga una malattia, finisca ricoverato in ospedale, indubbiamente sto cercando di prevenire l’occupazione di un posto letto e ciò incide sulla disponibilità di sanità pubblica; ma è un operare da Stato etico. Siamo certi di volerlo? Che facciamo allora con fumo, alcol e obesità? Con comportamenti che incidono sulla salute degli individui, portandoli a un eventuale ricovero ospedaliero? E che tipo di sanità pubblica vogliamo? Finanziata e organizzata per rispondere alle esigenze di una popolazione consapevole e libera di scegliere i propri comportamenti, o ridotta all’osso, che tanto ci pensa lo Stato etico a impedire che i cittadini ne abbiano bisogno, imponendo ‘vita sana’ e farmaci preventivi sotto forma di vaccini?
I 100 euro di sanzione sono dunque lì, a ridicolizzare una classe dirigente buffona. Ciò non significa che non sia anche pericolosa. Criminale lo è di certo.
L’articolo 32 della Costituzione “non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri”, ricordano i giudici siciliani. Ed è per questo che chiedono dati dettagliati sulla valutazione rischi/benefici, collettiva e individuale, e sulla metodologia di farmacovigilanza – rimandiamo su questo tema all’articolo del prof. Marco Cosentino a pag. 52 e ai diversi interventi che si sono susseguiti al Convegno “Pandemia: invito al confronto” organizzato a gennaio dal Coordinamento 15 ottobre. A quale beneficio collettivo contribuisce un cinquantenne – così come un trentenne e un settantenne, per non parlare di un bambino o un adolescente – iniettandosi un vaccino imperfetto? E quale beneficio individuale ne trae un cinquantenne – così come un trentenne, diversamente da un settantenne – in buona salute? E a quali rischi si sottopongono i nostri tre ipotetici soggetti? Infine, la domanda più importante: qual è il rapporto rischi/benefici per ciascuno di loro? A breve, medio e lungo termine? A breve, abbiamo un enorme problema di raccolta dati legati al sistema di farmacovigilanza passiva, a medio e lungo è impossibile saperlo.
L’èra della libertà concessa
“Col passare dei mesi e degli anni non ebbe più bisogno di pensare.Così stavano le cose, questa era la nuova regola, e qualunque cosa facesse, a suo avviso la faceva come cittadino ligio alla legge. Alla polizia e alla Corte disse e ripeté di aver fatto il suo dovere, di avere obbedito non soltanto a ordini, ma anche alla legge.”
Il 2 febbraio il Consiglio dei ministri decreta il Green Pass senza scadenza per chi ha ricevuto tre dosi di vaccino oppure due dosi+guarigione. Al Green Pass – base o super – è ormai collegata l’intera vita quotidiana: lavorare, prendere un autobus o un caffè al bar (anche all’aperto, dove non è più obbligatoria la mascherina…!), andare in banca o in posta (a ritirare la pensione), entrare in un negozio che non sia un alimentari o una farmacia, godersi un film al cinema o un dibattito o la presentazione di un libro, persino andare alla scuola elementare se scatta la Dad – ci vuole, come si suol dire, uno stomaco di ferro per decretare una discriminazione tra bambini, ma d’altra parte il governo Draghi lo stomaco l’aveva già esibito aprendo alla vaccinazione dai 5 anni.
L’inasprimento generalizzato del Green Pass – con la creazione della versione super – che colpisce anche chi è sotto i cinquant’anni, ha evidentemente l’obiettivo primario di imporre la terza dose a chi ha già fatto le prime due: gli under 50 che non si sono finora vaccinati, infatti, difficilmente lo faranno per andare al bar, resteranno sulla loro posizione. Terza dose significa Green Pass senza scadenza. È possibile che sarà decretata la fine del suo utilizzo prima del 15 giugno – o almeno ce lo auguriamo: finirà l’(apparente) stato dissociativo del governo Draghi? – ma ciò non significa la sua eliminazione: ‘senza scadenza’ significa infatti mantenerlo e poterlo riattivare in qualsiasi momento. In chiave sanitaria, come è stato fino a ora, o per altri utilizzi, grazie alle sue caratteristiche dinamiche: permette di collegare i dati di un cittadino a condizionalità, che siano condotte di comportamento (oggi la vaccinazione, domani pagamenti…) o status (residenza, occupazione, dichiarazione dei redditi, fedina penale… qualsiasi cosa), e tramite una app in mano a chiunque può essere consentito o negato l’accesso dell’individuo a qualcosa (un luogo, un servizio, un diritto…). “Il Green Pass è qui per restare” scrivevamo a ottobre, perché le sue particolarità tecniche lo rendono un futuro strumento di controllo estremamente potente e funzionale – rimandiamo all’articolo per i dettagli sulla piattaforma implementata (8). Se così sarà lo vedremo, di certo a breve potrà restare collegato alla vaccinazione Covid, se dal prossimo autunno scatterà il meccanismo della quarta dose o del richiamo annuale e la connessa ‘riattivazione’ del Pass: torneranno i ricatti e le discriminazioni sospesi, forse, nella stagione estiva?
Dopo “Il Green Pass è libertà” dei mesi precedenti, a inizio febbraio i quotidiani celebrano “Draghi riapre l’Italia”, nuove regole verso quella che sarà la “libertà ritrovata”: una ‘libertà’ che si connota dal venire meno dell’utilizzo delle mascherine all’aperto (!) e da una nuova discriminazione nella scuola primaria tra bambini vaccinati e bambini non vaccinati. Quando 3,8 milioni di cittadini over 12 non può nemmeno salire su un treno e da lì a pochi giorni migliaia di lavoratori over 50 saranno sospesi senza retribuzione (si stima 500.000). Sono cittadini che non esistono, per l’informazione di regime: cancellati dalla visuale pubblica. La gran parte della popolazione – indottrinata e manipolata dalla propaganda o semplicemente indifferente alla violazione dei diritti e alla discriminazione subita da altri cittadini, incapace perfino di rinunciare al ristorante come atto di protesta – vive una ‘liberazione’, senza nemmeno riflettere che la libertà non è qualcosa che ci viene concesso dall’alto: liberi si nasce. A meno di essere sudditi e non cittadini, o di vivere in un regime autoritario anziché in uno Stato di diritto. “Perché da sempre”, ricorda il prof. Alessandro Mangia nella sua analisi a pag. 64, “il vero problema dello stato d’eccezione non è mai stato quello della sua ammissibilità o della sua ‘apertura’, visto che lo stato d’eccezione si impone da sé. Il problema dello stato d’eccezione è sempre stato quello della sua chiusura, e di tutto quel che, in genere, tende a lasciarsi dietro”.
“Pólemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi” diceva Eraclito. Il conflitto rivela l’uomo: chi sei? Da che parte stai? Che cosa fai? Per cosa combatti?
1) Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, Ordinanza n. 38/2022 del 12 gennaio 2022, pubblicata il 17 gennaio 2022 https://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato9121590.pdf
2) Nel dettaglio l’ordinanza richiede i dati a un “collegio composto dal Segretario generale del Ministero della Salute, dal Presidente del Consiglio superiore della sanità operante presso il Ministero della salute e dal Direttore della Direzione generale di prevenzione sanitaria”
3) Cfr. Giovanna Cracco, Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza, Paginauno n. 74/2021
4) Ibidem
5) Carlos Franco-Paredes, Transmissibility of SARS-CoV-2 among fully vaccinated individuals, gennaio 2022, https://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473-3099(21)00768-4/fulltext
6) Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, Ordinanza cit.
7) Ibidem
8) Cfr. Giovanna Cracco, Contro il Green Pass. La posta in gioco: disciplina e sorveglianza, Paginauno n. 74/2021
FONTE: https://rivistapaginauno.it/polemos-e-padre-di-tutte-le-cose/
«Non serve l’atto di nascita»: via libera ai figli dei gay
- GENDER WATCH
- 27-12-2021

Il tiranno europeo bussa all’uscio di casa nostra, dopo gli assalti all’arma bianca per cancellare il Natale e insultare la Vergine Maria, in ossequio allo spartito sperimentato sia dal regime sovietico, sia da quello nazista nel secolo scorso, ora si passa alla imposizione di un nuovo modello famigliare e di figliolanza. È chiaro come il sole che in un nessun articolo di alcun Trattato europeo si riconosca alle istituzioni del continente una benché minima competenza in materia di diritto di famiglia. È altrettanto assodato che ogni Stato ha le sue leggi di cittadinanza.
La Corte di Giustizia europea ieri ha deciso di imporre a tutti gli stati membri dell’Unione che i genitori dello stesso sesso e i loro figli devono essere riconosciuti come una famiglia in tutti gli stati membri. In una storica sentenza la Corte di giustizia europea ha detto che, se un paese riconosce una relazione genitoriale con un bambino, allora ogni stato membro dovrebbe fare lo stesso per garantire il diritto del bambino alla libera circolazione.
Il caso giudiziario (Giudizio nel caso C-490/20) nasce dopo che le autorità bulgare avevano rifiutato di concedere un certificato di nascita alla figlia neonata di una coppia dello stesso sesso sulla base del fatto che un bambino non può avere due madri. La bulgara Kalina Ivanova e la britannica Jane Jones, nata a Gibilterra, sono entrambe registrate in Spagna come le madri di Sara, nata anch’essa nella penisola iberica nel 2019. Nessuna delle due donne è di origine spagnola, il che significa che la cittadinanza in quel paese non è consentita e secondo la legge sulla nazionalità britannica del 1981, Jones non può trasferire la cittadinanza britannica a sua figlia in quanto è nata a Gibilterra.
Su questa base, la Ivanova aveva richiesto la cittadinanza bulgara per sua figlia, che è stata successivamente rifiutata poiché i matrimoni e le unioni tra persone dello stesso sesso non sono legalmente riconosciuti in Bulgaria. Di conseguenza, Sara è rimasta apolide, senza accesso alla cittadinanza, senza poter lasciare il paese di residenza della sua famiglia, la Spagna e senza documenti personali, limitando così il suo accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria e alla sicurezza sociale.
Ebbene la Corte di Giustizia ha deciso che alla bambina deve essere rilasciato un passaporto bulgaro e questo varrà per tutti i paesi membri dell’Unione Europea che non garantiscono il riconoscimento dei figli delle coppie LGBTI, né riconoscono pienamente quelle “famiglie” arcobaleno. Ovviamente il capo del team legale dell’ILGA europea, la potentissima e finanziatissima lobby internazionale LGBTI, Arpi Avetisyan, ha detto al Washington Post che la sentenza porta «il tanto atteso chiarimento che la paternità/maternità stabilita in uno Stato membro dell’UE non può essere disconosciuta da un altro, con la scusa di proteggere l’identità nazionale» e si è felicitato per questa «vera e propria testimonianza che l’UE è un’unione di uguaglianza e non vediamo l’ora di vedere le famiglie arcobaleno godere del loro diritto alla libertà di movimento e di altri diritti fondamentali su un piano di parità con chiunque altro».
La Sentenza non potrà essere appellata, altri casi simili verranno portati alla attenzione delle magistrature nazionali dei singoli paesi ma, qualunque governo nazionale da ieri è ben conscio che con questa interpretazione del diritto di libertà di movimento, pur palesemente usato strumentalmente, stravolge ogni Trattato sulle competenze nazionali in materia di matrimonio e cittadinanza e di fatto impone a tutti gli Stati la piena e totale equivalenza tra unioni LGBTI e matrimoni, cittadinanza ai figli e, indirettamente, il riconoscimento della maternità surrogata (lo Stato deve «rilasciare a tale bambino una carta d’identità o un passaporto senza esigere anche un certificato di nascita», né che «che le autorità nazionali dal paese membro da cui proviene redigano preventivamente un certificato di nascita»).
Come si è arrivati sino a qui? Primo: La Corte di Giustizia già decidendo a favore del riconoscimento di una coppia LGBTI in Romania per motivi di lavoro nel 2018, aveva deciso di stracciare le competenze nazionali in materia di matrimonio e imposto la propria interpretazione del diritto di libertà di movimento (Sentenza C‑673/16 Coman-Hamilton). Secondo: negli ultimi anni la Commissione ha dichiarato le persone LGBTI e i dogmi del gender una priorità assoluta (si vedano discorsi di Ursula Von der Leyen, Vera Jurova, Helena Dalli e Franz Timmerman). Terzo: l’iniziativa di una consultazione ‘popolare’ della Commissione (19 maggio-25 agosto), sui diritti delle coppie LGBT per un pieno riconoscimento dell’omogenitorialità e dei relativi bambini (spesso ottenuti da maternità surrogata o fecondazione eterologa), nonostante i risultati vadano nel oltre il ridicolo per la partecipazione (389 persone o associazioni). Quarto: le molteplici iniziative del Parlamento europeo, dalla dichiarazione di Europa zona di libertà LGBTI a quella sul riconoscimento dei matrimoni LGBTI in tutti i paesi membri.
FONTE: https://lanuovabq.it/it/non-serve-latto-di-nascita-via-libera-ai-figli-dei-gay-1
IMMIGRAZIONI
Profughi ucraini, 100 euro al giorno a persona per l’accoglienza
Sono in arrivo nuovi aiuti economici per i profughi ucraini che verranno accolti in Italia. Nel nuovo decreto legge, oltre alle norme che intervengono sul caro energetico, c’è anche un pacchetto di interventi in materia di politiche sociali e crisi in Ucraina. Il testo prevede una serie di misure che hanno l’obiettivo di contrastare le conseguenze nefaste del conflitto tra Russia e Ucraina, con un occhio di riguardo anche nei confronti delle famiglie in fuga dai bombardamenti: le nuove misure prevedono accoglienza e supporto economico sia per le persone accolte in Italia che per il Governo ucraino.
Fino a 100 euro al giorno a persona per l’accoglienza
L’esecutivo ha stanziato 58,5 milioni di euro ai Comuni che accolgono minori non accompagnati provenienti dall’Ucraina: in questo modo il decreto consentirà alle amministrazioni di rimborsare i costi sostenuti fino ad un massimo di 100 euro al giorno a persona. Ma questa è soltanto una delle norme che hanno trovato spazio nel decreto: un altro articolo consente agli sfollati provenienti dall’Ucraina di convertire in euro banconote di grivnia, la moneta ucraina, senza commissioni di cambio e senza apertura di un conto. Il tetto massimo di cambio è di 10mila grivnia a persona, pari a circa 320 euro, con il tasso applicato che è stato definito dalla Banca Nazionale Ucraina e comunicato da Bankitalia.
Altri 112,7 milioni di euro dovrebbero finire in un fondo del ministero dell’Interno e utilizzati per la creazione e la gestione dei centri di accoglienza. Un ulteriore stanziamento da 192,2 milioni di euro dovrebbe invece andare alla Protezione civile per l’estensione delle misure di accoglienza diffuse sul territorio, l’ampliamento ad altre 20mila persone dell’aiuto una tantum per i profughi e l’integrazione (con 30,3 milioni) dei fondi per l’utilizzo dei servizi sanitari. Infine, altri 40 milioni di euro verranno impiegati per rafforzare i servizi sociali dei Comuni, in previsione di un aumento delle richieste provocato dall’arrivo di donne e bambini in fuga dall’Ucraina. https://www.today.it
FONTE: https://www.imolaoggi.it/2022/05/03/profughi-ucraini-100-euro-al-giorno-a-persona-per-laccoglienza/
LA LINGUA SALVATA
Arbitrio
Le parole e le cose
ar-bì-trio
SIGNIFICATO Facoltà di giudicare e decidere liberamente secondo la propria volontà; autorità, potestà; abuso, prepotenza, capriccio
ETIMOLOGIA voce dotta recuperata dal latino arbitrium, derivato di arbiter ‘arbitro, giudice’.
«Questa non è una scelta motivata, è un mero arbitrio.»
Ridicolo, stolto, sofista, ignorante, la cui dottrina non è che un «misto di colla e fango», «di spazzatura e di escrementi». Con questi ed altri epiteti Martin Lutero, fondatore della Riforma protestante, fustigava Erasmo da Rotterdam, il più eminente intellettuale del Rinascimento. Eppure, c’erano tutti gli ingredienti affinché i due andassero d’amore e d’accordo: Erasmo era critico nei confronti del culto dei santi e delle reliquie, sosteneva un ritorno al messaggio evangelico e aveva persino scritto un libello satirico su papa Giulio II, da poco morto – tutte cose assai gradite a Lutero. Ma su una cosa non potevano proprio intendersi: il libero arbitrio.
Nell’uso comune odierno, l’arbitrio è un abuso, un sopruso, una decisione meramente personale, fuori dalle regole. Eppure, in origine non è altro che la facoltà, letteralmente, di essere arbitro, sovrano decisore dei propri atti e giudizi. Ma la lingua parla di noi: di licenze divenute sopruso abbiamo ampia esperienza. In filosofia, però, la questione non è l’uso o abuso di tale facoltà, ma se questa libertà di scelta esista davvero. Attenzione: non la libertà di azione, che può risultare limitata per vari motivi – ad esempio, non posso fare una passeggiata perché sono azzoppato – bensì, appunto, di scelta: quando decido di fare una passeggiata, la mia decisione è davvero libera? O qualcosa la determina a mia insaputa?
Gli antichi, in realtà, non hanno mai creduto alla libertà dell’arbitrio umano: siamo soggetti agli dèi, al fato e alla natura. Perciò, secondo i Greci, solo la conoscenza rende davvero liberi, simili agli dèi, mentre l’ignorante, non conoscendo il valore delle diverse opzioni, non può mai agire liberamente. La prospettiva dei filosofi cristiani era invece incentrata su un binomio problematico: un individuo che per le sue azioni riceve premi (il paradiso) o punizioni (l’inferno) e un Dio onnipotente e onnisciente, che conosce in anticipo tutto ciò che accadrà. Se, quando facciamo il male, Dio lo sapeva già – quindi siamo predestinati a farlo, e per giunta condizionati dal peccato originale – che senso ha che poi veniamo puniti per ciò che facciamo?
La risposta dei filosofi cristiani si muoveva su una lama di rasoio: il peccato originale ha sì ferito il libero arbitrio, ma non lo ha annullato completamente; e quanto alla predestinazione, Dio sa già tutto ciò che gli umani faranno ma essi restano liberi di farlo, perché la Grazia divina è sempre offerta a tutti, quindi chi la rifiuta si danna da sé, liberamente. Erasmo, da buon pensatore umanista desideroso di conciliare la fede cristiana con la visione di un’umanità artefice del proprio destino, non poteva che condividere questo punto di vista. Non così Lutero, che infatti replicò al De libero arbitrio di Erasmo con un provocatorio De servo arbitrio. Per lui, profondamente pessimista sul genere umano – i cui atti valgono zero presso Dio –, il peccato originale non ci ha semplicemente inclinato al male, ma ha corrotto irrimediabilmente la nostra natura. Nessuno può fare il bene per una decisione volontaria, ma solo per l’intervento diretto della Grazia.
A sinistra Erasmo, in un ritratto di Holbein il Giovane, non sembra aspettarsi il colpo di Lutero, raffigurato a destra da Lucas Cranach il Vecchio. Attento, Erasmo!
Ovviamente, Erasmo non poteva accettare una simile visione, che negando l’autodeterminazione umana minava le basi stesse dell’Umanesimo; ma una delle sue argomentazioni contro Lutero è particolarmente interessante: «Supponiamo dunque (…) che qualunque cosa da noi fatta non sia opera del libero arbitrio ma della pura necessità, cosa v’è di più inutile che divulgare questo paradosso ai profani? […] Se lasciassimo circolare tra il popolo un tale asserto, ciò basterebbe per aprire ad innumerevoli mortali una larga porta all’empietà». Confrontiamola con questi brani di email ricevute da Galen Strawson, un filosofo britannico contemporaneo: «L’anno scorso avete contribuito a distruggere la mia vita […] Mi avete detto che non avevo nessun controllo sulla mia vita, che non ero responsabile di ciò che facevo, che mio figlio non era responsabile di quello che faceva».
In qualche caso, i messaggi si sono fatti così minacciosi da richiedere l’intervento della polizia. Perché tanto odio? Strawson afferma di comprenderlo: per molte persone, le ricerche sue e di altri filosofi e neuroscienziati rappresentano «una catastrofe esistenziale» perché mostrano che, quando andiamo a fare una passeggiata – per non parlare di quando commettiamo un crimine – la nostra scelta non è affatto libera. Non per la predestinazione o il peccato originale, ma perché siamo determinati da cause – fisiche, biochimiche – che agiscono prima e sotto la nostra coscienza. Insomma, il libero arbitrio è un’illusione. Magari necessaria, ma un’illusione. Curiosa convergenza tra la posizione di Lutero – che da eterni umanisti non possiamo che bollare come cupamente antimoderna – e una parte rilevante della scienza contemporanea.
Ma siamo davvero sicuri che ritenere il libero arbitrio illusorio aprirebbe a noi mortali, come temeva Erasmo, una «larga porta all’empietà»? O questa consapevolezza non ci renderebbe invece più umili, più tolleranti e meno boriosamente nocivi? Nel dubbio, continuiamo a comportarci bene, e soprattutto non mandiamo email minatorie.
Parola pubblicata il 03 Maggio 2022
FONTE: https://unaparolaalgiorno.it/significato/arbitrio
LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI
Incidenti sul lavoro, Inail: “Nei primi tre mesi del 2022 saliti del 50%, boom nei trasporti e magazzinaggio. 189 quelli mortali: quattro in più”
In generale, gli incidenti di ogni livello di gravità sono notevolmente aumentati: quelli sul luogo di lavoro dai 115.286 del primo trimestre 2021 ai 176.545 del 2022 (+53,1%) e quelli in itinere hanno fatto registrare un aumento del 31,2%, da 13.385 a 17.561. A marzo 2022 il numero degli infortuni sul lavoro denunciati ha fatto segnare un +46,6% nella gestione Industria e servizi (dai 109.662 casi del 2021 ai 160.813 del 2022), un -0,4% in Agricoltura (da 5.891 a 5.866) e un +109,1% nel Conto Stato (da 13.118 a 27.427). Incrementi degli infortuni in occasione di lavoro si osservano in tutti i settori produttivi, in particolare nei Trasporti e magazzinaggio (+166,9%), nella Sanità e assistenza sociale (+110,4%) e nell’Amministrazione pubblica (+73,8%).
L’analisi territoriale evidenzia un incremento delle denunce di infortunio in tutte le aree del Paese: più consistente nel Sud (+64,3%), seguito da Nord-Ovest (+63,4%), Isole (+60,7%), Centro (+51,3%) e Nord-Est (+31,8%). Tra le regioni con i maggiori aumenti percentuali si segnalano principalmente la Campania (+116,2%), la Liguria (+85,3%) e il Lazio (+73,8%). L’aumento che emerge dal confronto di periodo tra il 2022 e il 2021 è legato sia alla componente femminile, che registra un +72,9% (da 51.550 a 89.130 denunce), sia a quella maschile, +36,1% (da 77.121 a 104.976). L’incremento ha interessato sia i lavoratori italiani (+54,6%) che quelli extracomunitari (+35,1%) e comunitari (+25,6%).
“Oggi possiamo celebrare la Giornata mondiale in due modi: lamentandoci per gli incidenti e le malattie professionali oppure adoperandoci per creare una nuova cultura della sicurezza, che non potrà nascere finché non ci sarà un’unione di intenti fra politica, organizzazioni sindacali e datoriali, imprenditori e lavoratori”, scrive in una nota, Gianclaudio Bressa, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati. “Sono consapevole che oggi, nonostante decenni di leggi e di normative a volte fin troppo farraginose, di interventi repressivi, ci sia ancora molto da fare, come dimostrano i risultati dell’attività della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro che presiedo. Non abbiamo davanti a noi una rete di responsabilità condivise, siamo lontani da un’unanime presa di coscienza sui danni reali che provoca alle persone, alle aziende stesse e all’intera economia nazionale una scarsa cultura della sicurezza sul lavoro”.
FONTE: https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/04/28/incidenti-sul-lavoro-inail-nei-primi-tre-mesi-del-2022-saliti-del-50-boom-nei-trasporti-e-magazzinaggio-189-quelli-mortali-quattro-in-piu/6573375/
PANORAMA INTERNAZIONALE
Steve Bannon: “alla base di questa guerra ci sono interessi delle élite”
Steve Bannon, Gli interessi delle élite
Steve Bannon: “Questa guerra non sarebbe mai dovuta accadere, gli ucraini sono stati usati come carne da macello. Il cosiddetto partito di Davos, sia che si tratti delle élite di Bruxelles, della Nato, di Londra, di Wall Street o di Washington, ha ingannato gli ucraini nel fargli credere che avrebbero potuto far parte della Nato. Lo vediamo tutti i giorni quando Zelensky la invoca”. Lo ha detto a Tgcom24 lʼex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon.
“Sfollati, rifugiati, feriti e morti sono stati ingannati. L’America non è tutta d’accordo su questa guerra. Anche perché questo conflitto è una grossa vittoria per il Partito Comunista Cinese e anche gli italiani dovrebbero essere molto preoccupati per gli affari che le élite stanno conducendo con il Partito Comunista Cinese attraverso la Via della Seta.
Alla base di questa guerra ci sono gli interessi delle élite”, ha aggiunto Bannon a tgcom24.mediaset.it.
FONTE: https://raffaelepalermonews.com/steve-bannon-alla-base-di-questa-guerra-ci-sono-interessi-delle-elite/
SCIENZE TECNOLOGIE
La Russia prepara l’uscita dall’internet globale?
Russia lavora a Nash Store, alternativa a Google Play
Sarà lanciato il 9 maggio, Giorno della Vittoria
ROMA
Continuano i tentativi di autarchia tecnologica della Russia.
Il 9 maggio, Victory Day per il paese, Mosca lancerà NashStore, alternativa al Google Play Store, popolare negozio di app del colosso americano.
È stato sviluppato dopo le sanzioni tecnologiche alla Russia.
NashStore – spiega Reuters online – è descritto come un negozio ‘mobile’ in cui gli utenti Android russi possono scaricare diverse app. Anche se ci saranno app che possono essere scaricate gratuitamente, NashStore dovrebbe essere compatibile con le carte bancarie russe Mir per consentire le transazioni. Gli sviluppatori dello store, Digital Platforms, affermano che l’app è stata sviluppata dopo che Alphabet Inc. ha sospeso l’utilizzo del Google Play Store in Russia in risposta all’invasione dell’Ucraina da parte del paese. “Purtroppo i russi non possono più utilizzare normalmente Google Play per acquistare app e gli sviluppatori hanno perso la loro fonte di reddito. Ecco perché abbiamo creato un app shop russo, NashStore”, afferma Vladimir Zykov, direttore del progetto.
La Russia nei giorni scorsi ha lanciato Rossgram, alternativa a Instagram piattaforma chiusa dal 14 marzo in Russia, bollata dal Cremlino insieme a Facebook come “organizzazione estremista”.
FONTE: https://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/tlc/2022/03/30/ucraina-russia-vuole-nash-store-alternativa-a-google-play_710e6aa9-6f2f-4731-b2f1-800c96529314.html
STORIA
Perché nasce la lotta armata in Italia

di Massimo Battisaldo e Paolo Margini |
Le ragioni della nascita della lotta armata raccontate dalla voce di chi, quarant’anni fa, in Italia, tentò di fare una rivoluzione
“[…] sono persone che andrebbero condannate alla dimenticanza, invece appartengono ormai alla società dello spettacolo. È sbagliato che si rimettano periodicamente in circolo. Non si possono scrivere libri solamente perché si è ucciso Moro.”
(Il presidente della Camera Luciano Violante, 1998)
“Non capisco perché se ne sia uscito con questa bella trovata che bisogna condannare gli ex terroristi all’oblio. Dobbiamo parlarci, invece, ascoltarli, perché soltanto loro possono chiarire molti dubbi che ancora rimangono. Non tutto è chiaro. Come si sono comportati certi apparati dello Stato durante il sequestro Moro? Hanno in qualche modo offerto una copertura alle Br? Non lo sappiamo, e soltanto loro possono fare luce su questi aspetti. Perciò mi sembra che dobbiamo piuttosto incoraggiarli a parlare, a raccontare più particolari possibili.”
(Il direttore di Rai 3 Sandro Curzi, 1998)
Che la storia la scrivano i vincitori è ormai un luogo comune talmente radicato che nessuno – nemmeno gli uomini di potere – si sente in dovere di smentirlo. La storia ‘ufficiale’ pervade i programmi scolastici, occhieggia i cittadini dalle targhe delle strade del regno, ammicca con le mostrine della verità sulle spalle dai programmi di storia-spettacolarizzata. Vale nel caso delle narrazioni risorgimentale e resistenziale e adesso vale anche nel caso di quella più recente degli anni Settanta, per i quali, malgrado non sia stata fatta ancora chiarezza sull’operato dello Stato e delle sue istituzioni, esiste già una versione definitiva, indiscussa e indiscutibile.
Non a caso abbiamo introdotto questo nuovo spazio con lo scambio di battute intercorso nel 1998, durante i giorni del ventennale della morte di Aldo Moro, tra Luciano Violante e Sandro Curzi, ovvero tra un politico rubato alla magistratura e il giornalista Sandro Curzi.
Va detto sin subito: in questo dibattito noi siamo con Curzi. Per varie ragioni, delle quali la più importante è la mancanza di ricostruzioni storiche che inquadrino quegli anni sotto una prospettiva diversa da quelle diffuse dai programmi di spettacolarizzazione storica di Minoli, di Zavoli e di Lucarelli. Trasmissioni entrate inevitabilmente nella storia dell’elettrodomestico più diffuso nelle case, e irrinunciabile strumento di oppressione esistenziale nelle mani di quel potere che ancora trent’anni fa veniva definito borghese. Una parola, quest’ultima, che oggi può essere utilizzata legittimamente – a dimostrazione di quanto il potere del sedicente linguaggio della verità sia diventato forte – unicamente nell’accezione tematica di Flaubert, quando dicendo borghese si vuole richiamare la betise, e non più un potere economico, politico e culturale.
Niente di strano che la storia ufficiale degli anni Settanta sia certificata dalla televisione in anticipo sui testi scolastici. Il piccolo schermo ha il vantaggio del tempo reale, nella ricostruzione in diretta della storia, avendo la possibilità di riaggiustarla giorno dopo giorno, a volte con leggeri tocchi di pennello, altre volte a suon di martellate, fino a solidificarla definitivamente nella testa dei telespettatori sotto forma di emozione collettiva. I testi scolastici, su cui gli studenti preparano gli esami, vengono più avanti, sulla medesima linea interpretativa, con l’aggiunta di quel pizzico di accademico che rende la narrazione più credibile.
L’editoria costituisce un curioso paradosso: di anni Settanta abbonda la richiesta ma difetta l’offerta. In passato hanno trovato pubblicazione, in forma saggistica e di intervista, testimonianze dirette di protagonisti della lotta armata, ma negli ultimi anni lo spazio in materia è stato conquistato da libri scritti da magistrati o dai saggi, comprensibilmente rabbiosi, dei figli delle vittime. Latitano al solito i romanzi – incapaci, quei pochi, di eludere il luogo comune e i paradigmi storici di regime – mentre la poca saggistica alimentata da ambizioni più alte brilla per mancanza di coraggio, fatta eccezione per pochi casi sparsi qua e là nell’oceano di fuffa cartacea.
Disastroso il cinema. Tanto fumo è stato e ancora viene sollevato, quindi, intorno alla storia della lotta armata, a un lasso di tempo non breve, iniziato nel 1969 e chiusosi alla fine degli anni Ottanta, mentre si registrano ben pochi tentativi di comprendere la complessità della politica italiana di quel periodo storico. Nessuno pare volersi chiedersi perché, nel 1969, i numerosi movimenti extraparlamentari abbiano pensato alla eventualità di dare vita a un processo rivoluzionario ed entrare così nella lotta armata. Perché migliaia – migliaia! – di giovani sotto i trent’anni, abbiano deciso di giocarsi l’età della spensieratezza sul tavolo della rivoluzione, contro uno Stato che moralmente e politicamente, comunque si voglia giudicare le scelte di una buona parte di una generazione, imbarcava acqua da tutte le parti. L’unica costante del discorso sugli anni Settanta è il tentativo di scansarne la complessità e di seppellirla nei ghiacci eterni dell’oblio.
E di farlo unicamente attraverso la demonizzazione e la rimozione delle responsabilità e delle colpe delle quali lo Stato con le sue istituzioni si è macchiato.
In quanto protagonista di quegli anni, nei panni di magistrato, e ancora oggi nei frusti panni di senatore in forza a quel partito ormai slavato e privo di credibilità che è il Pd, Luciano Violante ha sicuramente anche delle ragioni personali (oltre che politiche) che lo inducono a chiedere la dimenticanza degli sconfitti dell’epoca. Noi facciamo un altro lavoro e, visto che gli anni Settanta continuano a tornare sia nel discorso politico che in quello ‘artistico’ (di cui l’ultima ‘perla’ è il pessimo film Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana), con narrazioni imbastite per confermare una verità di comodo, abbiamo deciso di tenere ancora vivo il dibattito sull’argomento, per contribuire – per quanto ci è possibile – a stenebrare qualche zona d’ombra.
Anche perché quelle ombre si allungano tuttora nel quadro dello scontro, vivo come non mai, tra padronato e lavoratori.
Per questa ragione abbiamo deciso di ospitare su Paginauno le testimonianze di alcuni attori dell’epoca legati alla lotta armata, nell’idea di creare un osservatorio sugli anni Settanta attraverso le lenti di chi ha perduto; per agire, secondo nostra caratteristica, in funzione di contrappeso alla verità ufficiale.
Paginauno
Per quale ragione è importate tenere ancora oggi vivo il dibattito sugli anni Settanta? Dal nostro punto di vista per molte ragioni, la più importante delle quali è trita e ritrita: non possiamo pensare il presente senza avere fatto tesoro della memoria storica del nostro passato; il presente e il futuro di una società, intesi nella loro formulazione politica ed economica, non possono prescindere dalla conoscenza del passato. Ma questo è un concetto che vorremmo dare per scontato per poi andare immediatamente oltre. Il principio generale sull’importanza di una conoscenza completa della storia, anche la più prossima all’attualità, resta sacrosanto. Ma l’impegno che qui ci assumiamo di ripercorrere la nostra storia nasce da altre esigenze: nasce dalla rabbia di sentire ripetere ricostruzioni di comodo su ciò che noi eravamo.
Partiamo dalla più diffusa, un autentico falso storico: il rifiuto di riconoscere la nostra esperienza come una realtà totalmente italiana, nata dal disagio e dall’indignazione nei confronti di uno Stato che, con Piazza Fontana, si era giocato le ultime briciole di fiducia che ancora potevamo nutrire.
Un derivato di tale mancato riconoscimento è l’idea che noi fossimo un prodotto della Cia e non delle lotte di fabbrica, non un portato della rabbia proletaria, di operai, di militanti del Pci scontenti dell’operato servile del partito di cui avevano in tasca la tessera, di sindacalisti che si rendevano conto che il padronato non aveva alcuna intenzione di trattare sui diritti dei lavoratori mentre i vertici sindacali non lo capivano, e continuavano a giocare alla trattativa (quando e se veramente voleva farlo) con il destino dei lavoratori. Di persone, quindi, che avevano capito l’inutilità delle sole parole.
Lotta armata = prodotto della Cia: questo è l’assunto. Sergio Flamigni, senatore del Pci e autore di numerosi libri saggio sugli anni Settanta, era un fervente appassionato di questa ricostruzione, in particolare riguardo al sequestro Moro. Egli e molti altri si rifiutavano di accettare (e non avevano evidentemente interesse a farlo) che rozzi operai e sottoproletari italiani fossero in grado di organizzare e realizzare un’operazione di tale portata.
Flamigni veniva spesso a Rebibbia alla ricerca di una nostra ammissione che gli confermasse quello che già aveva in testa, ovvero: che andavamo a braccetto con i servizi segreti americani e che trattavamo con i servizi segreti italiani. Egli partiva dal fatto che Moro era stato minacciato da Kissinger sotto la presidenza Nixon, fingendo di dimenticare che nel 1978, Nixon e la sua concezione e conseguente applicazione dell’anticomunismo era ormai cosa passata. Basti notare che anche in Italia la stagione dello stragismo di destra e di Stato si è chiusa in perfetta concomitanza cronologica con la caduta del presidente americano (la bomba di Bologna va inquadrata secondo un’altra ottica e differenti convenienze politiche). A ogni modo, quello che emergeva o che doveva emergere dalle ricostruzioni flamignane era che chi aveva fatto la lotta armata in Italia era, in maniera trasversale tra destra e sinistra, al soldo della Cia. E perché, come sarebbe più logico, non attribuire la nostra esperienza a un immenso complotto del Kgb? Semplicemente per dimostrare che noi non eravamo un’emanazione della sinistra.
Un film uscito qualche anno fa, Piazza delle cinque lune di Renzo Martinelli, tratto proprio dal saggio di Flamigni La tela del ragno, nonché dagli atti processuali, risponde alla perfezione a quanto detto sopra. La storia è la ricostruzione spettacolarizzata del rapimento di Aldo Moro sulla base di un’accurata selezione dei fatti, incentrata sulla descrizione di Mario Moretti come un basso doppiogiochista. Nel film tutto ciò è palese, lampante. Non si tratta più nemmeno di zone d’ombra, di alludere a un’ipotesi. Il risultato quindi è una narrazione costruita senza la minima considerazione dei fatti successivi alla vicenda dello stesso Moretti, il quale, dopo la sua cattura, è stato rinchiuso nel carcere di Nuoro, un luogo di detenzione disumano dove noi detenuti politici venivamo massacrati di botte quasi ogni giorno; e dimentica che un detenuto comune legato ai calabresi, ex mercenario della Legione straniera, Figueras, ha cercato di accoltellare Moretti nel carcere di Cuneo, colpendo per uccidere e fortunatamente non riuscendovi. Un’esperienza dalla quale Moretti è uscito vivo per miracolo, grazie all’intervento dei compagni che erano lì vicino. Per questa operazione, il sicario è stato in seguito ricompensato dallo Stato, che gli ha commutato l’ergastolo in ventiquattro anni, per poi liberarlo non molto tempo dopo. Giusto a ricordare (per onestà storica, una vicenda che certo non è mai stata resa pubblica) che i cosiddetti servizi segreti deviati, quelli sporchi – che poi sono un’invenzione della storia ufficiale, di fatto non esistono i servizi segreti deviati – sono entrati nel carcere di Ascoli, dove erano stati rinchiusi tutti i capi e i gregari delle bande criminali, da Vallanzasca a Cutolo, consegnando ai capi mafia un elenco di alcuni di noi da eliminare. Naturalmente in cambio di ricompensa. Una proposta, va detto per la cronaca, che i boss hanno recisamente rifiutato, contrariamente ad alcuni cani sciolti, come Figueras, i quali invece si sono dati da fare. Ma avremo tempo, durante questo nostro viaggio in quelli che all’interno della verità di comodo sono definiti ‘anni di piombo’, di riparlare dettagliatamente di questi fatti.
Ora, per quanto Flamigni nei suoi libri e Martinelli nel suo film, insistano ad appellarsi alla verità degli atti processuali, occorre almeno ammettere che quella fonte informativa è e rimane comunque una narrazione di parte. Un conto sono i processi, svolti all’epoca attraverso numerose forzature – lo Stato stesso aveva molto da nascondere riguardo al proprio operato – un altro è una ricostruzione storica e un’altra cosa ancora è una ricostruzione politica dei fatti.
Per chiudere questa specie di breve introduzione sulle ragioni che ci inducono a parlare di noi, aggiungiamo un altro paio di precisazioni.
Non eravamo, come sostenevano i vertici del sindacato, infiltrati all’interno della loro organizzazione. Se hanno messo in giro questa voce è solo per negare che molti di noi facevano i sindacalisti e lo facevano bene e con passione, dal momento che gli operai ci votavano. E certamente questa era la faccia visibile del nostro operato. Che poi, in segreto, appartenessimo anche, chi alle Brigate rosse e chi ad altre formazioni che allora iniziavano la propaganda armata, è un ulteriore aspetto della storia che racconteremo senza censure.
Ma tecnicamente non eravamo infiltrati, l’origine politica di molti di noi è sindacale oltre che legata ai movimenti della sinistra extraparlamentare.
La seconda precisazione è che non capiamo come possa essere definito ‘solo’ un fenomeno un’esperienza come la nostra, sicuramente violenta, durata diciotto anni, dal 1970 (inizio della propaganda armata delle Brigate rosse) al 1988 (anno dell’attentato mortale al senatore democristiano Roberto Ruffilli rivendicato dalle Brigate rosse-Partito comunista combattente) e che, secondo stime, ha visto alcune migliaia di militanti armati e molte altre migliaia di simpatizzanti e fiancheggiatori. A dimostrazione che in quegli anni la lotta armata in Italia è stata un’esperienza che non ha avuto eguali in Occidente per durata e dimensione.
Una ragione ci sarà, ed è proprio quello che vorremmo analizzare secondo il nostro punto di vista, perché è chiaro che parlando oggi di quel contesto socio-politico, di quel clima culturale, è difficile fare capire ai giovani le ragioni per cui tanti loro coetanei, allora, hanno deciso di sacrificare la propria vita per una causa e di prendere in mano le armi. Il problema è che se non hai vissuto quell’atmosfera non è semplice capirla.
Devi sentirne l’odore, devi sentirne l’anima, vedere le cose, toccarle con mano. Anche se non facevi scelte di barricata, anche se te ne stavi alla finestra a vederle, anche chi, magari, viveva con due bandierine nel cassetto per poi esporre quella del vincitore; anche in questo caso, alla fine, vivevi quei momenti, quelle situazioni, e oggi sai dare un giudizio, una tua interpretazione dei fatti.
Le ragioni non stanno da una parte sola – ognuno ha la propria, ognuno ha la sua verità, ognuno ha la sua valutazione dei fatti – che esse siano biologiche, politiche, sociali, culturali, quindi anche militari sotto il profilo operativo.
A un determinato quadro sociale, che cercheremo di raccontare per restituirlo al presente in maniera efficace, va aggiunto un aspetto non secondario: una tradizione, uno strascico che veniva dalla Resistenza. Un retaggio che molto spesso era trasmesso nella dimensione familiare oltre che dal fatto di essere nati a cavallo negli anni ’40/50 ed essere cresciuti negli anni ’70, quando la Resistenza distava da noi solamente venticinque anni. Non molti di più, per capirci, da quelli che ci dividono oggi da Tangentopoli. Poco più di un soffio del tempo.
Non erano lontani i vent’anni di fascismo, con relativa guerra partigiana, in seguito diventata guerra civile combattuta da gente, da famiglie che si scontravano per idee diverse, per valutazioni diverse, convinzioni personali, politiche, sociali, culturali, umane diverse.
Noi abbiamo quindi vissuto direttamente (per chi aveva avuto parenti partigiani) e indirettamente (per chi aveva vissuto la Resistenza, attraverso i racconti di chi l’aveva combattuta, come un simbolo politico) l’esperienza partigiana come una questione irrisolta; un’esperienza mozza.
Facciamo l’esempio di Giangiacomo Feltrinelli, il quale diceva che ci dovevamo armare al di là del progetto rivoluzionario, di un progetto che facesse riferimento a Cuba, alla Russia o a un comunismo di taglio italiano con tutte le caratteristiche umane, culturali, biologiche, che tenessero conto dell’esperienza storica italiana; che ci dovevamo armare per tutto questo, ma principalmente perché c’era il rischio in Italia di un colpo di Stato. Cosa che poi storicamente è stata accertata, anche se raccontata in sordina. All’epoca, quella di un golpe era una possibilità che odoravi, che sentivi nell’aria; la toccavi con mano, era tangibile, questa ipotesi che si ventilava. Perché la maggior parte di quelli che erano stati fascisti si erano riciclati nella Dc; certo c’era chi si era avvicinato al Msi di Almirante – più rispettabili, questi ultimi, per essere stati coerenti con la loro linea politica, con la loro ideologia – mentre i più furbi, o i più vigliacchi, erano finiti dietro lo scudo crociato. E dunque la domanda d’obbligo, a quel punto, riguardava chi veramente avesse in mano il potere, ed era la Democrazia cristiana a detenerlo: un potere quasi assoluto esercitato in una situazione torbida, attraverso un potere palese e uno sottotraccia, manovrato da ex fascisti rivestiti con abiti nuovi. Il potere insomma lo avevano in mano ancora loro.
Fascisti erano stati Moro, Andreotti, lo era stato addirittura Giorgio Napolitano (nei Guf) prima di entrare nel Pci, per fare qualche nome tra i tanti; lo erano stati personaggi come Biagi e Montanelli, in seguito presentati come modelli di giornalismo libero e democratico, lo erano stati scrittori poi molto celebrati come Prezzolini e Gadda. A dimostrazione che, dopo la Resistenza, le carte erano state parecchio rimescolate. Esisteva una forte collusione tra molti ex fascisti e le forze dell’ordine, l’esercito, con i settori di destra dell’esercito, con i corpi speciali, con la guardia forestale, come poi si è visto. Molte parentele legavano questa gente di destra anche ai potenti industriali che il fascismo avevano finanziato e voluto, e che ancora finanziavano; avevano molte coperture mentre noi non ne avevamo, di nessun tipo. Noi eravamo esposti in maniera trasversale e tutti ci erano contro, proprio perché ci muovevamo contro quel tipo di Stato sporco, corrotto, ancora fascista nell’anima.
È quindi difficile fare comprendere oggi cosa è stato quel momento, perché questi aspetti non sono mai stati raccontati nella loro completezza e gravità. La situazione presente allora, quella che vivevamo, veniva a ricordarci che l’esperienza partigiana era stata un’esperienza tronca.
Le Brigate Garibaldi, le formazioni partigiane di sinistra, comuniste, le Brigate Matteotti e la Volante rossa, socialiste – legate a un socialismo puro, quello vero, lombardiano, di Terracini, di Pertini, che proveniva dalle lotte sociali, politiche, ideologicamente ben impostato, ben riconoscibile e condivisibile – avevano in progetto non solamente l’intento di liberare l’Italia dal nazifascismo, ma anche la costruzione di una forma di comunismo, di una società comunista. Un progetto rivoluzionario, un progetto politico forte che si è interrotto, che è stato soffocato, rendendo impossibile una pulizia totale, morale, materiale, politica, culturale, sociale. Così, alla fine, l’Italia si è ritrovata con quelli della Repubblica di Salò infilati dentro la Dc, e dentro a una storia che poi era anche quella che vivevamo noi con disagio, il quadro in cui ci ritrovavamo a vivere. Ovvero, dentro una società che era la riproduzione di quella che l’aveva preceduta, semplicemente con gli angoli della vecchia dittatura smussati; e ci rendevamo conto che se non si aveva il coraggio di affrontare la situazione in maniera assolutamente obiettiva, pulita, anche questo atteggiamento remissivo sarebbe stato controproducente.
Si può dire che abbiamo sbagliato con i mezzi – la violenza, la lotta armata – però gli obiettivi e le motivazioni, il fine, erano giusti. Comunque le critiche che facevamo allo Stato, al mondo dell’economia, della finanza, al potere economico e politico di questo Paese, come poi dimostrato dai fatti successivi (fino a risalire a oggi), erano giuste. Se c’è del marcio in Danimarca, come diceva il drammaturgo, in Italia c’era la fogna, come sostenevamo noi con meno poesia.
Il fatto di tornare a parlare di quegli anni serve a dare un significato alle nostre azioni, a fare capire alle generazioni più giovani, a chi ha l’età che avevamo noi allora e che non può avere il senso di cosa siano stati quegli anni, chi eravamo noi e che cos’era lo Stato, con tutte le sue istituzioni e le complicità con il mondo dell’industria. I ragazzi di oggi non hanno vissuto quei momenti, e le nostre storie se le sentono raccontare con distacco, più spesso con disprezzo, con vaghezza e superficialità in maniera pretestuosa, dalla bocca di chi ancora adesso ci butta fango addosso pretendendo che noi, dopo avere pagato duramente le nostre scelte, non lavorassimo nemmeno e rimanessimo in silenzio; dalla bocca di chi si presenta come pulito, come un santo, nei panni del moralista. I politici ci giudicano dimenticando di essere i primi a finire nella rete della magistratura, a porsi contro quello Stato di diritto di cui si dicono difensori a parole, a rendersi garanti dello sfruttamento sanguinoso ai danni dei lavoratori.
Tangentopoli, che pure non è riuscita a fare pulizia (e forse nemmeno ha voluto farlo), ha dimostrato che la nostra denuncia e la nostra critica, seppure fatte con le armi, erano giuste. E oggi lo sono ancor di più perché esistono condizioni politiche, umane, culturali, legate a quel passato.
Perché abbiamo fatto certe scelte di vita, quindi? Perché non ci fidavamo più dello Stato. Piazza Fontana è stata un momento di cesura. Se prima di quel massacro si poteva avere un’unghia di fiducia, da quel momento non si aveva più nemmeno quella. Prima si poteva ancora pensare che lo Stato fosse marcio, che facesse schifo, che fosse corrotto e mafioso, però si poteva credere di poterlo combattere dall’interno. Dopo quella bomba, dopo quei morti innocenti, anche chi aveva quel tipo di visuale non poteva non pensare che lo si potesse combattere solo dall’esterno e con le armi. Ecco perché una critica armata ci era sembrata l’unico modo di esercitare un contropotere reale.
Quindi: per questo oggi noi vorremmo che i giovani capissero esattamente perché abbiamo compiuto certe scelte, dentro quale clima politico, umano, sociale ci muovevamo; quali schifezze, quali nefandezze, quale oppressione esistenziale c’erano già allora, e perché eravamo tanto indignati e perché eravamo disposti a perdere tutto, anche la vita, per portare l’Italia fuori da questo ordine di cose. Al di là di ogni scelta ideologica e politica nonché culturale che ci ha portato a imbracciare le armi come metodo di lotta politica contro lo Stato, c’era anche l’indignazione. Va ripetuto: non si trattava solo di un fattore politico e ideologico. C’era proprio un fattore di schifo.
Nessuno di noi poteva più sopportare le bugie, i ladrocini, l’avere al governo ex fascisti nella Dc. C’era un potere economico che comandava, sporco, con i suoi servizi segreti disposti a tutto – a trattare con l’estrema destra, con la mafia, a organizzare i botti – che la verità dei vincitori ha consegnato alla storia come deviati, per smarcare la politica dalle sue responsabilità. I servizi segreti facevano semplicemente il loro mestiere: erano così perché la politica li voleva così. Erano la lunga mano armata di uno Stato criminale ed eseguivano il loro dovere con impegno e dedizione: insabbiare, mettere le bombe, infiltrarsi e provocare…
FONTE: https://rivistapaginauno.it/perche-nasce-la-lotta-armata-in-italia/
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